
Parte 1
Meccanica di base: cosa sono cable tv e OTT
Parlando del termine streaming si necessita subito di una specifica di stampo linguistico: la partecipazione di realtà digitali al discorso motiva terminologie mutuate in primis dall’inglese e poi dalla semantica informatica. Proprio per questo bisogna scegliere se usare il termine produzioni streaming o OTT. Malgrado l’eleganza della locuzione completa vinca a mani basse sul minimalismo dell’acronimo, per evitare confusioni contenutistiche sarà utilizzato il secondo termine. Non ultima una motivazione concettuale: è meglio specificare che – quando sarà avviato il confronto tra i modelli – nel descrivere e/o analizzare ‘lo streaming’, il termine OTT permetterà di discernere facilmente le piattaforme informatiche accomunabili da una struttura simile dai distributori che nascono come veri e propri soggetti streaming, vero centro delle querelle. Tre i legittimi nomi da citare: Netflix, Amazon, Hulu. Sono questi ultimi i cosiddetti ‘prodotti sopra la rete’, a galleggio dentro una nuvola digitale e rodati dalla freschezza del nuovo millennio.

Quest’ultima non ha la sicura al grilletto, anzi. Le reti premium (HBO, Starz, Showtime, Cinemax) si concedono una libertà totale in ogni campo affrontato, dal sesso alla violenza fino ad ignorare i cosiddetti tabù televisivi. Paradossalmente però la catena sopra citata aggancia con la sua logica schiavizzante anche questo sistema governato dalla libertà espressiva: gli abbonamenti premium sono molto costosi e questo garantisce l’indipendenza dalla pubblicità ma non dal pubblico, unico bersaglio d’interesse e inflessibile legislatore. Per le premium è ridotto (gli indici di ascolto sono relativi se non inutili agli occhi della produzione) ma comunque determinante: quello che conta sono gli abbonamenti e di conseguenza ancorarsi a un gruppo di fedeli ‘seguaci’, con grandi produzioni e prodotti eccellenti.
Parte 2
La crepa nel televisore: dalla New Golden Age alla Peak Tv, brevissima storia di una trasformazione
Ma facciamo un passo indietro, un attimo fuori dal ring. Si parlava di una spaccatura: come ci siamo arrivati? Non si tratta, anche se è facile pensarlo, dell’artificiale separazione tra prodotti delle reti via cavo e i prodotti OTT, bensì della formazione di un prima e dopo nella cronistoria del mondo seriale. Prima e dopo sanciti dall’incursione di nuovi partecipanti digitali, che hanno provocato una bipolarizzazione del cosmo seriale non indifferente e mai esistita prima. Se un tempo infatti le differenze più esasperate si trovavano tra le diverse linee editoriali di reti via cavo in competizione tra loro, oggi la serialità è caratterizzata e coordinata da questi due punti fermi (la cable tv e gli OTT), quasi come una linea obbligata a passare da questi. E se è vero che sono questi stessi punti ad aver posto le basi per un confronto, è anche vero che la comparazione è tale da legittimare un intervento in retrospettiva che riveli le dietrologie di questo zenit dicotomizzato.

La figura dell’autore non a caso è perfetta per trovare un punto di contatto tra le due epoche: nata grazie a scrittori/registi che hanno trasformato progetti potenzialmente fallimentari in gemme leggendarie, capaci di raccontare storie appassionanti trovando modi nuovi per farlo, questa figura ha trovato modo di essere profeta nella patria della Peak. È accaduto prima grazie alla florida e oltre decennale carriera di personaggi come David Lynch, David Simon, Mattew Weiner e molti altri che anche nel nuovo millennio hanno reso le serie tv terra di idee, innovazioni e passioni; poi grazie all’intensificazione progressiva di registi, sceneggiatori e attori passati dal cinema alla TV, in un trend migratorio che negli ultimi anni ha formato serie dalla qualità sempre più alta e da un taglio autoriale sempre più definito al di là che delle facili distinzioni tra piattaforme e reti via cavo. La Peak Tv non è quindi soltanto il risultato di un processo trasformativo che ha mantenuto le coordinate disegnate dalla New Golden Age (pur modificando il passo di andatura e il ritmo di cadenza), ma è anche termine ultimo di un’equazione particolare e dettagliata, in grado di armonizzare i poli del sistema.
Parte 3
Tra il cavo e il computer: trova le differenze

Il metodo di distribuzione è centrale. Per quanto riguarda la cable tv, sia essa basic o premium il discorso non cambia: palinsesto convenzionale, programmazione settimanale, forte attaccamento a quelli che alcuni definiscono tecnica da feulleiton. Nessuna svolta considerevole da questo punto di vista, piuttosto la rivelazione di un cambiamento sotterraneo e recente. Negli ultimi anni infatti alcune delle produzioni cable hanno virato su un formato antologico; è stata probabilmente una risposta agli antagonismi e alle peculiarità distributive delle produzioni in streaming, risposta egregiamente coordinata da uno dei più importanti autori della scena contemporanea, Ryan Murphy. Quest’ultimo si è dedicato quasi esclusivamente a serie antologiche, dimostrando l’abilità di architettare strutture dotate di un tappeto stilistico di base, da cui partire per formulare storie differenti.
La struttura antologica, che sta riscontrando molto successo (American Horror Story, American Crime Story e Feud sono di Murphy, ma anche True Detective è un buon esempio), è una eccellente alternativa a prosegui stagionali, in uno scenario che, rispetto al primo decennio del secolo corrente, ormai assiste alla lenta diminuzione di long drama, in favore di formati propensi a restringimenti sia negli episodi che nelle stagioni. Da notare che al seguito del successo tellurico della formula degli OTT, le reti cable hanno aperto piattaforme streaming (da differenziare però con gli Over The Top, come predetto) con cui è possibile fruire contenuti, addirittura formando serie pensate appositamente per quel tipo di locazione. È un inedito punto di contatto, che conferma sia il fascino dell’equazione distributiva pensata da Netflix, sia le conseguenze di una vibrante competizione, dove tutti sperimentano tutto cercando di restare tecnologicamente rilevanti e allo stesso tempo determinanti sul piano dello spettacolo.

Paradossalmente, per esempio, il primogenito di Netflix, seppur con differenze sostanziali, è quanto di più vicino ci sia al canone della distribuzione settimanale. La prima stagione di House of Cards infatti fu distribuita in un solo giorno, ma è la serie stessa a legittimare sentori di somiglianza con prodotti della premium cable. È più chiaro se si specifica che Netflix la lanciò sul mercato in competizione con la HBO, scegliendo nomi di peso cinematografico (Kevin Spacey e David Fincher come regista dei primi due episodi) per il remake di un successo inglese omonimo, i cui episodi fossero nominati come capitoli di un romanzo. La metafora del romanzo sussiste: comprato in una volta sola, posso leggere/vedere quanti capitoli voglio. Netflix così si pone a cavalcioni sul crinale che separa lo sperimentalismo dal convenzionale, trovando una propria dignità e coerenza strutturale supportate, non in ultimo, da un coraggio creativo invidiabile.

In ultimo, la libertà creativa e la censura. Abbiamo già specificato quanto la pubblicità incida su questi due punti e, ragionando in quest’ottica, se si volesse stilare una scala che premi il più creativamente libero ci si dovrebbe fermare di fronte al pareggio degli OTT con la premium cable sul primo posto, seguiti dalla basic cable. Nel panorama seriale odierno il controllo esercitato sui propri soggetti creativi è quanto mai importante, e la padronanza dei vincitori a pari merito lo testimonia: la possibilità di giocare con qualsiasi forma espressiva e contenutistica punta dritto a un’esperienza completa, che solletichi lo spettatore e lo pungoli. La creatività e i modi per raggiungerla definiscono un distributore, il suo sistema e il modus operandi con cui aggancia i desideri del pubblico. Non è un caso allora che la ricerca del controllo espressivo sia sempre al primo posto, anche in reti non premium o in distributori ‘non sopra la rete’.
Conclusione
La serialità di oggi è un sistema che colleziona attributi positivi: dalla tentacolare varietà dei contenuti fino all’elevazione vertiginosa della qualità media dei prodotti, passando per la strutturazione di nuove forme di racconto e affondi nelle mitologie delle serie che furono. Una vera e propria costellazione contenutistica a guinzaglio degli occhi, dove il soggetto spettatore sceglie come muoversi, dotato di una libertà arbitrale aperta a impulsi e ispirazioni, passaparola e liste stilate dalla critica. In tutto questo banchetto, capire come funzionano le dinamiche che avvicinano cable tv e OTT può essere utile o forse addirittura determinante. Non si tratta di scegliere il vincitore in una sfida all’ultimo episodio; piuttosto, si tratta di di prendere nota di parallelismi e armonie che – con l’emergere di differenze, peculiarità e affinità – raffini la scelta e permetta di muoversi con cognizione di causa. O di grandezza in questo caso.

Bel confronto, ma eccessivamente prolisso. Va bene quando si sta scrivendo di una puntata di una serie televisiva, di un film o di un qualsiasi prodotto artistico, ma in questo caso mi è parso esagerato. Il confronto è passato quasi in secondo piano, si è data troppa attenzione alla forma (c’è un uso spropositato, a mio avviso, di termini complessi e poco comuni) e poca alla sostanza. Il confronto vero e proprio si potrebbe riassumere in due righe. Vi consiglio di “semplificare” la trattazione di questi temi, ne va (sempre secondo me) della bontà di quello che scrivete.
Ciao magicblack, mi spiace che ti siano arrivate più le soluzioni formali che i contenuti dell’approfondimento. Riguardo alla prolissità, si è cercato di raggiungere una lunghezza proporzionale all’importanza della questione, centrale ora più che mai ( e davvero difficile, almeno per me, da riassumere in solo due righe!)