
E lo fa, intelligentemente, non indugiando come in altri episodi sul dolore e il punto di vista della perdente ma raccontando il punto di vista di entrambe, impedendoci così di parteggiare per l’una o per l’altra e lasciandoci soltanto impotenti spettatori di fronte a un dramma che in un’altra vita, in un altro mondo, avrebbe forse potuto avere un lieto fine.
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“Ogne bella scarpa ‘nu scarpone addeventa c’ ‘o tiempo e cu ll’età” (Totò, Sarchiapone e Ludovico)
Il grande Totò sosteneva che la morte è una livella, che alla fine accumuna tutti e porta appunto sullo stesso livello il ricco e il povero, come per il nobile e il netturbino della famosa, omonima poesia ‘A livella. Ma le donne di Feud sanno bene che la verità è un’altra: la vera livella per il sesso femminile è la vecchiaia perché qualunque donna, che sia la più bella, la più intelligente o la più talentuosa, raggiunta una certa età diventa invisibile e questa esperienza inevitabile finisce per accomunare tutte.
Lo sa bene anche Helen Hunt, che dirige “Abandoned!” con evidente consapevolezza e con l’occhio di un’interprete che tantissimo ha in comune con le protagoniste – anche lei attrice, non più giovane e vincitrice di un Oscar – e soprattutto con Bette Davis, con cui condivide una bellezza non convenzionale e che non a caso le ha fruttato i ruoli migliori della sua carriera dopo i 40.
Time did that all on its own, as it does to us all.

La Hunt sfrutta con perizia il plot del backstage di “Hush… Hush, Sweet Charlotte” così come i primi episodi avevano fatto con “Baby Jane”, ma il cambio di setting va di pari passo con la sensazione della tragedia imminente, con un generale senso di declino, solitudine e invisibilità. La livella della vecchiaia condanna le protagoniste all’invisibilità e all’impotenza in due modi completamente diversi ma complementari e speculari: da una parte la bellezza di Joan che sfiorisce la spinge ad attaccarsi ad essa con sempre più ostinazione, fino a tentare di sedurre il medico dello Studio che ne deve dichiarare lo stato di salute; dall’altra la superiorità intellettuale e professionale di Bette, finalmente alla pari con lei da un punto di vista estetico, non la spingono ad aiutare la collega ma ad affossarla sempre di più, in una sorta di vendetta ex post per il trattamento ricevuto in giovinezza. Ma ciò che Bette sembra non riconoscere e non vedere è che questo trattamento non l’ha mai ricevuto da Joan: l’ha sempre ricevuto dagli uomini che le circondavano.
“How did it feel to be the most beautiful girl in the world?”
“It was wonderful, the most joyous thing you could ever imagine. And it was never enough.”
“How did it feel to be the most talented girl in the world?”
“It was great. And it was never enough.”

Ma persino Bette, che dichiara di avere sul comodino una copia di The Feminine Mystique di Betty Friedan e ne consiglia la lettura alla figlia, non esita a piegarsi docilmente poco dopo alle regole della società organizzandole il matrimonio, probabilmente ben consapevole della limitatezza delle possibilità di scelta di una donna della sua epoca, così come lo è stata Pauline al momento di tentare la strada della regia.
La faida tra Bette e Joan ha radici ben più profonde della rivalità professionale o della vanità e dell’egocentrismo da star di Hollywood: è la messa in scena teatrale ed esagerata di un dramma collettivo dell’intera popolazione femminile, che nella stessa epoca non si consumava tra le luci di un set o sul palco degli Oscar ma nella chiacchiera ovattata dei salotti, nelle piccole sgarberie quotidiane, nel pettegolezzo e nel sistematico tentativo di riportare all’ordine e alla sottomissione qualsiasi donna che osasse varcare i confini di ciò che era permesso e lecito alla categoria.
“As the camera came in closer, she had an expression on her face of wanting it intensely. She glowed from within. Her skin came to life … It was utterly sensual, erotic. Her close-up was ecstasy. Joan Crawford and her camera. It was the greatest love affair I have ever known.” (George Cukor)

Eternamente intrappolate nei rispettivi ruoli della bella e dell’intelligente, Bette e Joan hanno interiorizzato i propri ruoli sociali così profondamente da non riuscire più a distinguere tra la persona che hanno di fronte e ciò che su di essa proiettano le loro personali insicurezze; nutrite e cresciute in un mondo che ha fatto dell’invidia e della competizione l’unico carburante e l’unico strumento da poter utilizzare per emergere, finiscono per utilizzare gli stessi strumenti per distruggersi a vicenda anche nel momento in cui sarebbe stato più semplice e logico fare fronte comune.
Perché quando non resta più nulla, quando la bellezza finisce e il talento resta sprecato per mancanza di un giusto obiettivo verso cui indirizzarlo, l’unica cosa che resta è ciò che per anni è stato arma e rifugio: il sarcasmo e il cinismo per Bette e l’atteggiamento da diva ostinata e melodrammatica di Joan. Magre consolazioni, ma pur sempre consolazioni, in un mondo che ha fatto di tutto per ridurle a cliché e alla fine ci è tristemente riuscito.
Voto: 8
