The Affair – 4×01 1


The Affair – 4x01 1Imboccare la via del cambiamento, inteso come evoluzione e miglioramento, è sempre la parte più difficile del percorso. Ma è anche solo l’inizio. Il viaggio per evolvere se stessi è lungo e pieno di spettri premonitori di cedimento. La première della quarta stagione di The Affair sembra rimarcare questo assunto, presentandosi con un convoglio emotivo intricato, che pare azzerare la sensazione di quieta armonia che si era venuta a creare con la conclusione della scorsa annata.

È troppo presto per capire quale sia la direzione intrapresa da questa stagione; la terza annata, dopo una seconda ridondante e ripetitiva, aveva alzato il tiro con un buon lavoro di ridefinizione strutturale e di evoluzione dei personaggi, creando un importante punto di ripristino che pare non aver seguito in questa première. Se da un lato sembra che l’intento sia quello di ripercorrere pedissequamente le tappe di un cambiamento, lento e radicale, dall’altro non è difficile temere che tutto possa rimescolarsi in un gioco di nevrosi contrastanti e pericolose che riportino la narrazione esattamente sulla soglia di quel punto di rottura che pareva superato. Non è detto che questa scelta possa rivelarsi sbagliata; il baratro può anche divampare sfaccettandosi in mille digressioni prima di ricomporsi in una linearità, o può anche non ricomporsi affatto e continuare a espandersi nonostante le lucide consapevolezze. Qualsiasi sia la direzione che la narrazione voglia intraprendere, non sarà questo a determinare il valore dello show, quanto piuttosto i mezzi scelti per raccontare ciò che si è deciso di narrare. Il punto è proprio questo: l’episodio, per quanto interessante e scorrevole, presenta delle perplessità strutturali che odorano di dejà vu.

The Affair – 4x01 1Le conquiste della scorsa stagione sono state mantenute, ovvero la bipartizione dell’episodio in due point of view non è più solo la cifra stilistica dello show, ma è diventata un modo per creare una dilatazione psicologica che contestualizza la crescita interiore dei personaggi.
L’esordio della serie aveva proposto una narrazione quasi dicotomica: alla visione dell’uno si opponeva quella dell’altro; e questo è stato l’elemento-novità che ha dato spessore allo show per tutta la prima annata. Nel corso della seconda stagione questo espediente non è più riuscito a essere la forza motrice di un racconto che nel suo ripetersi non è più stato in grado di trovare una identità propria. La terza stagione ha rallentato e ricalibrato il tutto: dando al punto di vista singolo un valore di approfondimento, la peculiarità della serie si è spostata su altri binari, rinnovandosi, ma al tempo stesso rimarcando la propria specificità.
Questa première mantiene la tecnica di focalizzazione intima, in cui le discrepanze tra un evento e l’altro sono chiari segni di una visione interiore. Infatti, come negli episodi più riusciti della scorsa stagione, le discrepanze tra una visione e l’altra sono quasi minime e tutte da rapportarsi alla particolare attenzione che Noah o Helen danno agli eventi che vivono. Le perplessità si diramano sulla qualità dei sentimenti che pare stiano rientrando in circolo: sarà una nuova caduta per entrambi, oppure siamo di fronte a una fine descrizione di quelle fasi che precedono il definitivo “rialzarsi”? The Affair ci ha però abituati a esigere sempre che non sia il ‘cosa’ a fare la differenza, ma il ‘come’.
Inoltre, il flashforward iniziale – collocato sei settimane dopo gli eventi – lascia presagire una nuova componente ‘mystery’ come trama orizzontale; per quanto la situazione lasci credere che a essere scomparsa da 72 ore sia Alison, niente è certo, come rivela anche la strana la complicità che sembra esserci tra Cole e Noah. Tuttavia, anche questo elemento, per quanto possa apparire come un diversivo atto ad alleggerire il peso della narrazione intimista, suscita qualche perplessità per il peso che potrebbe avere sull’intreccio drammatico delle vicende, perché – come abbiamo già visto – se non calibrato bene, potrebbe privare gli eventi di coerenza e fluidità, apparendo così come una forzatura. Ma è ancora troppo presto per lasciarsi andare a timori e sentenze.

I don’t intimidate Trevor or Stacey. I just don’t know them anymore. That’s why I’m here.

The Affair – 4x01 1Il personaggio di Noah è quello che più di tutti sembrerebbe incarnare il mito dell’eroe caduto che cerca di rialzarsi. È così dagli esordi, fino alla scorsa annata, quando si è scoperto che il ruolo dell’eroe era proprio quella fattezza posticcia con cui l’uomo ha da sempre combattuto.
Il finale della scorsa stagione ci ha mostrato un Noah quasi pacificato con se stesso, conscio del fatto che il proprio ruolo genitoriale sia il varco migliore per poter redimere il suo fallimento come figlio prima e come marito poi. L’amore per i suoi figli è l’unico metro attraverso cui riesce a valutare se stesso; proprio per questo il suo trasferimento a Los Angeles ci appare come una scelta ponderata e perfettamente ‘in character’. Sin dalle prime scene, è evidente il suo costante e dedito tentativo di essere presente nella vita dei suoi figli, con un’accoratezza che sa molto di ‘mea culpa’ per non esserci stato nell’ultimo periodo. Ciò è evidente anche nelle metodologie didattiche che usa con i suoi studenti: il tentativo di creare un rapporto di fiducia parlando di sé o lasciando che Jamie risponda al telefono non solo sono esperimenti pedagogici, ma marcano una debordante voglia – o bisogno – di essere parte attiva di un processo educativo, in cui le regole vengono create insieme e sono funzionali al raggiungimento di un obiettivo comune – in pratica ciò che dovrebbe esserci nel rapporto di un padre con i suoi figli. Se il metodo sia giusto o sbagliato poco importa, ma ciò che è necessario notare è come l’atteggiamento di Noah in classe sia molto più fluido e accorato rispetto a quello che ha con i sui stessi figli. Ciò amplifica maggiormente le criticità del suo rapporto con Helen, che – in entrambi i punti di vista – emerge chiaramente come dedita a marginalizzare il coinvolgimento di Noah nella sua via e in quella di Trevor e Stacey. Rancore? Depressione? Sensi di colpa? Helen appare ancora come il personaggio più complesso della serie, quello che, in fin dei conti, è cascato sempre in piedi, per ogni bega, per ogni trauma – finanche per l’omicidio di Scotty – ma che ancora, nonostante la piega positiva presa dalla sua vita, non riesce a dimenticare il torto subito da Noah.

It’s sunny every day. Every goddamn day. But you know what, sometimes the sun gives me a headache.

The Affair – 4x01 1Il punto di vista di Helen è quello che presenta più contraddizioni: finalmente giunta a vivere una situazione senza nessuna preoccupazione tangibile, si ritrova vittima di mille paure. Dal timore, tipico newyorkese, del terremoto a Los Angeles, si passa con rapida nevrosi alla paura delle attenzioni di Vik per l’avvenente vicina, finendo con l’esibire un’angoscia silente per un mondo che non comprende: il fatuo equilibrio di una città che mantiene le case perfettamente in bilico tra le montagne e un oceano, così grande, così blu, che esibisce la sua maestosità con ‘egocentrismo’.
Il confronto tra i due point of view è un mezzo efficace per comprendere come, adesso, nella gestione del rapporto tra gli ex coniugi Solloway l’unica ad avere un problema sia Helen. Anche nel suo punto di vista, Noah non ha nessuna colpa tangibile dell’irrigidimento di Trevor, così come della sua presunta omosessualità: per quanto sappia che sia assurdo e impossibile, Helen vorrebbe dare a Noah la colpa per ogni cosa, anche per le tendenze sessuali di Trevor.
È normale che in un momento di felicità la paura del dolore passato si insinui a rovinare tutto, ed è altrettanto normale che quella paura abbia un volto ben preciso, che funge da memento per ricordare che niente è per sempre. Tuttavia, usare la parola ‘normale’ non è mai una scelta efficace per analizzare le situazioni nel migliore dei modi, soprattutto in questo caso, dove ‘normale’ sembrerebbe avere il significato di ‘comprensibile’, proprio perché non dovrebbe essere normale che Helen, a questo stadio della sua vita, sia ancora ossessionata da Noah e dal fallimento che lui rappresenta.
Tra terremoti presunti, sensi di colpa latenti e “fuck you” allo psicanalista californiano, Helen si rende conto di dover allontanarsi da Noah, scelta che per quanto difficile ha i suoi buoni presupposti. A questo punto, Helen si crede libera, fa programmi e comincia a riconsiderare il valore di Los Angeles, ma proprio quando il suo primo respiro californiano è veramente rilassato, ecco Vik steso a terra, con un presagio di ulteriori rogne che stavolta non vengono dal passato, ma da quel presente che non è ancora riuscita ad assaporare fino in fondo.

I temi approfonditi in questa premiere sono tutti di ottima levatura e la tessitura drammaturgica presenta degli stimoli interessanti a livello propriamente narrativo; tuttavia la sensazione di essere di fronte a una ripetizione di stilemi fine a se stessa rimane, così come  le perplessità sul prosieguo della stagione. La marca narrativa della serie, per quanto interessante e innovativa, si porta dietro il rischio della ridondanza, che se non innervata di linfa nuova può anche perdere definitivamente di levatura, nonostante le sostanziali evoluzioni caratteriali dei personaggi. Ma come già detto, è troppo presto per pronunciare sentenze. Staremo a vedere.

Voto: 6½

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