SMILF – Stagione 1


SMILF - Stagione 1Portato sullo schermo da Showtime, SMILF è un progetto che deve la propria esistenza alla penna di Frankie Shaw (Mr. Robot) ma soprattutto all’esperienza personale della donna. In Bridgette Bird, l’alter ego protagonista dello show, c’è tutta la gioventù di Shaw che, trasferitasi a Los Angeles, si riscoprì incinta dovendo imparare a dividersi tra la maternità e la carriera.

Al termine di un anno che ci ha regalato Better Things, di gran lunga il lavoro più lirico ed intenso sull’essere genitori, SMILF, in buona parte scritto, diretto ed interpretato dalla Shaw, si ricava abilmente la sua nicchia di panorama, dimostrando come l’argomento non fosse ancora esaurito.

I’m gonna need a dream too.

Ambientata a Boston, nella periferia dei playground e della povertà, la serie si ritrova fin dai primi episodi introduttivi a doversi confrontare con un difetto che, in maniera appena più velata, le farà compagnia per tutta la stagione: il desiderio di voler essere troppe cose contemporaneamente. Da un lato l’ambientazione ricorda istantaneamente quel clinic sul vivere male che è Shameless, dall’altro la caratterizzazione dei personaggi – disfunzionali, in difficoltà nel prendersi cura di sé stessi e degli altri – rimanda con più decisione ad un prodotto come You’re The Worst. Tutto questo mantenendo un’impostazione più intimista, con la difficoltà di preservare l’equilibrio tra lo svolgimento della trama orizzontale e la trattazione della tematica del singolo episodio, sull’esempio di prodotti come Louie, Better Things, Master of None, One Mississippi.

Quello che ne scaturisce è un risultato iperdenso, uno spaccato ai limiti del surreale su che cosa significhi essere una single-mom in un contesto difficile, fatto di povertà, soprusi ed umiliazione. Il filtro dato dalla Shaw riesce però a diluire la tragicità delle vicende con un solvente di velato ottimismo. La protagonista Bridgette, nonostante i disturbi del comportamento alimentare, le difficoltà nel mettere insieme l’affitto, l’impossibilità di impegnarsi in un lavoro a tempo pieno e i problemi con madre (TuTu, interpretata da Rosie O’Donnell) ed ex fidanzato (Rafi interpretato da Miguel Gomez), riesce a mantenere un atteggiamento positivo ad uso e consumo del piccolo Larry Bird.

I would like to spend a day with the confidence of a medium white guy.

SMILF - Stagione 1 Mandati in archivio i primi due episodi, puramente introduttivi del contesto, con “Half a Sheet Cake &Blue-Rasperrie Sushie” e “Deep-Dish Pizza & a shot of Holy Water” SMILF inizia a strutturarsi tematicamente. In questa coppia di puntate la risposta ad un annuncio su Craiglist e una corsa nel fango sono i pretesti per interrogarsi sulle differenze tra l’identità femminile e maschile e sul modo in cui l’identità influenza l’autostima. Senza generalizzare su temi così controversi, lo show prova a parlarci di come la società moderna stia imparando ad individuare i suoi problemi ma debba ancora fare molta strada per risolverli; atti di rivendicazione personale come partecipare ad una corsa dedicata a uomini e veterani di guerra hanno un significato reale solo per Bridgette, Eliza e Nelson, mentre per una comunità periferica e culturalmente chiusa assumono i contorni di una presa in giro.
Il discorso sull’identità si fa ancora più complicato nel momento in cui scopriamo che, per Bridgette, l’appropriazione del simbolo fallico coincide con un aumento della consapevolezza e dell’autostima: indossare una protesi la fa sentire forte e da questa forza scaturisce lo stesso atteggiamento predatorio maschile. La conseguenza più visibile dell’insicurezza della ragazza si riscontra nel sesso; il sesso di SMILF è sporco, disordinato, non protetto, improbabile, ha come protagonisti i personaggi meno raccomandabili ma, soprattutto, è un atto puramente egoistico, in cui il partner è solo una valvola di sfogo.

The heart wants what it wants. There’s non logic to those things. (Woody Allen)
Hey grandma. My dad touched my vagina.

Il momento più complesso della stagione coincide con il season finale in cui si chiudono molte delle questioni rimaste aperte precedentemente. Ancora bambina, Bridgette aveva dovuto subire gli abusi del padre, un gesto che aveva avuto terribili conseguenze anche sulla madre TuTu ( al cui bipolarismo è dedicato l’ottimo “Family-sized Popcorn & a Can of Wine”).
“Mark’s Lunch & Two Cups of Coffee” contribuisce a mantenere alta l’attenzione su un argomento, quello degli abusi, che sarebbe meglio non fosse mai dimenticato. Nonostante la resa dei conti con il molestatore si concluda, in perfetto stile SMILF, con un nulla di fatto, l’intento della puntata va ben oltre la semplice narrazione: la scelta di aprire con un’emblematica citazione di Woody Allen, l’utilizzo di un font riconducibile al regista, la presenza della stessa “Rapsodia in Blue” che apre Manhattan nella colonna sonora, sono un significativo endorsement – ribadito dalla stessa Shaw – alle accuse mosse nei confronti di Allen da Dylan Farrow. È un messaggio di conforto a tutte quelle donne che, oltre a non ricevere credito per le proprie accuse, ne sono anche danneggiate.

This is to better days and happy endings.

SMILF - Stagione 1Nonostante le difficoltà di tutti i giorni, le relazioni non ricomposte e un finale amaro in cui tutto ha un termine senza neppure la consolazione di una conclusione degna di questo nome, SMILF preferisce distaccarsi dalla sua vena tragica e chiudersi con tre quadretti semplici e significativi di come, anche nei contesti più terribili e dolorosi, spesso a fare la differenza siano le persone e la loro capacità di essere nel momento. Proprio l’ultima scena ci conduce nel bagno, il luogo dell’intimità per eccellenza: Bridgette sta lavando il piccolo Larry Bird mentre, con voce allegra e tono ottimista gli illustra le prospettive di un futuro luminoso e ancora tutto da scrivere.

La creatura di Frankie Shaw, nonostante paghi lo scotto di uno dei titoli più brutti della storia della televisione, dimostra il coraggio di un’autriche che si mette completamente a nudo regalandoci un personaggio che non ha paura di mostrare il suo lato abietto e disprezzabile. Si tratta di una scelta non comune, di cui non è semplice trovare un precedente; è infatti davvero difficile essere del tutto sinceri e mostrarsi vulnerabili quando si è alle prese con un tema ancora ammantato di ipocrisia come lo è la maternità. Se c’è una cosa di cui possiamo essere certi è che SMILF non ha paura di osare né a livello narrativo e visivo ( come dimostra l’agilissimo “Run Bridgette Run or Forty Eight Burnt Cupkakes & Graveyard Rum”) né quando si tratta di colpire le sicurezze dello spettatore. La prima stagione dello show ha sicuramente sofferto l’inesperienza e l’entusiasmo iniziale ma, una volta scrollatasi di dosso alcune insicurezze, ci ha regalato momenti di ottima televisione.

Voto: 7½

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