Queer Eye – La storia possibile tra Reality Show e Quality TV


Queer Eye - La storia possibile tra Reality Show e Quality TVQueer Eye è il remake di uno show di grande successo del canale Bravo, che ben quindici anni fa ha inaugurato la formula dei “Fab 5”: cinque uomini gay che grazie alle loro expertise in vari campi, aiutano uomini eterosessuali trasandati e poco fiduciosi in loro stessi ad uscire dal proprio guscio.


Rinnovato per cinque stagioni, dal 2003 al 2007, Queer Eye for the Straight Guy ha avuto un enorme successo, tanto da vincere agli Emmy, essere annoverato tra i migliori show televisivi per diversi anni e poter vantare la replica della propria formula in diverse salse e paesi del mondo. A febbraio di quest’anno Netflix ha deciso di produrne il remake, sempre a firma di David Collins, creatore del format, e cercando dei nuovi favolosi protagonisti. E lo sono veramente: abbiamo Antoni Porowski come esperto di cibo e vino, Tan France, esperto di moda, Karamo Brown, esperto di “cultura” (che detto così potrebbe sembrare più banale di quello che in realtà è), Bobby Berk, esperto di design, e Jonathan Van Ness, esperto di cura del corpo. La formula è molto semplice, per cui in ogni puntata i cinque ragazzi prendono una persona con una storia più o meno particolare alle spalle o comunque significativa, e si catapultano nella sua casa, nella sua vita e nella sua quotidianità per stravolgerla in una settimana. Entrambe le stagioni di Netflix sono ambientate in Georgia e non a New York come nella serie originale.

Queer Eye - La storia possibile tra Reality Show e Quality TV Le prime controindicazioni o pregiudizi che vengono in mente pensando a questo tipo di show sono da un lato la forzatura alla lacrima a cui è sottoposto il pubblico, mosso necessariamente alla commozione, e dall’altro, ovviamente, la sterotipizzazione dei protagonisti, sia dei “Fab 5” che dei vari partecipanti allo show. Non esiste pensiero più razzista che ridurre un essere umano ad una categoria, decidere che in quanto appartenente a tale minoranza/maggioranza abbia quindi delle caratteristiche non opinabili ed innate. Allo stesso modo, però, non esiste pensiero più conservatore che negarne a tutti i costi il riconoscimento, decidere di eliminare qualsiasi tipo di standardizzazione per non cadere nella generalizzazione spicciola. È un equilibrio molto difficile da mantenere, perché è davvero molto sottile la linea che passa tra l’essere un singolo con una propria identità e l’appartenenza ad un gruppo che non sfoci nella semplificazione dello stereotipo. Queer Eye non è priva di difetti, ma grazie ad un’evoluzione coerente riesce a disegnare questo equilibrio, a dare consistenza a questa sottile linea, facendo leva soprattutto sui “suoi” punti deboli per trasformarli in punti di forza.

La prima stagione mantiene quasi esclusivamente invariata la formula originale, e i partecipanti scelti sono soprattutto uomini eterosessuali di classe media che non hanno mai avuto a che fare con ben cinque ragazzi così esplicitamente omosessuali – o almeno non tutti insieme. E qui c’è già il primo tranello in cui si potrebbe facilmente cadere: è così necessario che degli omosessuali facciano piroette, sfilino invece che camminare e parlino in maniera che si potrebbe definire effemminata (detto in senso spregiativo)? Non è un atteggiamento razzista volerli necessariamente così, ovvero apprezzati solo alla fine dagli eterosessuali perché sembrano delle mascotte invece che persone?
La prima forza di Queer Eye è usare il “punto debole del gay” come macchietta per descrivere cinque personalità completamente diverse tra loro. Sembrano stereotipati, tutti uguali, o almeno è così che ce li presenta la sigla e il costante dialogo iniziale dentro il suv in cui presentano la “cavia” del giorno. Ma bastano pochissimi minuti per capire che invece non lo sono: nel corso delle puntate noi li conosciamo, scopriamo le loro storie attraverso quelle dei partecipanti al loro show, e loro si raccontano attraverso le situazioni che vivono e che fanno vivere agli altri.

Queer Eye - La storia possibile tra Reality Show e Quality TV Nel terzo episodio della prima stagione, “Dega Don’t”, i ragazzi conoscono il poliziotto ed ex-marine Cory, nominato direttamente da un suo collega. Cosa c’è di più profondamente maschilista del cameratismo militare, un ambiente da sempre legato alla virilità a tutti i costi e ad un tasso di testosterone altissimo? I “Fab 5” sfondano la porta della caserma e ci fanno vedere quanto abbiamo torto e ragione allo stesso tempo.
Le persone e le situazioni possono essere standard nel senso che sono facilmente replicabili in ogni angolo del pianeta, cosa che rende le storie esemplificative, ma allo stesso tempo raccontano un’eccezione. In altre parole: attraverso lo sfruttamento dello stereotipo la serie costruisce un racconto realistico sul mondo attuale che non scade mai nella didattica, ma che prova a spiegare quale posto hanno i pregiudizi nella nostra vita, a cosa servono e come vanno usati a nostro favore. Ad esempio, nell’episodio appena citato, Karamo ci fa vivere attraverso i suoi occhi come un uomo nero e gay sia spaventato quando viene fermato dalla polizia, a causa di diversi episodi di razzismo occorsi nell’ultimo anno: entrambi sono vittime del pregiudizio che hanno uno nei confronti dell’altro, o meglio nei confronti del ruolo che hanno nella società. Da un lato l’uomo di colore gay, dall’altro il poliziotto bianco, razzista, intransigente. I due, invece, grazie al rapporto che instaurano durante un viaggio in macchina sono “costretti” a ricredersi della loro cecità, riuscendo a confrontarsi a cuore aperto sui quei preconcetti. Queer Eye  presenta il pregiudizio come legittima difesa, per poi creare un ambiente confortevole che lo spezzetta fino a farlo diventare leva per l’apertura, la sintonia, il dialogo.

Queer Eye - La storia possibile tra Reality Show e Quality TVUn altro momento molto significativo della prima stagione è sicuramente “To Gay or Not To Gay” in cui si affronta lo spinoso problema del fare coming out con genitori, parenti e amici. Attraverso la storia di AJ viviamo il sentimento dimidiato di chi conosce la propria identità ma non vuole essere categorizzato, non vuole “sembrare gay”. È la prima vera incursione nel mondo LGBTQ che, agli occhi esterni della maggioranza eterosessuale, appare come una massa di individui che vanno d’amore e d’accordo tra loro, che passano il tempo a preparare il Pride e a parlare di frivolezze. Nulla di più lontano dalla realtà. Di nuovo: grazie allo stereotipo e al contro-stereotipo, arriva uno spaccato limpido di realtà. Certo, il mondo dei “Fab 5” è candido, genuino, naif, ma basta prendere i due estremi del gruppo per capire quanto appena detto: Antoni è un bellissimo ragazzo, che indossa t-shirt dei The National e degli Strokes, che anche a detta dei suoi compari sembra eterosessuale; poi c’è Jonathan che ricalca esattamente l’icona gay in ogni sua fibra. Non vengono da mondi opposti, sono due persone diverse che esprimono loro stesse senza vincoli o limiti, senza preoccuparsi di essere troppo o troppo poco gay.

Queer Eye - La storia possibile tra Reality Show e Quality TV Con la seconda stagione Queer Eye fa il salto di qualità e sforna una puntata migliore dell’altra, trattenendo quel modo tenero e commovente di raccontare anche le situazioni più difficili senza mai in alcun modo banalizzarle. “God Bless Gay” e “Sky’s the Limit” sono i momenti più forti in assoluto. Ad aprire la stagione, c’è la storia di Tammye, del suo strettissimo rapporto con la religione e la comunità, la sua lotta contro il cancro ma soprattutto l’allontanamento di suo figlio Miles, omosessuale, che per questo si è sentito rifiutato sia dalla propria famiglia che dalla comunità. Con lui approfondiamo soprattutto la conoscenza di Bobby, che ha vissuto la stessa esperienza, ovvero si è allontanato dalla sua famiglia fortemente cattolica proprio perché gay. “Sky’s the Limit” è invece la toccante storia di Skyler, ex transessuale, che incontra i “Fab 5” qualche settimana dopo aver terminato la sua trasformazione da donna a uomo. Una storia non solo commovente ma necessaria, in quanto argomento troppo poco raccontato e che ancora una volta fa riflettere i cinque ragazzi su quante sfaccettature ha il gigantesco mondo LGBTQ, e di cui in molti casi non si sa davvero nulla.

Da ragazzi in difficoltà con i genitori, a pompieri che ballano il valzer tra loro, a giovani sindaci repubblicani presi poco sul serio, passando per impacciati uomini che vogliono fare la proposta di matrimonio più bella e spettacolare possibile, la Georgia raccontata dai “Fab 5” racchiude un universo intero, e forse qualcosa in più. E poi, oltre alle tante lacrime di gioia e tenerezza, con loro si ride tantissimo, si impara come organizzare un armadio, a comprare e indossare al meglio t-shirt da H&M (altro grande pregio quello di dare consigli fashion alla portata davvero di tutti. Grazie Tan!), come preparare il guacamole o il punch al whiskey, come ridecorare la vecchia casa della nonna e fare giardinaggio, andare a fare arrampicata o lanciarsi nel vuoto per essere più sicuri di se stessi, ma soprattutto urla a chiarissime lettere che fare la pedicure non intacca in alcun modo la virilità.

Sedici episodi sono troppo pochi e infatti Netflix ha ordinato una terza stagione. Fatto sta che anche così il perimetro è troppo circoscritto: ognuno di noi avrebbe bisogno di loro cinque nella propria vita, per liberarsi di tanti preconcetti su di sé, sugli altri e sull’uso stesso delle categorie, che troppe volte sfocia nell’abuso e nella pigrizia mentale di scoprire qualcosa che abbiamo accanto e che continuiamo colpevolmente ad ignorare.

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Informazioni su Sara De Santis

si narra di lei: nacque nelle lande sconosciute d'Abruzzo, ma qualcosa le diceva che quello lì non era esattamente il suo posto. Circondata da esseri umani, ha provato ad interagire con loro, ma la vocazione incondizionata al commento, alla critica e all'analisi perenne non ha trovato il seguito sperato. Poi un giorno ha incontrato sulla sua strada degli strani mattoncini di fogli rilegati con delle parole impresse dentro: è nei romanzi, quelli veri, che ha trovato la sua dimensione (e una laurea in Lettere, che appesa al muro fa la sua parca figura). Poi sono arrivati il cinema e le serie tv. Per sfogare l'inarrestabile flusso di coscienza ha deciso di scrivere: e Seriangolo fu. Così trovò, anche nel deserto del reale, un luogo abitato dai suoi simili. Una volta raggiunto l'Aleph non si torna indietro (vero amico Borges?).

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