The Deuce – 2×02/03 There’s an Art to This & Seven-Fifty


The Deuce - 2x02/03 There's an Art to This & Seven-FiftyDopo una season premiere cone “Our Raison d’Être”, che si occupava in modo piuttosto evidente di ripresentare personaggi e situazioni a cinque anni di distanza dal precedente season finale, con “There’s an Art to This” e “Seven-Fifty” The Deuce passa ad intenzioni ben più chiare: quasi ogni personaggio che incontriamo è infatti all’interno di un più o meno grande cambiamento, che sia personale o della realtà in cui è inserito – a volte persino entrambe le cose. 

La strada del cambiamento, però, è lastricata di difficoltà: ecco che quindi Pelecanos e Simon, a fronte di una indiscutibile aria di rinnovamento, tirano il freno a mano su altre questioni, mostrandosi sicuramente più generosi con le intenzioni dei singoli personaggi che con le risposte provenienti dal mondo che li circonda. È un’America diversa quella del 1977, eppure certe cose non cambiano – e noi, che viviamo a quarant’anni di distanza, lo sappiamo bene: non possono certo bastare quei cinque anni di time-jump narrativo per regalare ai protagonisti una società che li accetti come persone di colore, come donne, come individui che vogliono allontanarsi dall’aura mafiosa che circonda la loro città.
Per ogni passo avanti ne vediamo quindi mezzo indietro, un movimento che ci garantisce un’effettiva evoluzione, ma senza l’illusione che sia davvero in atto un cambiamento positivo globale.

“I’m not doing any more Daddy Knows Best scenes.”
That’s a fantasy.”
That’s not my fantasy.”

The Deuce - 2x02/03 There's an Art to This & Seven-FiftyL’apertura del secondo episodio è già fortemente significativa delle novità in corso: con un richiamo evidente al pilot, infatti, l’arrivo della ragazza “in cerca di fortuna” non si inserisce più in quella dinamica già vista di “donna da far entrare nel giro della prostituzione”, perché chi arriva è già consapevole di cosa voglia fare: la strada per il porno non è più qualcosa che debba passare obbligatoriamente per il marciapiede, ma si è costruita una via preferenziale e diretta, che taglia (sempre più) fuori i protettori e il loro ruolo, ormai già sbiadito, di intermediari.
Ne è consapevole anche Lori, che ad ogni momento a lei dedicato continua a fare passi che la portano sempre più lontana da C.C. e che riconosce come ormai le ragazze non debbano più avere un background come il suo per entrare nel mondo della pornografia. Non solo: come apprenderà nel corso delle puntate, il proprio successo – tra cui la nomination e poi la vittoria agli Awards per film erotici – non si basa tanto, o solo, sulle sue performance sessuali, quanto su ciò che è in grado di fare oltre a quelle scene; come dirà lei stessa a C.C., “I won this for acting”, cosa che la porta sempre più lontana da lui – il cui unico ruolo è legato alla strada, alla mera questione sessuale – e sempre più vicina all’agente Kiki Rains, interpretata da Alysia Reiner (Orange is the New Black).

Non sarà solo quest’ultima a sottolineare come nell’industria pornografica la recitazione, e dunque l’arte richiamata nel titolo del secondo episodio, sia un tassello fondamentale per lo sviluppo del settore stesso. Lo vediamo anche nella conversazione tra Genevieve Furie e Eileen, che non farà altro che confermare a quest’ultima quello che ormai aleggia nell’aria già da un pezzo: la pornografia deve staccarsi dalla prostituzione, perché, continuando in questa direzione, le donne nei film saranno sempre costrette a ruoli subalterni, sottoposte allo sguardo di una macchina da presa rappresentante del male gaze anche se dietro c’è una donna, e che esalta solo ed unicamente il piacere maschile perché “quella è la fantasia” predominante. È solo allontanandosi da questo schema e osservando uomini che per una volta non sono in perfetto controllo della situazione che si può arrivare a delle trame vere e proprie, portate sullo schermo da attori in grado di interpretare oltre che fare sesso.

The Deuce - 2x02/03 There's an Art to This & Seven-FiftyL’industria pornografica sembra insomma pronta per fare quel salto di qualità sognato da Eileen, ma, come si diceva all’inizio, non tutti sono giunti al punto di distaccarsi dalle loro visioni antiquate e come sempre questo va a riflettersi sulle minoranze: attrici di colore, come Darlene, che vengono pagate meno; potenziali attori, come Larry, che addirittura non vengono nemmeno presi in considerazione, perché la maggior parte dei consumatori di film porno è costituita da uomini bianchi e “they don’t want to see a black guy’s cock. Makes ‘em feel insecure”; registe, come Eileen, che cercano disperatamente fondi per il proprio film e che si sentono ridurre, sempre e comunque, ad un ruolo minore (“Actress/director, right?”) e che infine, nella scelta autodeterminata di non tornare indietro, si vedono spinte ancora più indietro al loro passato da prostitute, con quella richiesta di un rapporto orale in cambio di un assegno.
È nello sguardo di una sempre più brava Maggie Gyllenhaal davanti a quella domanda che ci sembra quasi di vedere l’avvicendarsi di tutti i suoi pensieri, l’analisi dei pro e contro, ed infine la decisione che quell’atto di sottomissione – non tanto il rapporto in sé e per sé, quanto l’accettazione di quella momentanea retrocessione – sia un prezzo che può ancora decidere di pagare, ma solo in vista di un futuro in cui non sarà più necessario.

We all came to an agreement years ago that the Deuce is open for business.

Il motivo per cui Eileen cerca soldi a Los Angeles è talmente alla luce del sole che non c’è nemmeno bisogno di nascondersi: chiedere soldi a New York equivale a prenderli in prestito dalla Mafia. E del resto, se c’è un fattore che in queste due puntate fa da vera e propria costante è la presenza mafiosa, non solo del noto Rudy Pipilo, ma anche del suo contendente, Hodas, che sembra essersi inserito nel giro dei saloni usando ragazze minorenni, immigrate e senza documenti. “Seven-Fifty”, la tariffa per una prestazione base, assurge quindi a titolo del terzo episodio e non senza motivo: non solo infatti preannuncia quello che si prospetta come un conflitto enorme nel Deuce, ma soprattutto evidenzia come la prostituzione stessa sia diventata ancor più di prima un terreno di battaglia, in cui a fronteggiarsi non ci sono più i pimp della prima stagione ma i finanziatori dei saloni, spostando quindi l’intera guerra in ambito mafioso.

The Deuce - 2x02/03 There's an Art to This & Seven-FiftyC’è chi pensa di poterne ancora approfittare, ed è certamente il caso di Vince – piuttosto defilato in questi episodi rispetto alla vita del Deuce, molto più concentrato sulla sua relazione fatta di alti e bassi con Abby –, e poi c’è chi cerca di chiamarsene fuori, esattamente come Eileen: si tratta di Paul e della sua necessità di aprire un locale che sia finalmente suo, fuori dagli schemi di Pipilo e dei suoi scagnozzi. Il piano sembra momentaneamente funzionare, ma sappiamo benissimo – e lo conferma Rudy alla fine del terzo episodio – che è solo questione di tempo prima che Paul stesso venga a cercare protezione nel mezzo della guerra che si sta creando tra lui e Hodas.
E infine c’è Frank, sempre diviso a metà tra manie di innovazione e furti che foraggino la sua vita da giocatore d’azzardo. Se per quanto riguarda la prima questione è più che evidente come il successo della pornografia e la crisi della prostituzione abbiano portato all’esigenza di inventarsi qualcosa di nuovo per i peep show, che diventano così una via di mezzo tra ciò che erano e i saloni, nel secondo caso l’uomo pare vivere sempre e comunque di una fortuna davvero cieca, forse troppo persino per lui: è nel momento in cui Pipilo decide di farlo fuori dai giochi che lui vince, durante una partita a poker, addirittura un negozio, e non si può che storcere il naso davanti ad una coincidenza come questa, che rende il personaggio di Frankie una macchietta a cui tutto è concesso da chiunque, dal fratello fino agli stessi autori della serie.

The Deuce - 2x02/03 There's an Art to This & Seven-FiftyDove invece lo show fa centro, come già preannunciato dalla season premiere, è nella storyline dei movimenti femministi, presentati in questa stagione da Abby – e non poteva che essere lei. La sua decisione di entrare a far parte di un gruppo che si occupi davvero delle donne del Deuce non è altro se non un naturale sviluppo del suo personaggio, ed è in quest’ottica che ricompare Ashley, o meglio Dorothy, che è stata salvata proprio da Abby nella stagione scorsa e che ritroviamo ora come attivista impegnata ad aiutare le donne che lavorano sulla strada, proprio come faceva lei. “It takes one to know one”, si dice in inglese, e mai definizione fu più calzante per un personaggio come Dorothy: lavorare sul furgoncino, offrire qualcosa da bere, un posto caldo in cui riposarsi e soprattutto un luogo di condivisione è esattamente ciò di cui una donna del Deuce ha bisogno – nessuna ramanzina, nessun tentativo di farla scappare o di farle cambiare vita, perché “le loro anime non hanno bisogno di essere salvate”.

Al netto di alcuni punti discutibili, come le vicende di Frankie, e di altri su cui si attendono maggiori sviluppi – Vincent, ma anche l’intera storyline della polizia, che per ora costituisce solo una lunghissima dichiarazione d’intenti –, The Deuce manifesta con questi due episodi la sua volontà di disegnare un mondo perfettamente coerente con l’anima stessa della New York di fine anni Settanta, a metà tra innovazione e abitudini vecchie a morire. David Simon, da sempre impegnato a raccontarci la società per quello che è (soprattutto nelle sue contraddizioni), non smette quindi di darci elementi per fidarci di lui e della sua rappresentazione dell’umanità varia che dominava esattamente quel posto, esattamente in quel periodo.

Voto 2×02: 8+
Voto 2×03: 8

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

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