Castle Rock – 1×01/02/03 Severance, Habeas Corpus & Local Color 2


Castle Rock - 1x01/02/03 Severance, Habeas Corpus & Local ColorCastle Rock è una città piena di oscuri segreti. Ma prima di tutto, è una città che non esiste davvero se non nelle creazioni di Stephen King, e non è nemmeno l’unica: la Derry di It, Jerusalem’s Lot, Haven di Tommyknockers, sono solo alcune tra le tante località che popolano la mappa kinghiana di un Maine sempre a cavallo tra realtà e invenzione, palesemente ispirata al New England finzionale costruito da H.P. Lovecraft nei suoi romanzi e racconti. 

Dall’urbanistica immaginaria di Calvino fino a Peyton Place, la creazione di luoghi inesistenti per ambientare le proprie storie è un trope che attraversa la letteratura di ogni tempo, ma è particolarmente congeniale agli scrittori del fantastico e dell’orrorifico, dato che consente di avere a disposizione luoghi dalle qualità peculiari, che non sono costretti a condividere il tempo e lo spazio della realtà e dunque possono piegarsi alle necessità narrative e metaforiche dell’autore.
Spesso, la loro funzione è quella di archetipo della città stessa, che ne raccoglie tutte le caratteristiche necessarie a comporre un micro-universo indipendente in cui la sospensione dell’incredulità funzioni abbastanza da giustificare gli eventi oscuri e misteriosi che vi accadono, ma mai così staccato dalla normale geografia (naturale, architettonica e umana) delle città reali da non poter ambientare al suo interno interazioni credibili e personaggi identificativi per il lettore.

Castle Rock è un esempio perfetto in questo senso, che raccoglie in sé tutto il bene e il male della visione kinghiana del Maine (luogo in cui peraltro lo scrittore vive) e serve a King per raccontare eventi soprannaturali che convivono con l’andamento quotidiano delle cose. Il vero segreto del fascino dello scrittore è infatti la sua capacità di legare il fantastico a traumi e orrori molto più reali come i delitti del passato, i traumi infantili, il razzismo e il male che si nasconde dentro le persone all’apparenza più normali e che solo occasionalmente prende la forma di un demone o di un clown che rapisce i bambini. Più spesso, nella letteratura di King, gli eventi soprannaturali servono da causa scatenante per conflitti umanissimi: se pensiamo al supermercato di The Mist o alla maledizione di Derry in It, è chiaro che l’interesse dello scrittore non sta soltanto nel far saltare il lettore dalla paura, ma anche nello spiegare come l’orrore entri nelle nostre vite mai davvero dall’esterno. Lo stratificarsi delle storie di King in molteplici romanzi all’interno di una comunità complessa e stratificata risponde innanzitutto a questa funzione: creare un ambiente familiare al lettore, credibile e spesso quasi affettivo, per meglio sostenere gli sviluppi horror successivi; e il grande difetto di molte trasposizioni televisive e cinematografiche del Re è stato proprio sottovalutare l’aspetto umano e la costruzione dei personaggi concentrandosi sull’idea horror, senza capire che il funzionamento narrativo dell’orrore kinghiano è legato a doppio filo al racconto del territorio e all’umanità che lo ignorano, lo subiscono o addirittura lo causano, attraverso lo sviluppo delle psicologie dei personaggi.

Castle Rock - 1x01/02/03 Severance, Habeas Corpus & Local ColorÈ un difetto che, diciamolo da subito, decisamente non affligge questa Castle Rock, creata da Sam Shaw e Dustin Thomason per Hulu. Anzi, dopo tre episodi potremmo spingerci a dire che per il momento la serie è tutto ciò che i fan di King aspettavano: per quanto non strettamente legata al materiale dello scrittore ma solo ispirata ai suoi luoghi e ai suoi racconti, Castle Rock è probabilmente la trasposizione più fedele su audiovisivo che si sia mai vista di queste atmosfere. A differenza di Stranger Things però, che in modo altrettanto riuscito pescava a mani basse dalla mitologia kinghiana senza mai citarla, Castle Rock non cerca di emanciparsi dal materiale di partenza ma lo utilizza come sostrato su cui sviluppare una storia originale e contemporanea. Non abbiamo quindi solo atmosfere che evocano i libri famosi e i loro adattamenti, ma abbiamo luoghi ed eventi ben precisi che si ricollegano alla produzione di King e al folclore legato alla cittadina immaginaria, che costituiscono quindi una sorta di prologo agli eventi narrati, eventi che si muovono in un universo espanso che funziona perfettamente per un non lettore ma che regala al lettore affezionato parecchi colpi al cuore.
Si parte dalla prigione di Shawshank, intorno alla quale ruota non solo la vicenda soprannaturale ma anche quella umana, così come quella collettiva: da cittadina idilliaca degli anni ’80 e ’90 Castle Rock è diventata lo specchio della crisi economica che affligge molti piccoli centri americani, con il carcere come unica fonte di sostentamento economico per gran parte della popolazione e ben poca speranza di riportare in vita il ciclo manifatturiero che aveva caratterizzato l’economia florida della città, luogo nel quale sono svanite anche anche le occasioni di interazione umana. La Castle Rock della serie è quindi molto diversa da quella che avevamo conosciuto in Cose Preziose, anzi è molto più vicina alle atmosfere angosciose della Derry di It e come questa porta su di sé il peso degli errori del passato.
Un tempo che nella serie porta il nome di Alan Pangborn, ultimo sceriffo della cittadina creato dalla penna di King, interpretato da Scott Glenn (indimenticabile in The Leftovers) ma che ci viene introdotto prima in una sua versione del 1991, nel momento in cui, cercando il piccolo Henry Deaver (scomparso da giorni nei boschi con una temperatura sottozero), lo ritrova misteriosamente in perfetta salute e senza un graffio. L’evento del passato fa da prologo al presente in cui lo stesso Henry, ormai cresciuto e lontano, sarà richiamato a fare i conti coi fantasmi di una volta – il trope kinghiano per eccellenza – tornando a Castle Rock, chiamato da un giovane sconosciuto ritrovato dei sotterranei della prigione dopo il suicidio dell’ex direttore Dale Lacy (Terry O’Quinn).

Castle Rock - 1x01/02/03 Severance, Habeas Corpus & Local ColorLa perfetta fusione di personaggi e luoghi realmente usciti dalla penna di King con una storia originale è arricchita e completata da un turbine di easter egg affettuosamente dedicati ai fan di cui non è ancora molto chiara la reale funzione narrativa: da alcuni cognomi familiari (la Jackie Torrance di Jane Levy) a riferimenti ad eventi traumatici del passato, da strizzatine d’occhio più o meno palesi (Pangborn che disseppellisce un cane) fino a piccoli accenni visivi come la casa e la moglie di Lacy, che richiamano palesemente quelle di Paul Edgecombe nella trasposizione di Darabont de Il Miglio Verde. Un complesso sistema di rimandi che però riesce a non appesantire una narrazione solida e una messa in scena scenograficamente accuratissima, oltre che non priva di guizzi registici ben dosati: Castle Rock sembra comunicarci di essere qui per durare e non si perde in velleità autoriali che appesantirebbero una trama già di per sé piuttosto intricata. Anzi, usa con parsimonia i trucchi del mestiere, dalle carrellate alla voce fuoricampo, alle transizioni che creano atmosfera, al realismo insistito di alcune scene fino agli spaventi stessi che per ora si situano su un livello prevalentemente psicologico. Lo show preferisce invece spingere forte sul pedale del mistero e sullo svelamento graduale delle psicologie dei personaggi, avvalendosi di un cast che sarebbe difficile non definire straordinario.
Oltre al già nominato Scott Glenn, alla veterana di King Sissy Spacek e alla straordinaria Jane Levy (che gli amanti dell’horror conoscono come musa di Fede Àlvarez e gli appassionati di serie come protagonista di Suburgatory), la scelta degli attori è già di per sé un manifesto programmatico di quel che la serie vuole essere: scordatevi le bellissime e i muscolosi di Under The Dome o i ragazzini da teen drama, qui ci sono mostri sacri come Spacek e Glenn, volti che vengono dall’indie come Melanie Lynskey, Bill Skarsgård (che ormai in fatto di horror è una certezza), facce provenienti dalle serie tv più prestigiose come Noel Fisher, Chris Coy, Ann Cusack, Terry O’Quinn, Allison Tolman e lo stesso protagonista André Holland che aveva già dato ampia prova della sua bravura in The Knick.

Castle Rock - 1x01/02/03 Severance, Habeas Corpus & Local ColorUna scelta improntata sulla qualità e la solidità che lascia pensare che Castle Rock abbia perfettamente capito la necessità primaria di trasporre King non soltanto attraverso la forza delle sue metafore horror, ma prima di tutto avvalendosi della stessa profondità di analisi dei personaggi e delle relazioni, impossibili da realizzare senza un cast di alto livello. Una scelta che è programmatica anche nella direzione di non puntare su una star che promuova la serie ma al tempo fagociti le attenzioni del pubblico e centri la narrazione su di sé, perché questa è una storia che trova nella coralità la sua ragion d’essere e la sua forza primaria.
Attraverso la complessità di una trama che in tre episodi ha svelato pochissimo di sé e scelte registiche e di casting che concorrono a dare al tutto una profondità evidente fin dall’inizio, Castle Rock potrebbe essere la serie che i fan di King aspettavano da un’eternità, capace di rendere giustizia alla qualità della scrittura del Re e dare compimento a un progetto espanso sull’universo kinghiano, un materiale ricchissimo ed estremamente fertile che aspetta da tempo qualcuno in grado di dargli l’importanza che merita.

Voto episodio 1: 7 ½
Voto episodio 2: 8
Voto episodio 3: 8+

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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