Orange Is the New Black – Stagione 6


Orange Is the New Black – Stagione 6Quando si pensa ad Orange Is the New Black inevitabilmente salgono alla mente i volti della sigla, quelle facce tutte diverse che si alternano senza soluzione di continuità sulle ormai indimenticabili note di You’ve Got Time di Regina Spector. Quei visi tutti diversi ai quali negli anni ci siamo abituati sono il simbolo di un gruppo compatto, unito ed eterogeneo che ancora oggi rappresenta la principale forza dello show.

Con questa stagione la serie di Jenji Kohan è diventata la più longeva di Netflix, quella capace di durare di più e di definire meglio il brand della piattaforma di streaming. Sebbene House of Cards sia stata il primo vero biglietto da visita, forte della presenza di Kevin Spacey e David Fincher che immediatamente hanno posizionato la linea editoriale di Netflix nel solco della quality TV, Orange Is The New Black è stata dal primo giorno la serie portabandiera dell’inclusività, di uno sguardo alternativo e della diversificazione degli stili e dei racconti, distinguendosi in particolare per il ribaltamento della prospettiva di genere a partire dal prison movie.

Orange Is the New Black – Stagione 6La sesta stagione era anticipata da numerose aspettative, soprattutto perché Kohan e la sua squadra di autori hanno dimostrato negli anni di poter mantenere un livello qualitativo medio abbastanza alto e di sapersi riprendere con personalità anche dai momenti meno riusciti. Non a caso la fiducia che Netflix ha riposto nello show non ha precedenti nella storia della serialità recente, come dimostra il rinnovo per ben quattro stagioni ricevuto dalla serie quando era ancora alla terza annata.
Stavolta però Kohan era chiamata ad una sfida tutt’altro che semplice, dovendo dar seguito a una storia che l’anno scorso è coincisa con la sua annata più sperimentale, in particolare dal punto di vista della struttura narrativa. Quest’anno si assiste dunque ad un nuovo inizio, che come tutte le ripartenze è accompagnato da una particolare curiosità, ma anche caratterizzato da una folta selva di fattori di rischio. In questo caso, inoltre, la stagione non può che costituire anche una sorta di restaurazione, una narrazione che ha anche il compito di riportare la serie a una parvenza di ordine dopo il fiammeggiante finale della scorsa.

Il post-rivolta coincide con il trasferimento delle detenute in una struttura di massima sicurezza con regole più severe, secondini ancora più violenti e interi bracci pieni di detenute dalle abitudini tutt’altro che pacifiche. Il primo episodio della stagione mette in chiaro che in questo nuovo microcosmo ad essere protagonista è il sottoinsieme costituito dalle detenute ben conosciute dagli spettatori, che oggi sono trattate dalla serie come una sorta di famiglia trasferita in una città nuova, sconosciuta e per molti versi ostile. Se in un primo momento le “bande” della serie erano caratterizzate da appartenenze di tipo etnico o ideologico (come da manuale del prison movie), oggi invece il gruppo principale è variegato e plurale, fatto di rapporti stretti costruiti nel corso degli anni e che non conoscono barriere dal punto di vista anagrafico o razziale.

Orange Is the New Black – Stagione 6Purtroppo, senza indugiare ulteriormente, bisogna dire che la sesta stagione di Orange Is The New Black è tutt’altro che riuscita e che, nonostante alcuni momenti di indubbia potenza (con quei personaggi è davvero difficile non azzeccare almeno qualcosa), si presenta come una stagione di transizione, che non riesce a trovare compiutezza perché divorata da esigenze diverse che non riesce a conciliare.
Da una parte, infatti, le autrici hanno la necessità di mostrare gli effetti della rivolta sulle protagoniste, sviluppare le storyline legate ai traumi di queste ultime e agli strascichi di un evento così traumatico, e ricucire i rapporti tra le detenute in un nuovo contesto. Dall’altra però vi è anche la volontà di introdurre nuovi personaggi e metterli in relazione con quelli già noti. Sotto questo punto di vista un’operazione del genere è sicuramente funzionale a mantenere il format originario della serie, giustificando quindi l’inserimento dei tradizionali flashback per offrire rapide backstory dei nuovi personaggi; tuttavia i flashback non sono sempre interessanti e funzionali a una narrazione più articolata, soprattutto per via dell’inevitabile confronto con i ruoli storici, la cui personalità è stata costruita nell’arco di sei anni.

Il problema principale è che, a differenza di quasi tutte le altre annate, stavolta è mancato un tema forte o comunque una storyline dominante in grado di orientare una narrazione così splendidamente policentrica e reticolare come quella di Orange Is The New Black ed evitare quindi che il racconto venisse divorato dalle sue parti periferiche, rischiando di paralizzarsi. La quarta stagione infatti aveva come questione trainante la violenza indiscriminata delle guardie del penitenziario, ragionando sulla banalità del Male che ha portato alla morte di Poussey; la quinta annata è stata un caso ancora più radicale con la sua estrema contrazione temporale e la rivolta che per forza di cose doveva raggiungere un climax finale.

Orange Is the New Black – Stagione 6In questo caso, soprattutto perché arrivati ormai alla sesta stagione quei personaggi non sono più una novità, sarebbe stato necessario stringere il campo e puntare con decisione su alcune questioni molto incisive, orientando il racconto in una direzione tematica chiara e il più possibile avvincente. Al contrario, le autrici hanno preferito non rinunciare a niente e includere più storyline possibile (quella di Pennsatucky, per esempio, era tutt’altro che necessaria), finendo per disperdere e depotenziare i nuclei narrativi davvero efficaci e soprattutto dopare la narrazione con una marea di trame secondarie non solo di interesse variabile, ma anche in molti casi trattate con superficialità (come ad esempio tutta la vicenda del fanta-detenute), quasi come prese dall’ansia di passare a un’altra questione.

Pur non essendo insufficiente, vista la qualità delle personalità coinvolte nella creazione del progetto e la complessità delle storie costruite fino a questo momento, la sesta stagione di Orange Is The New Black è purtroppo una grande occasione sprecata, un progetto che quest’anno non può non essere definito incompiuto. Ed è un peccato perché tutta la storyline legata alla rivalità tra Barb e Carol, spalmata sulle diverse temporalità, era sulla carta davvero interessante e se sviluppata con attenzione avrebbe potuto dare ottimi risultati, come dimostra l’ottimo finale di stagione.
Allo stesso modo il filone narrativo legato a Taystee sarebbe dovuto essere il nucleo narrativo principale, sia perché collegato ad alcuni fondamentali rapporti tra le detenute (soprattutto con Cindy) sia perché in continuità con il finale della scorsa stagione. Purtroppo anche su questo fronte la storyline è stata marginalizzata, perdendo così gran parte delle sue potenzialità, a cominciare dall’evoluzione di Caputo, che quest’anno avrebbe potuto avere un arco sicuramente più strutturato e complesso visto il materiale narrativo a disposizione.

Voto: 6-

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

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