Vida – Un vibrante spaccato sul mondo queer latino-americano


Vida – Un vibrante spaccato sul mondo queer latino-americanoIn molti hanno iniziato a riconoscere il nome di Tanya Saracho per via della triste vicenda che ha visto la separazione dei genitori dai figli al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. L’autrice è stata infatti la prima innescare un’importante mobilitazione nel mondo della TV contro questa disumana assurdità, ma qualche settimana prima aveva esordito su Starz con Vida, la sua prima serie televisiva da showrunner, un prodotto che con l’attivismo politico ha molto a che fare.

In un mondo in cui i populismi avanzano sfrenati veicolando una visione del mondo bigotta e retrograda grazie al vento in poppa di una rabbiosa insoddisfazione sociale – esemplificato alla perfezione dal caso statunitense in cui alla stagione dei diritti obamiana sta facendo seguito un’era trumpiana sessista e omofoba –, uno show come Vida non solo arriva come una boccata d’aria fresca, ma soprattutto si configura come una sorta di racconto-bandiera, un simbolo dal quale sentirsi fieramente rappresentati.
La serie racconta la storia di Lyn ed Emma, due sorelle messicane-americane che all’indomani della morte della madre fanno ritorno nel loro quartiere d’origine, ritrovando un posto molto diverso da quello che hanno lasciato, in preda a profondi mutamenti sociali e culturali con i quali sono costrette a confrontarsi. Scoprono anche, nel tornare nella propria casa d’infanzia, che la madre (il cui nome dà il titolo alla serie) ha condotto gli ultimi anni della sua vita da lesbica sposando Eddy, una donna più giovane e ben decisa a rimanere attaccata a ciò che rimane della sua defunta compagna di vita.

Vida – Un vibrante spaccato sul mondo queer latino-americanoVida sin dal primo episodio accompagna spettatori e spettatrici nel viaggio delle due protagoniste alla ricerca delle proprie radici, durante il quale man mano conoscono le parti più intime della propria madre e ne scoprono altrettante su loro stesse. Lyn ed Emma non potrebbero essere più diverse: una indolente, per certi versi infantile ma desiderosa di capirsi fino in fondo anche a costo di scendere a patti con il dolore; l’altra molto più chiusa, ossessionata dalla responsabilità e in conflitto con una sessualità che in maniera costante la rimanda alla figura materna.
È proprio la sfera sessuale uno dei due nuclei tematici principali del racconto e in questo senso la prospettiva femminile adottata dalla serie (non solo la showrunner ma quasi tutte le altre figure creative di Vida sono donne) è responsabile di una messa in scena del desiderio e dell’atto sessuale in forte controtendenza con i canoni tradizionali, modellati su un erotismo fortemente influenzato dallo sguardo maschile.

Vida – Un vibrante spaccato sul mondo queer latino-americanoPer quanto la maniera in cui le due ricercano il piacere fisico sia diametralmente opposta (con Lyn che si fa costantemente trascinare in un flusso fatto di finta impotenza, egoismo mascherato da vittimismo e autoassoluzione, ed Emma prepotentemente intenzionata a utilizzare l’atto sessuale come forma di affermazione del sé, a volte anche a proprie spese), la serie si concentra sull’esplorazione della sessualità da un punto di vista radicalmente interno.
La messa in scena dell’atto sessuale non è mai neanche lontanamente un espediente per mettere gli spettatori furbescamente di fronte alla fascinazione per il nudo (come accade nel caso di tante serie HBO, per quanto oggi meno che ieri), ma la risultante di uno dei principali focus narrativi del raccontoVida, come già Outlander (sempre di Starz, non a caso), utilizza il sesso per per raccontare con sincerità e profondità l’identità dei suoi personaggi; in particolare, per quanto riguarda Emma, mettere in scena una sessualità queer esibita con orgoglio e con amore nei confronti della protagonista.

Per quanto non sia riuscita a sfondare presso il grande pubblico (anche a causa dell’esiguità degli abbonati a Starz), Vida è stata adorata dalla critica statunitense, non solo per via di un racconto in grado di presentare almeno quattro figure femminili stratificate e originali (le due sorelle, Eddy e Mari, una giovane attivista del quartiere), ma anche per la sua elevata inclusività che la rende una vera mosca bianca nel panorama televisivo americano.
Lo show è il primo ad avere una writers’ room costituita completamente da autori ed autrici latinoamericani e pertanto non solo può godere di una prospettiva interna nel racconto della cultura messicana a Los Angeles, ma possiede anche una rilevanza di tipo documentale: indipendentemente dal gradimento di ciascuno spettatore, infatti, si tratta di un racconto effettuato in prima persona, un autoritratto fedele e politicamente molto vitale della comunità latinoamericana californiana.

IVida – Un vibrante spaccato sul mondo queer latino-americanol legame a doppio filo che collega chi scrive la serie alla serie stessa non sarebbe descritto con precisione se si limitasse alla componente di natura linguistico-culturale, dato che Vida non è uno show inclusivo solo dal punto di vista dell’appartenenza etnico-sociale a una cultura ricchissima (e, almeno in partenza, estranea a quella statunitense), ma fonde questa componente con un discorso accorato e coraggioso sulla diversità sessuale, presentandosi anche come una delle serie più queer in circolazione.
Uno dei momenti maggiormente emblematici sotto questo punto di vista è l’inizio del terzo episodio in cui viene mostrata una scena di sesso sulla quale non riveliamo nulla, salvo riportare le parole dell’autrice Tanya Saracho: “È già un atto radicale mettere i corpi nudi di due donne latine sullo schermo, ma mostrare due corpi queer alle prese con del sesso queer come in questa scena è un atto politico. Sapevo che se fossi riuscita a farlo come avevo in mente avrei fatto qualcosa di rilevante, perché non vediamo mai questo tipo di rappresentazione e di immaginario in TV e sono molto orgogliosa di questo”.

Vida non è solo una serie scritta, girata e interpretata benissimo, ma è anche un prodotto che fa della militanza politica una delle proprie ragioni d’essere. Tanya Saracho e la sua squadra sono riuscite a costruire un racconto che utilizza la female gaze per parlare di empowerment e liberazione sessuale. Allo stesso tempo la serie si è posta l’obiettivo di raccontare la storia di due donne che accompagnano lo spettatore alla scoperta della “gentefication”, ovvero quel fenomeno di gentrificazione estremamente problematico che vede alcuni messicani-americani che hanno avuto la fortuna di arricchirsi più di altri adottare abitudini e stili di vita comunemente attribuiti ai “bianchi”, rinnegando così le proprie tradizioni d’origine.
Non resta quindi che dare una chance a una delle novità più belle dell’anno, uno show capace non solo di entusiasmare e commuovere ma anche di stimolare riflessioni strettamente legate alla contemporaneità.

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.