
Questi due episodi non ci vanno affatto leggeri, portandoci nel cuore di uno dei focus principali della stagione: la morte vissuta dai vivi.
Stop wasting your life.

L’amarezza del messaggio di American Crime giunti fino a metà di questa stupenda stagione è tutto riversato sui personaggi, tutti infelici della propria esistenza e tutti alla ricerca di qualcosa che li possa salvare, ben sapendo che forse non avranno nessuna possibilità di successo. I protagonisti sono dei walking dead che hanno nella morte (fisica o metaforica) forse l’unica soluzione per uscire da questa impasse, sono morti viventi che addirittura muoiono quasi per davvero per sentirsi bene: la confessione di Coy a Isaac sul dover morire per essere rianimato in maniera artificiale (addirittura andare in overdose apposta per provare quel sollievo che altrimenti non proverebbe mai) è la più precisa e fulgida dimostrazione di come tutti i characters coinvolti stiano affrontando le situazioni che li vedono protagonisti.

Sprecare la vita, in maniera diversa, è anche quello che provano le tre donne principali: Jeanette, Kimara e Shae vivono vite completamente diverse, ma tutte e tre sono alla ricerca di uno scopo, di un significato, che sia dare una mano alla famiglia che ti tratta come l’ultima ruota del carro, avere un figlio dall’amore di una vita e capire perché il mondo è così brutto e cattivo, cercando una via di fuga che forse non c’è. Tutte e tre, come gli altri personaggi, cercano un modo per imboccare questa via: sognare una vita diversa.
Tell me about my son.

La ragazza ruba un telefono solo perché ha una fotocamera: il suo obiettivo è quello di fermare per sempre nel tempo immagini che la colpiscono, che la fanno sognare, che le dicono che forse un po’ di bellezza, dopo tutto, a questo mondo è rimasta.
Dall’altra parte c’è la struggente scena di Luis che sfoglia lentamente l’album dei morti, foto di persone trovate senza vita e che nessuno ha mai riconosciuto. La lenta consapevolezza del padre del ragazzo mentre sfoglia quelle pagine ci ricorda che la fotografia immortala anche momenti terribili, che forse era meglio fare sbiadire: la faccia tumefatta del cadavere di Teo cozza incredibilmente con l’immagine di immaginifico stupore di Kimara quando vede le foto di Shae – scena resa ancora più forte dal fatto che noi non vediamo nulla, ma possiamo solo immaginare.
Vedere la realtà attraverso le foto è una grande metafora, che abbraccia anche il messaggio di American Crime: gli autori ci stanno raccontando questa storia sbagliata di uomini e donne che altro non sono, nella realtà, che la trasposizione fisica di un Paese alla deriva.

Le fotografie costringono a vedere, che è diverso dal guardare: una foto la si può “vedere” per ore, notando decine di dettagli che soltanto guardando non si noterebbero neanche. Ed è quindi un’altra foto che ci rimane in mente, una che in realtà non abbiamo mai visto veramente: quella che Luis porta avvolta in una bandana per non rovinarla, quella che passo dopo passo lo porta a vedere suo figlio per l’ultima volta in bianco e nero, tumefatto e senza vita. La foto di Teo – probabilmente sorridente, come tutti lo ricordano – viene sostituita di punto in bianco da una pistola, simbolo per eccellenza di violenza e morte. Ed anche qui il riflesso di qualcosa che non funziona: anche un brav’uomo come Luis è costretto a farsi giustizia da solo.

Inserendo anche nuovi personaggi – con il graditissimo ritorno di Timothy Hutton – queste due puntate confermano lo show come uno dei più riusciti degli ultimi anni, assicurandoci che anche questa volta il dipanarsi delle vicende umane che racconta non ci lascerà affatto indifferenti, comunque vada a finire.
Voto 3×03: 7½
Voto 3×04: 8

Stagione 3 semplicemente meravigliosa.
Superiore anche alle prime 2 imho e non era per nulla facile.