Doctor Who – 11×01 The Woman Who Fell to Earth


Doctor Who – 11x01 The Woman Who Fell to EarthQuando l’anno scorso, nel giorno della finale maschile di Wimbledon, BBC annunciò Jodie Whittaker come nuova Doctor, una delle fanbase più grandi e rumorose al mondo venne colta da un terremoto di ingenti dimensioni. I soliti (e prevedibili) fischi vennero travolti dalle urla di entusiasmo di appassionati e appassionate che vedevano in questa scelta uno squarcio su un mondo nuovo, la possibilità di una radicale diversificazione della serie, cosa di cui Doctor Who ha per sua natura bisogno.

Dal 2005 BBC ha riportato in vita un progetto televisivo gigantesco, che per tantissimi anni ha raccontato la cultura britannica in modo unico, diventando un vero e proprio punto di riferimento per gli spettatori di tutte le età. Dal ritorno di Doctor Who per dieci stagioni si sono alternati quattro Doctor e due showrunner: Russell T. Davies e Steven Moffat, due fan sfegatati della serie classica e conoscitori maniacali della mitologia dello show. Il primo ciclo, quello di Davies, ha dato l’imprintig estetico-narrativo all’intero New Who, declinando il racconto in modo più drammatico e adottando un approccio fortemente umanistico; il secondo è invece stato plasmato a partire dall’esuberante poetica di Steven Moffat (il quale aveva scritto già alcuni degli episodi più originali delle stagioni precedenti), che ha amplificato l’aspetto ludico dello show, oltre che il ritmo e la brillantezza della scrittura.
Con la conclusione della decima stagione si può tranquillamente parlare della fine di un’era e dell’inizio di un ciclo che parte con pochissime certezze ma anche con una lunga serie di sfide intriganti all’orizzonte. È difficile stabilire quale cambiamento sia più radicale tra il passaggio da Steven Moffat a Chris Chibnall (nuovo showrunner) e quello da Peter Capaldi a Jodie Whittaker. Di sicuro il fatto che avvengano contemporaneamente rende questa premiere tra le cose più attese dell’anno.

Does it suit me?

Doctor Who – 11x01 The Woman Who Fell to Earth“The Woman Who Fell to the Earth” è un titolo decisamente emblematico per questo inizio di stagione, tanto da essere quasi una dichiarazione di intenti. Il tredicesimo Doctor, per la prima volta con fattezze femminili, cade letteralmente sulla Terra enfatizzando la propria natura aliena e arrivando nell’episodio e nella serie come qualcosa di totalmente anomalo rispetto al passato e alla “norma”. Le virgolette sono d’obbligo perché fino ad oggi è stato normale considerare il personaggio principale di Doctor Who un maschio, quando invece si tratta solo di una delle alternative possibili, che, essendo stata l’unica scelta fino a questo momento (e sempre nella declinazione maschio, bianco, britannico), è stata erroneamente identificata come la norma.
Il ciclo di Moffat non è finito con un climax né dal punto di vista emotivo (Capaldi è stato un grandissimo protagonista ma la sua uscita di scena non è stata tra le migliori) né da quello critico e la decima stagione non è stata certo il momento più brillante della gestione dell’autore di Sherlock. Serviva una rivoluzione copernicana e alla BBC hanno pensato bene di creare una protagonista che si allontanasse il più possibile da chi l’ha preceduta, di trasformare la companion in un gruppo dalle caratteristiche variegate e soprattutto di affidare la conduzione dello show ad un autore che, pur essendo come chi l’ha preceduto un fan accanito di Doctor Who sin da bambino e già autore di alcuni episodi delle stagioni precedenti, ha una poetica molto diversa da quella di Moffat.

Right, this is gonna be fun.

Doctor Who – 11x01 The Woman Who Fell to EarthQuesta premiere per certi versi ricorda molto da vicino quella che ha visto l’esordio di Matt Smith nei panni di Eleven, soprattutto per alcune somiglianze strutturali: anche in quel caso il protagonista viene presentato come un elemento profondamente alieno rispetto al resto, chi gli sta accanto è affascinato dal suo carisma e il momento in cui si dichiara al pubblico e al villain di turno arriva al termine di una sequenza con un picco emotivo ottimamente costruito.
Tuttavia, nonostante queste affinità, “The Woman Who Fell to the Earth” dà inizio ad un percorso completamente nuovo che, per riprendere le parole della protagonista, ha il coraggio di evolversi pur rimanendo fedele alla sua essenza originaria. Sotto questo punto di vista la gestione dei nuovi companion è perfetta: la loro presentazione si prende tutto il tempo che serve, anche a costo di posticipare il momento più atteso dal pubblico, ovvero la presentazione dell’attesissima female Doctor. Chibnall sembra voler dire che questa volta la struttura narrativa della serie avrà basi più solide, che il racconto non si articolerà nella formula Doctor vs. tutti (e probabilmente diminuiranno anche i momenti timey wimey), ma affronterà ogni questione mettendone in luce più facce possibili. I compagni di viaggio della protagonista sono un esempio emblematico: tutti molto differenti tra loro, con backstory che rimandano a problematiche specifiche e interpreti capaci di essere efficaci nei momenti ironici ma anche di reggere sulle proprie spalle momenti drammatici (non a caso l’episodio e la sua ciclicità ruotano attorno a un lutto). Anche da questo punto di vista l’approccio di Chibnall sembra essere più vicino a quello di Davies, in particolare per l’importanza che viene conferita a ciascuna delle individualità presentate e per il ruolo dei sentimenti, messi fin da subito al centro del racconto.

We’re all capable of incredible change. We can evolve and still stay true to who we are. We can honor who we’ve been, and choose who we want to be next.

Doctor Who – 11x01 The Woman Who Fell to EarthDa questo episodio d’esordio l’identità sembra porsi come una delle parole chiave della nuova gestione, che anche in questo senso si pone in forte discontinuità con il ciclo di Moffat. La prospettiva non è più quella del Doctor che, quasi fosse un supereroe, guarda la Terra e gli esseri umani dall’alto in basso, come qualcosa e qualcuno da salvare, i cui problemi sono quasi insignificanti rispetto a quelli dell’Universo e ai suoi stessi tumulti interiori.
Sotto la guida di Chirs Chibnall Doctor Who pare essere intenzionato a mettere al centro la Terra e gli esseri umani (l’assenza del Tardis non è un caso), sviluppando un racconto che, a partire dal campione emblematico del gruppo di companion, intende ragionare su un’umanità consapevole dei propri limiti ma anche coraggiosa e determinata a voler continuamente migliorarsi. In questo senso tutti e tre i personaggi presentati, Yasmin, Ryan e Graham, sono immediatamente raccontati come esseri umani tridimensionali, fatti di contraddizioni, ambizioni e paure che tanto hanno a che fare con la costruzione dell’identità. Ed è proprio qui che arriva a gamba tesa l’importanza della nuova eroina – il cui personaggio sarà in gran parte sviluppato a partire dall’identità e dall’autodeterminazione –, pronta a fare da guida al nuovo gruppo di amici (che tra l’altro si conoscono già tutti e la accolgono come in una vera e propria famiglia).

Don’t care how, use your initiative.

Doctor Who – 11x01 The Woman Who Fell to EarthCosa dire della performance  di Jodie Whittaker? Innanzitutto che l’attrice ha fatto un lavoro di personalizzazione del personaggio meticoloso. Come emerge da questa intervista, l’interprete britannica, nel momento in cui Chibnall (che con lei ha lavorato in Broadchurch) le ha proposto questo ruolo, ha immediatamente messo in chiaro la sua scarsissima conoscenza della serie. In realtà – rivela l’attrice – è anche a partire da questa peculiarità che lo showrunner l’ha scelta, dandole quasi carta bianca nella creazione da zero di un personaggio tutto suo, seppur in continuità con la tradizione.
L’attrice dà così forma a una Doctor dalle tonalità cartoonesche, che pur avendo sembianze umane è perfettamente consapevole delle proprie disumane capacità, dimostrando sempre una totale sicurezza in se stessa e mettendo in atto con allegria e coraggio il proprio ingegno, come dimostrato dalla bellissima sequenza in cui costruisce da sé il proprio cacciavite sonico.
Ogni premiere di Doctor Who successiva a una rigenerazione è caratterizzata da una sensazione agrodolce, perché in genere l’entusiasmo per il ritorno della serie amata è accompagnato dalla sensazione di spaesamento e dalla nostalgia per il Doctor precedente. Naturalmente si tratta di impressioni puramente soggettive, però in questo caso la novità è talmente dirompente che ogni paragone (e quindi preferenza) sarebbe inadeguato, o rivestirebbe un’importanza del tutto relativa di fronte alla rivoluzionaria scelta della serie, incarnata alla perfezione da Jodie Whittaker.

Questa ripartenza di Doctor Who è stata anticipata da grandi aspettative e altrettante paure, con fan e hater ad attendere al varco. A visione avvenuta è possibile dire che si tratta del classico episodio post-rigenerazione, con la presentazione della nuova protagonista, del gruppo di compagni di viaggio, con l’impostazione dello stile generale del racconto, che in questo caso sembra giovare di un budget più alto rispetto al passato. Possiamo inoltre dire con certezza che la prima prova è stata ampiamente superata, che una protagonista donna non solo funziona (la premiere è stata l’episodio più visto degli ultimi cinque anni e il lancio stagionale più seguito da dieci anni a questa parte), ma è esattamente ciò che serviva, soprattutto perché Jodie Whittaker, con la sua recitazione frenetica, sfrontata e piena di smorfie, in solo un episodio ha già dimostrato di poter prendere in mano un personaggio di grandissima complessità e modellarlo a propria immagine e somiglianza.

Voto: 8

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Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

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