The Romanoffs – 1×01 The Violet Hour 4


The Romanoffs - 1x01 The Violet HourSettanta milioni di dollari e due anni di gestazione: The Romanoffs è forse l’oggetto televisivo più atteso degli ultimi anni, il che è già di per sé un evento eccezionale in un panorama in cui i nuovi progetti spuntano a ritmo giornaliero e siamo ormai abituati a vedere sempre più associati alla serialità nomi prestigiosi e cifre imponenti.

Il motivo per cui The Romanoffs è riuscita comunque a creare attesa all’interno della Peak TV è sicuramente il suo creatore: Matthew Weiner è una leggenda vivente tra gli autori televisivi grazie al successo di critica e pubblico di The Sopranos e Mad Men, che l’hanno reso uno degli storyteller più amati dal pubblico e più blasonati (ha vinto finora 9 Primetime Emmy). La reputazione di Weiner è anche probabilmente la motivazione per cui un anno fa, alla luce dello scandalo Weinstein, Amazon si è caricata del rischio di produrre la serie senza la TWC che originariamente ne aveva in carico la produzione esecutiva, e anche quella in base alla quale, poco più di un mese dopo, ha preso la decisione (in parte contraddittoria rispetto alla precedente) di continuarne la realizzazione nonostante le accuse di molestie a Weiner stesso da parte di Kater Gordon.

ATTENZIONE: a causa della particolare natura di questa serie antologica, la recensione, pur essendo di un pilot, sarà interamente senza spoiler solo nella prima parte. Ci sarà quindi una sezione spoiler dedicata all’analisi dell’episodio, opportunamente segnalata nel suo punto di inizio e di fine.

Di certo, alla luce di questo primo episodio, è difficile pensare che Amazon abbia deciso di prendersi questo rischio in ragione soltanto dell’intrinseco valore innovativo o qualitativo di The Romanoffs.
Prima di scendere nei dettagli, è doverosa una premessa: trattandosi di una serie antologica da otto episodi autoconclusivi – che narreranno storie di personaggi diversi accomunati dal fatto di essere o credersi discendenti della famiglia reale russa – il grosso del progetto non è ancora sotto i nostri occhi naturalmente, per cui ogni giudizio definitivo può arrivare soltanto tra qualche settimana. Nonostante questo il pilot di The Romanoffs, anche tenendo conto delle note posizioni di Weiner contro il binge watching, deve essere considerato comunque una dichiarazione d’intenti e un metro per giudicare il progetto, anche se non completo né esaustivo. E ciò che emerge dalla visione di “The Violet Hour” non riesce neppure lontanamente a giustificare l’hype, il budget e il sostegno di Amazon in questi anni: l’ottima qualità dei dialoghi, il cast attentamente selezionato (non solo Aaron Eckhart e Marthe Keller, ma anche l’esordiente Inès Melab), oltre al meraviglioso set naturale interno ed esterno di una Parigi da cartolina, non sono sufficienti a mascherare gli enormi difetti di un prodotto che sembra essere figlio di un salto temporale nella televisione di 5 anni fa.

The Romanoffs - 1x01 The Violet HourCome per 
Crisis in Six Scenes di Woody Allen, qui sembriamo trovarci di fronte a un autore innanzitutto disinteressato al mezzo televisivo: i 90 minuti dell’episodio e la sua natura autoconclusiva mettono subito in chiaro non solo il rifiuto di cimentarsi con il linguaggio della televisione contemporanea, ma anche di mettere lo spettatore in condizione di vedere la serie in altro modo che come un film. Weiner sembra quindi intenzionato a un’operazione di cinematic tv portata all’estremo, in cui non solo sono in gioco valori produttivi e star da grande schermo, ma anche la fruizione si deve spogliare dell’ultimo tentativo di somigliare al proprio media per trasformarsi in un altro; in altre parole, la prestige television portata alle sue estreme conseguenze, quelle di non tentare neppure più di somigliare alla televisione.
Difficile però non giudicare ingenua e velleitaria questo tipo di operazione nel 2018, in un presente in cui la
prestige tv è ormai diventata linguaggio consolidato e spesso cliché stilistico, e la sperimentazione dei formati (insieme al sovraffollamento produttivo) stanno portando a una generale consapevolezza che il formato televisivo lungo non equivale necessariamente ad una necessità narrativa, ma è più spesso una semplice dichiarazione di intenti della serie stessa per posizionarsi. Ed è qui la sostanziale ingenuità che si potrebbe intuire in The Romanoffs: l’idea che dilatare a un’ora e mezza la durata di ogni episodio possa automaticamente catturare l’attenzione dello spettatore o vestire la serie di un maggior prestigio, in assenza di un’idea abbastanza forte per sostenere questa durata (torneremo su questo più avanti).

The Romanoffs - 1x01 The Violet HourPerché al di là del fatto che
The Romanoffs abbia lanciato come pilot un episodio che appare obsoleto dal punto di vista concettuale, il vero problema di “The Violet Hour” è quello di essere inconsistente e a tratti sciatto da un punto di vista creativo, e questo si nota fin dai titoli di testa. La strage della famiglia di Nicola II del 1918 rievocata a tempo della musica di Tom Petty che vediamo nella prima sequenza riesce nel discutibile obiettivo di essere simultaneamente didascalica e pretenziosa: il filo di sangue (che ricalca pedissequamente la funzione che aveva la silhouette negli opening credits di Mad Men) è un’azzeccata metafora del messaggio che sembra emergere da questo primo episodio, ma così come il messaggio che rappresenta non contiene in sé nulla di urgente, raffinato o anche solo originale.
Così come i suoi titoli, “The Violet Hour” usa belle immagini per raccontarci ciò che già sappiamo con il tono di qualcuno che si sente titolato a darci lezioni sul mondo, e palesa in maniera più che evidente il suo essere frutto di una scrittura certamente autoriale, ma in cui l’autorialità prende il sopravvento sull’opportunità e sull’utilità.
Questo primo episodio, cui probabilmente e sperabilmente ne seguiranno altri migliori, potrebbe essere portato ad esempio del problema storico del cinema e della tv con i suoi grandi Autori (la maiuscola non è casuale), che spesso ricevono una libertà creativa e un trattamento di favore che rischia di offuscarne la visione d’insieme, producendo episodi come questo o serie come Crisis in Six Scenes: prodotti in cui l’Autore ci impone la propria visione del mondo come se fosse una lettura imprescindibile del contemporaneo, senza rendersi conto che è proprio la sua posizione di privilegio a impedirgli di raccontare il contemporaneo in modo esaustivo.

The Romanoffs - 1x01 The Violet HourLa storia di Anushka, discendente di esuli russi anziana e razzista fissata con la propria dinastia, non fa mistero del suo tentativo di farsi metafora in salsa weineriana della lotta di classe e del conflitto con la propria identità, della propria voglia di farsi grande racconto del contemporaneo attraverso la metafora dei discendenti della famiglia Romanov, ma lo fa attraverso un’impianto semi-favolistico che, invece di problematizzare o analizzare i propri personaggi, li riduce a figure bidimensionali schiave del plot e del confuso messaggio che sembra voler divulgare. Il rapporto prima di scontro poi d’affetto della donna con la giovane domestica Hajar parte come interessante commedia che sembrerebbe rappresentare la possibilità dell’incontro con un “altro” che rispetto ad Anushka è al tempo stesso diverso (per estrazione, per età) e simile (la stessa fierezza delle proprie radici, lo stesso orgoglio) e tenta presumibilmente di farci riflettere sulla fluidità dell’identità contemporanea e sui cambiamenti sociali epocali in atto nel nostro mondo; questo tentativo fallisce però miseramente appena la trama allarga il rapporto tra le due donne al contesto, trasformandolo in una favoletta superficiale in cui Hajar, da personaggio sfaccettato portatore di un’esperienza propria e utile a mettere in luce il conflitto identitario, diventa per metà magical negro e per metà Cenerentola. 

Inizio della sezione spoiler

Dal momento in cui l’episodio cambia registro e passa da commedia brillante a favola, ogni piccolo accenno di tridimensionalità dei personaggi in pochi minuti soccombe alla necessità di far funzionare una seconda parte del plot che non soltanto è poco credibile – cosa in fin dei conti poco importante perché non siamo chiaramente nel regno del credibile, bensì in quello del divertissement – ma anche implausibile al proprio interno senza l’ausilio di personaggi totalmente plot-driven, la cui psicologia e coerenza sono costantemente messe in secondo piano rispetto alle esigenze di un racconto che sembra molto più interessato a portare a termine un grazioso arco narrativo che a interrogarsi sulla funzione di questo arco e sul suo reale interesse. Hajar passa così da persona tridimensionale a cliché narrativo totalmente passivo, da giovane donna intelligente a banale ingénue che non solo si innamora di Greg nel giro di un’unica serata passata insieme grazie uno scambio di banalità sul vivere a Parigi, ma che si pone al centro degli intrighi famigliari come cliché monodimensionale, che attraverso il proprio sacrificio (la rinuncia all’appartamento) conquista l’amore e un posto nella dinastia dei Romanoff. 
Ma i
l trattamento peggiore, e quello più emblematico rispetto a questo problema, Weiner lo riserva alla fidanzata di Greg, Sophie; antagonista che esaurisce la sua funzione nel far sembrare meno disgustose la debolezza e l’opportunismo del compagno, Sophie è inizialmente oggetto di qualche piccolo e occasionale tentativo di dare nuance al suo ruolo di assetata di soldi egoista, che viene però presto abbandonato in nome della necessità di renderla così odiosa da rendere poi accettabile allo spettatore come lieto fine da favola il fatto che il 50enne Greg metta incinta una ragazza di 20 anni con cui ha parlato tre volte e che sostanzialmente ha manipolato per conservare la propria eredità. Anche se Hajar funziona come polo positivo e Sophie come polo negativo, entrambe rivestono nella seconda parte lo stesso ruolo narrativo: infondere senso al personaggio di Greg che resta definito essenzialmente dalla sua mancanza di carattere e dalla sua avidità, eppure è amato da entrambe senza nessun motivo apparente se non un generico fascino all-american e la capacità di corteggiare le donne.

Fine della sezione spoiler

The Romanoffs - 1x01 The Violet HourCerto, a parte alcuni (rari) dialoghi francamente terribili, la riduzione a cliché non solo dei personaggi (soprattutto quelli femminili) ma anche della vita parigina (Sophie che fuma una sigaretta al pronto soccorso) e la progressiva riduzione dell’unico personaggio non bianco a espediente narrativo, “The Violet Hour” offre dialoghi brillanti e spesso taglienti, un’estetica ineccepibile e alcuni momenti di ottima regia come la plongée su Sophie e Greg in spiaggia. E senz’altro The Romanoffs ha in programma altri 7 episodi antologici, che forse offriranno la stessa qualità di messa in scena, probabilmente accompagnata da ben più notevoli picchi creativi, difficili da immaginare alla luce di questo pilot. Detto questo, la domanda che sorge spontanea alla fine di questo primo episodio è se davvero ha avuto senso aspettare così tanto per trovarsi di fronte ad una cosa così piccola, così limitata allo sguardo di un uomo la cui creatività ha contribuito a creare un’epoca d’oro del piccolo schermo ma la cui visione del fare televisione sembra essersi fermata a 5 anni fa e che per ora sembra avere poco altro da raccontare a parte l’ennesimo ritratto della crisi esistenziale dei bianchi benestanti dal loro punto di vista. La risposta è da rimandare alla conclusione di The Romanoffs, ma certo le premesse non potevano essere più mediocri di così.

Voto: 6

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Informazioni su Eugenia Fattori

Bolognese di nascita - ma non chiedete l'età a una signora - è fanatica di scrittura e di cinema fin dalla culla, quindi era destino che scoprisse le serie tv e cercasse di unire le sue due grandi passioni. Inspiegabilmente (dato che tende a non portare mai scarpe e a non ricordarsi neanche le tabelline) è finita a lavorare nella moda e nei social media, ma Seriangolo è dove si sente davvero a casa.


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4 commenti su “The Romanoffs – 1×01 The Violet Hour

  • Roberto

    Più che una recensione, sembra un comizio di una esponente a caso del #metoo. Ne consegue una recensione per assolutamente non obbiettiva e che per metà non riguarda nemmeno l’episodio in questione. Bah.

     
    • Eugenia Fattori L'autore dell'articolo

      Ciao, sono curiosa di sapere cosa della mia recensione non riguarda l’episodio: il senso del progetto nel panorama televisivo attuale? Il trattamento dei personaggi? I meccanismi narrativi che Utilizza? La coerenza tra il messaggio e come viene messo in scena?
      Peraltro, è una recensione, non è obiettiva per definizione. Non avrei mai la presunzione di essere obiettiva, cosa peraltro impossibile, ma almeno argomento le mie opinioni, ti invito ad argomentare le tue.

       
      • Daniela

        la critica è di per sé un fatto soggettivo, il problema è quando non si fa una critica laica ma la si filtra con le lenti di un’ideologia come nel caso di questa pessima recensione (nello specifico una lunga supercazzola che gira intorno all’episodio senza mai andare a fuoco). Il bello è che c’erano millemila motivi per stroncare l’episodio ma sono stati scelti proprio i motivi sbagliati.

         
        • Eugenia Fattori L'autore dell'articolo

          Tralasciando la puerilità del linguaggio, mi pare che ci confrontiamo su livelli intellettuali troppo diversi per discuterne, Daniela. Semplicemente, credere che non ci sia un messaggio ideologico già all’interno dell’episodio e quindi non sia necessario parlarne anche da questo punto di vista, è un concetto di un’ingenuità imbarazzante. Ho espresso nella mia recensione, e in maniera molto estesa, le ragioni per cui questo episodio è un 6 (a voler essere davvero, davvero, generosi), e basta solo andare e vedere gli altri episodi per capire che il discorso sulla serie è confermato pienamente dalla sua continuazione. Ma data la pochezza dei tuoi argomenti, non mi sembra neanche il caso di discuterne seriamente.