
“La Couchette”, premiere di questa seconda stagione, prende le mosse proprio dal pilot della serie, ma in un certo senso fa anche l’esatto opposto: se allora ad essere rinchiuse nell’armadio erano persone che si conoscevano tutte, e che in alcuni casi erano anche parenti, qui a dominare è l’elemento dell’estraneità. La non conoscenza dell’altro, che raggiunge con lo scambio di persona il suo punto più alto, unita alla ristrettezza dello spazio e dunque all’abbattimento di qualunque forma di riservatezza, acuisce la non tolleranza verso il prossimo, portando all’estremo forme di mal sopportazione, di violenza e di totale mancanza di rispetto (persino nelle forme più basiche, come appunto quella nei confronti dei morti).
Oh, fuck. I keep forgetting there’s other people in here.

Le intenzioni sembrano dunque chiare: la lenta ma continua introduzione dei personaggi costituisce un climax il cui apice non è, come potrebbe sembrare, la scoperta del cadavere, ma la scena del mattino successivo e la grottesca spirale di eventi che coinvolge gli uomini della couchette numero 9.
La divisione tra uomini e donne, infatti, è un altro dei punti nodali dell’episodio: in modo forse fin troppo netto, e per certi versi scontato, le uniche persone ad avere un minimo di dignità morale davanti alla scoperta del cadavere sono proprio le due donne, l’australiana Shona e Kath Cook (Julie Hesmondhalgh, Cucumber, Banana & Tofu). Sono infatti solo gli uomini a mostrarsi, per motivi diversi, i più restii a fermare il treno; sono loro quelli che, davanti alla morte di un’altra persona, optano per uno spudorato egoismo e cercano di autoassolversi partendo dal presupposto che tanto non ci sia più niente da fare per l’uomo in questione.
Non sembra dunque un caso che al mattino successivo Kath sia assente dalla scena (benché ritenuta probabile suicida) e Shona si isoli dal contesto guardando fuori dal finestrino per cercare di capire cosa stia accadendo: è agli uomini che viene riservato il momento più esagerato di tutti, in cui il dottor Maxwell e Les arrivano alle mani, mentre il tedesco (ma ancora sconosciuto) dottor Meyer rischia di liberarsi esattamente sulla faccia del morto.

“What’s the other fella coming in at and how can I undercut him without looking like a twat?”
Do you know what I mean?
Arriviamo quindi al “twist” finale, non esattamente un colpo di scena: il personaggio del dottor Maxwell, con il suo atteggiamento precisissimo e pignolo, risulta senza troppe sorprese il responsabile della morte dell’uomo, mentre il volgarissimo tedesco – secondo un gioco di specchi ad ogni modo piuttosto intuibile – si rivela come il vero dottor Meyer, evidenziando l’inutilità di quanto compiuto dal personaggio di Reece Shearsmith – e dunque aggravando, se mai possibile, le conseguenze dell’omicidio.

Shearsmith e Pemberton inaugurano dunque la seconda annata di Inside No. 9 con un episodio che ha nelle performance degli attori – loro due in primis – il suo punto più alto; le intenzioni di base sono molto interessanti, ma lo stesso non si può dire della messa in pratica, che appare piuttosto scontata nella sua elaborazione. “La Couchette” risulta ad ogni modo una puntata godibile, anche se sappiamo benissimo che da una coppia creativa di quel calibro possiamo aspettarci molto di più.
Voto: 7

D’accordissimo con la recensione: è sempre bello vedere Pemberton e Shearsmith, ma si spera che con i prossimi episodi sapranno tirare fuori le loro cartucce migliori 🙂 anche perché questo “La Couchette” è inferiore a tutti quelli della prima annata, soprattutto per originalità e scrittura. Vedremo!
Credo di essere l’unico che non si aspettava un finale simile, nonostante ripensando alla prima stagione ci stava tutto. L’episodio comunque mi è molto piaciuto, vado per il 7,5.
Poi è chiaro che da questi due ci si aspetta qualcosa di ancora meglio.