
John Ridley ci ha abituati a una serie antologica, partendo da un grande evento/tema e seguendo la cascata di conseguenze che ne derivano; tutti i personaggi erano coinvolti da quel fatto e tutte le storyline secondarie nascevano da una costola di quel crimine americano che cambiava ogni anno. Cosa succede però se l’evento principale non è più qualcosa di singolo (come l’omicidio della stagione uno e lo stupro della due), ma qualcosa che succede quotidianamente a milioni di persone diverse tra loro? La terza annata di American Crime cerca di dare una risposta a questa domanda, scegliendo come soggetto i lavoratori sfruttati di tutta l’America: raccoglitori di pomodori, prostitute, tate, ma si potrebbe continuare l’elenco all’infinito.
Aver messo sullo stesso piano omicidi, stupri e sfruttamento sul lavoro fa capire immediatamente l’opinione del creatore Ridley sull’argomento: questa scelta è già una dichiarazione molto forte, una denuncia, anche se tramite mezzo televisivo, ad un sistema sottovalutato a causa di grandi interessi economici. La terza annata dello show sta assumendo dei forti connotati politici, molto più delle stagioni precedenti – anche a causa dei cambiamenti in America post 8 novembre, data delle ultime elezioni. È chiaro l’intendo di Ridley di collegarsi alla stretta attualità: l’autore ha basato gran parte della sua produzione su temi etici e in questo caso sembra che voglia andare anche oltre, non smuovendo solo la coscienza delle persone, ma lanciando un vero e proprio messaggio politico, che possa avere conseguenze sulla vita delle persone.

Il punto debole della rivoluzione che ha interessato gli ultimi tre episodi sta nel fatto che la stagione non ha una vera e propria trama principale come invece era successo in passato e i personaggi non riescono ad essere interiorizzati dal pubblico perché li ha incontrati per la prima volta da poco e subito gli sono stati tolti. Appurato che Ridley abbia voluto raccontare delle storie del genere non per spettacolarizzare l’attualità ma per far riflettere, ci si deve chiedere se questo utilizzo dei protagonisti sia efficace o se il voler sperimentare troppo abbia prodotto uno show molto a fuoco su certi aspetti, tralasciandone del tutto altri; la risposta non è per niente ovvia. John Ridley avrebbe potuto seguire due percorsi: una prima strada in cui umanizzava fortemente i personaggi, facendoceli conoscere a fondo e personalizzando la loro situazione di schiavi moderni, e una seconda, in cui un gran numero di situazioni ci venivano proposte, tante da non darci il tempo di preoccuparci per il singolo caso, ma facendoci subito capire le proporzioni del fenomeno. Ridley ha scelto il secondo metodo, che più si adattava allo scopo con cui si è approcciato a questa annata dello show.

Per tali motivi la terza stagione di American Crime è la meno coinvolgente, ma è quella che ha il fine più alto delle tre, puntando il riflettore su un problema tanto diffuso quanto normalizzato. Il tema dello sfruttamento dei lavoratori avrà poco appeal sul pubblico – e il calo drastico di spettatori ne è la prova –, ma offre ancora tanti spunti di riflessione proprio per il suo forte legame col presente. Il messaggio che Ridley ci ha voluto trasmettere è già arrivato forte e chiaro, ma è altrettanto ovvio che il palcoscenico da cui lo sta lanciando non sia adeguato: l’ottavo e ultimo episodio chiuderà una stagione di altissimo livello, che, su un altro canale, avrebbe fatto la storia.
Voto 3×05: 8
Voto 3×06: 8
Voto 3×07: 8+

Se c’e’ stato calo di spettatori ne sono davvero molto dispiaciuto.
Per me anche questa terza serie e’ una grandissima serie Tv che tira dei cazzotti violenti ma reali in faccia al telespettatore e concordo appieno con i tuoi voti finali .