Dopo una serie di episodi ad alto tasso emotivo, You’re The Worst affianca a questa inedita sensibilità il suo consueto cinismo. Ad un inizio di seconda stagione debole e totalmente dedito all’ironia si è contrapposta un parte centrale densa di contenuti, ed ora che la conclusione si avvicina sembra finalmente regnare l’equilibrio.
“A right proper story”
La capacità di questo show di mettere in scena personaggi stravaganti e situazioni grottesche era assodata, ma lo spettatore più attento chiedeva altro. Le puntate che ci siamo lasciati alle spalle hanno soddisfatto questo bisogno di profondità scavando a fondo nei personaggi – soprattutto in Gretchen – a discapito dell’anima surreale e giocosa che li contraddistingueva. C’è voluto del tempo, ma alla fine i tasselli sono finiti al loro posto e un episodio come “A right proper story” dimostra sapienza nel dosare divertimento e commozione, leggerezza ed intelligenza.
L’arrivo della famiglia di Jimmy dall’Inghilterra sposta l’obiettivo sull’altra metà della coppia ed è il pretesto per rispolverare gag esagerate, ma in particolar modo per conoscere a fondo il personaggio interpretato da Chris Geere. Dal rapporto con i membri della famiglia emerge infatti un Jimmy mai visto finora: sottomesso, impaurito, costantemente bisognoso di approvazione e per questo fragile. Nel raccontare, in modo divertito e critico, come un branco di stereotipati inglesi veda l’America, trova spazio anche una delicata analisi del rapporto padre-figlio, sicuramente la parte più interessante ed emozionale della storia. Jimmy si guarda in uno specchio, vede il fallimento del padre e del suo matrimonio e in questi un probabile futuro; sente per la prima volta la stima dell’uomo ma anche il suo preoccupato consiglio: Don’t do what I did.
Dall’altra parte Gretchen gioca invece un ruolo più defilato, ma non per questo meno importante: si intravedono infatti i primi segnali di incomprensione con il compagno e la sua depressione sembra essere sempre più incontrollabile e profonda. La sua condizione si nota in modo aggressivo e violento proprio perché non al centro del racconto; come un rumore di fondo, leggero ma costante, la sua sofferenza fa da contraltare alla sterile preoccupazione di Jimmy durante la permanenza dei parenti in città.
“A Rapidly Mutating Virus”
Nell’episodio successivo si torna a parlare della malattia della ragazza e la cosa interessante è che lo si fa da un altro punto di vista: si analizza l’effetto che ha sugli altri piuttosto che su di lei. Citando il titolo, potremmo dire che il suo mal di vivere è quasi come un virus, contagioso e mutevole, che si attacca subdolamente a tutti quelli che le stanno intorno. Si parte dalle persone con cui lavora, per esempio Sam Dresden, che sempre più confuso dalla faida interna al gruppo sembra aver perso la testa e il talento; si passa per Lindsay, che sta imparando a proprie spese cosa vuol dire la solitudine; si arriva infine ai personaggi che ne sembrano contagiati anche se non ne avrebbero motivo: Vernon, con la sua esigente amante cibernetica, e perfino Edgar, che, voglioso di farsi accettare dagli amici di Dorothy comincia a fare lo stupido perdendo le sue abituali qualità di gentiluomo.
Tutti sembrano perdere un po’ la ragione a questo punto della storia, sballottati di qua e di là da una vita complicata e banale allo stesso tempo. Ovviamente chi ne risente maggiormente è Jimmy, che vede la persona che ama scivolare via lentamente dalle sue mani e forse non ne capisce ancora bene il motivo. Assistiamo quindi al progressivo distacco tra i due, che si conclude con la crudele confessione di Gretchen e il cedimento del ragazzo di fronte alle avances della provocante barista, l’unica che sembra veramente ascoltarlo. Un virus, come dicevamo, che rende la ragazza fredda, senza emozioni, desiderosa solo di trovare un po’ di calore dentro al cuore; un virus che le fa puntare una pistola in faccia ad una persona, che la fa essere sincera e brutale, che la rende quello che non è mai stata: un mostro di egoismo ed indifferenza.
È innegabile che la storyline del personaggio interpretato dalla bravissima Aya Cash abbia aiutato ad alzare il livello del racconto, portando la trama ad essere quello che tutti speravano: un bellissimo incontro tra la leggerezza di una sit-com e la profondità di un drama; una storia simpatica e a tratti frivola che faccia pensare e, perché no, commuovere. La svolta che serviva è stata costruita con garbo ed intelligenza dagli autori ed è servita ad interrompere la monotonia che la faceva da padrona fino a qualche puntata fa. Svelando volta per volta le tessere del mosaico che si stavano staccando dal quadro, ci è stato raccontato un sentimento difficile da trasferire sullo schermo: il non provare nulla, il sentirsi vuoti, stanchi ed annoiati da tutto quello che ci circonda. Stephen Falk descrive un gruppo di giovani persone alle prese con il mestiere più complicato che esista, vivere, e lo fa non tradendo la natura dello show, ma rispettandola e usandola per non sporcare con delle banalità questo tipo di racconto.
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