
L’ambizione narrativa ha garantito qualità e intuizioni al fulmicotone e i temi a taglio “escatologico” sono stati tradotti con mestiere nella forma dello spettacolo.
“The Most Powerful Man in the World (and His Identical Twin Brother)” non contraddice questa tendenza: la esalta, confezionando un episodio folle, pieno di realismo magico. In definitiva un momento di televisione altissimo.
.
“C’è una crepa in ogni cosa, è da lì che entra la luce” Leonard Cohen
“Il caos è ordine non ancora decifrato” Josè Saramago
D’altronde, quale mossa è più ardita di scrivere cosa succede dopo la morte? Le aspirazioni della serie non hanno mai risparmiato su fede, ragione, destino: termini da filosofia di base e allo stesso tempo punti fondamentali per ogni forma di racconto a stampo filosofico. La puntata infatti affonda a piene mani nell’intenzione di raccontare una situazione “metafisica”, senza però la presunzione saccente di chi vanta la verità in tasca. Certo, è difficile sbagliare su questioni che nessuno propriamente conosce: a ciò che non conosciamo possiamo dare qualsiasi significato. Anche grazie a questa libertà incondizionata il risultato è eccellente. La responsabile è una sceneggiatura capace di costruire una meccanica narrativa autosufficiente, che non ha vergogna di dirsi ridicola (anche attraverso i suoi stessi personaggi) e che è propensa a sperimentalismi vertiginosi. Il prezzo da pagare è una serie di riferimenti concettuali a maglia stretta, utili per connettere i dettagli e allineare le immagini. Damon Lindelof e Nick Cuse (figlio di quel Carlton che aiutò Lindelof a sviluppare Lost) da questo punto di vista sono stati brillanti: nudi e disarmati davanti al rischio della delusione o della faciloneria, hanno allargato l’orizzonte delle potenzialità narrative, portandolo ai suoi estremi.

A incorniciare l’incorniciabile, una voce nell’orecchio che ricorda una proclamazione non dimenticata, introducendoci al coup de théâtre che spariglia carte e incredulità. Riportare gli spettatori a quel misterioso momento sul ponte, dove Kevin incontrò David Burton, aka God, è la controprova di una scrittura che si autoalimenta senza sovraccaricarsi e che disdegna scorciatoie o trucchetti semplici. Il disegno è puntuale a impostare le regole dell’assurdo con la logica cristallina di chi stringe i fili e sgomitola le matasse, in questo caso organizzando una trama apparentemente canonica, con un assassino e il suo importante bersaglio, per poi rivoltarla dal dentro al fuori.

È il risultato di un percorso gravoso, passato attraverso il dolore e reso virtuoso dall’accettazione della fragilità. Kevin ha toccato con mano la follia, l’ha abbracciata, ha espulso il malessere interiore ed è imploso come una testata nucleare che piove dal cielo. Ha provato l’amore e assieme la paura. La densità delle emozioni eleva al cubo tutte le immagini accumulate nell’episodio e libera la commozione davanti a un atto di decostruzione che è in realtà, perdonate l’ossimoro, una ricostruzione: quella di un uomo smontato dalle proprie debolezze, che vuole sempre tornare a casa allontanandosene e che ama cercando di colmare le distanze scavate da lui stesso. Questo settimo episodio, sulla scia degli altri, si rivela essere quindi il ritratto di un uomo spezzato e gigantesco, nella proporzione (biblica forse?) in cui ogni uomo è spezzato e gigantesco. Il punto di rottura spalanca la verità e immerge di luce sia la morte virtuale (mentre cadono i missili) sia il risveglio, e riporta il discorso alla questione dei gemellini e del cancro.

La capacità di convogliare tutti questi estremi in una scrittura pulita e chirurgica è un grande merito. Allo stesso modo l’interpretazione di Theroux, in un unicum con le sferzate improvvise e i passi leggiadri del Nabucco, grida all’applauso, come gridano all’applauso l’attenzione per il comparto fotografico, stilistico e tecnico. “The Most Powerful Man in the World (and His Identical Twin Brother)” è infatti un episodio sensazionale, perfetto per i criteri che caratterizzano la serie e summa delle sue migliori virtù. Scheggia di arte che ci resiste e pervade di un senso sublime. Con il ritorno nell’affascinante realtà laterale, la resa dei conti per Kevin e per le sue verità interiori, non si poteva fare di meglio. Siamo saliti sul tetto e non siamo pronti per scendere. Resta solo da chiederci: “E ora?”.
Voto: 10

Ha un che di soddisfacente vedere la scritta finale “Voto 10”, è molto raro vedere qualcosa di tale bellezza
Questa ultima stagione di “Leftlovers” è veramente straordinaria e ha toccato punte di assoluta eccellenza. Ma questo ultimo episodio, anche se complessivamente buono, non mi ha convinto del tutto. La terza incursione di Kevin nell’ “afterlife” è narrata con toni che sfiorano in più punti il registro del grottesco (Kevin che spara alla vicepresidente con noncuranza, il militare che lo salva sulla spiaggia dall’uomo che lo sta per uccidere, gli ammiccamenti di Patti, ecc, ecc). Credo che sia una scelta stilistica deliberata, che rende la “morte” di Kevin simile a materiale onirico che prescinde dai vincoli di causalità e verosimiglianza, ma, a mio giudizio, non è stata una scelta felice. Come se gli autori, nel voler esplorare fino in fondo il repertorio di possibilità offerte dall’incursione nell’al di là, si fossero fatti prendere la mano e avessero calcato i toni fino a rendere il segmento pasticciato e narrativamente improbabile. Del resto, Lindelof ha sempre dipinto l’afterlife con toni, a mio giudizio, irritanti e poco felici: basti pensare alla sequenza finale di Lost che assomiglia a una reunion da ultimo giorno di scuola, con i protagonisti che si abbracciano mentre Ben -che deve ancora espiare le sue cattiverie- rimane fuori dalla chiesa. Quindi, per quello che vale, non condivido la valutazione espressa (ho dato “7” alla puntata) anche se la stagione finale di “leftlovers” continua ad apparire come una delle produzioni in assoluto migliori di questi ultimi anni.
Io sto controllo mostruoso del dispositivo narrativo, è proprio quello che fatico a vedere… Io vedo uno che ha scritto la sceneggiatura a pezzi e a bocconi perché non sapeva dove sarebbe andato a parare da una stagione all’altra. Io vedo tanto surrealismo, che amo sia chiaro, amo Bonuel etc… ma dal carattere gratuito e riempitivo di chi allunga la minestra non di chi intende aggiungere senso (cosa che ha il diritto di fare nelle più diverse forme), perché approfondire certi filoni narrativi ad esempio di carattere sociologico circa il movimento dei colpevoli sopravvissuti (molto tirati lì anche loro) sarebbe stato molto più arduo… Poi benissimo le parti oniriche, ma non giustapponendole gratuitamente perché non si sa dove sbattere la testa… Aggiungo inoltre che queste fughe oniriche del protagonista riguardano più la sua personalissima situazione non concentrandosi come avrebbero potuto della sua reazione psicologica al fenomeno della dipartita. Grande prodotto comunque dal punto di vista formale… Il vero capolavoro è però l’ultima puntata della terza stagione che ritorna sulle questioni insolute con una straordinaria profondità psicologica ed esistenziale, metafisica, fanta-scientifica che avrebbe potuto offrire spunti per l’intera serie e la vale tutta… Ed invece per troppe puntate la sceneggiatura va a spasso ed in stallo distraendosi e deviando dal grande potenziale sociologico e filosofico, che ritorna preopotentemente appunto nella 10ima puntata. Insomma si pongono grandi questioni e poi si va avanti per giustaposizioni senza approfondire. Peccato.