Final Space – Ma i robot mangiano biscotti elettrici?


Final Space - Ma i robot mangiano biscotti elettrici?In estate inoltrata, con il caldo a farla da padrone e la scarsità di nuovi eventi seriali, vagolare su Netflix in cerca di intrattenimento spicciolo può essere la risposta al tedio serale, ma imbattersi in una serie animata come Final Space può diventare la soluzione al problema dell’indecisione di fronte ai cataloghi dei servizi streaming.

Ideato da Olan Rogers e David Sacks, prodotto da Conan O’Brien e portato sugli schermi da TBS e da Netflix, Final Space segue le avventure integalattiche di Gary, idiota patentato dal cuore d’oro condannato a cinque anni di isolamento nello spazio dopo aver rubato una divisa delle Infinity Guards e aver distrutto un esagerato numero di navicelle, e del suo amico alieno Mooncake, tenero distruttore di pianeti. Insieme a loro – nel tentativo di combattere le distruttive mire del Lord Commander che vuole aprire un varco nello spazio-tempo per consegnare l’universo ai Titani e aprire il Final Space che dà il titolo all’opera – viaggiano l’intelligenza artificiale HUE, Avocato e il figlio Little Cato, il “Deep Space Insanity Avoidance Robot Companion” KVN (pronunciato Kevin) e Quinn, membro delle Infinity Guard e interesse romantico di Gary.

Final Space - Ma i robot mangiano biscotti elettrici? Composta da dieci episodi di venti minuti, Final Space fonda la propria solidità ed efficacia a partire dallo sfruttamento di numerosi capisaldi dello sci-fi: ci sono l’action (Star Wars), il gruppo di sbandati che si riunisce per far fronte ad un nemico (Guardiani della Galassia) dando vita a dinamiche tipiche di una famiglia disfunzionale (Futurama), la capacità di sfruttare le potenzialità narrative dell’universo fantascientifico venandole di nonsense e stranezza (Rick and Morty); c’è persino la contrapposizione molto Pixar tra la tenera cuteness di Mooncake e la sua evidente letalità. Final Space si appropria delle formule che hanno garantito il successo ad altri famosi titoli e le amalgama tra di loro, inserendole in una narrazione incalzante ed efficace.

Per chiunque pensi di approcciarsi alla visione sperando di imbattersi in un surrogato dello show di Dan Harmon e Justin Roiland, meglio non lasciarsi ingannare dalla similitudine precedente. Rick and Morty si è ormai erto a punto di riferimento della fantascienza seriale, ma Final Space ne rigetta subito gli interrogativi morali e gli afflati filosofici, prendendo come riferimento la semplicità etica del primo Star Wars. Anche lo humour  è basilare, quasi viscerale, legato indissolubilmente alla narrazione e ad essa subordinato; da questa prospettiva lo show, seppur dichiaratamente rivolto ad un pubblico adulto, si configura come un prodotto rivolto ai giovani in cui gli stilemi del racconto di formazione riescono a coinvolgere lo spettatore.
Con il coinvolgimento in una missione impossibile nel tentativo di salvare l’umanità e l’universo, parte infatti la necessaria maturazione di Gary che, appesantito dai traumi dell’infanzia, non ha mai avuto la possibilità di crescere. La snaturata combriccola che lo accompagna diventa una vera e propria famiglia, dando vita a tutte quelle gag che sostengono la vocazione comica di Final Space. Il punto di forza dello show sta proprio nelle dinamiche che intercorrono tra i personaggi: l’irritante Gary dà forma alle relazioni con gli altri protagonisti costruendo gag che si cementificano puntata dopo puntata, e riesce a sostenere senza controindicazioni l’investimento emozionale richiesto da una trama che viaggia spedita.

Final Space - Ma i robot mangiano biscotti elettrici? Certamente Final Space non è – al momento – uno di quei prodotti destinati a lasciare il segno nel panorama seriale ma, soprattutto grazie alla sua densità, non fa fatica a sollevarsi dalla mediocrità e a proporsi come un piacevole intrattenimento per le sere d’estate. La morale semplice ed eroica che lo percorre non darà adito a controverse discussioni etico-filosofiche, ma è di facile lettura, rassicurante nella sua condivisibilità; la trama raccoglie a piene mani dalle esperienze sci-fi pregresse e, pur non brillando per originalità, è in grado di mettere insieme una storia funzionante e ben congegnata, capace di coinvolgere lo spettatore e fargli realmente temere per la sopravvivenza dei protagonisti; l’umorismo che permea lo show non riluce per finezza e ricercatezza, ma riesce sempre ad alleggerire la narrazione, ad oliare gli ingranaggi quando questi iniziano a cigolare, a strappare un sorriso convinto.
Ciò che invece caratterizza estremamente in positivo Final Space è l’attenzione rivolta alle tecniche di animazione. A partire dalla sigla risulta evidente la cura riservata alle ambientazioni, con la complessità universale che più volte riesce a gratificare l’occhio dello spettatore. Per una volta le esplosioni, le scene action e le meraviglie del cosmo non sono costrette a passare attraverso la semplificazione e la banalizzazione, ma le potenzialità estetiche del disegno vengono esplorate in profondità con ottimi risultati.

Al netto di alcuni difetti preventivabili o subito visibili, Final Space è un prodotto in grado di coniugare la fantascienza e la propria vocazione con un intrattenimento leggero, senza per questo sacrificare l’attenzione nei confronti di temi universali che arricchiscono una trama dall’ottimo ritmo. Capace di alternare sapientemente momenti divertenti e struggenti, lo show creato da Olan Rogers ha le carte in regola per essere il perfetto riempitivo delle vacanze di agosto.

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