
Lo spettatore seriale medio avrà certamente fatto caso all’ondata di rielaborazioni, riadattamenti e riprese che sta travolgendo la televisione più o meno recente, quasi infestata da veri e propri fantasmi di storie che non riescono a trovare un epilogo che sia veramente tale. Si tratta di un fenomeno che sicuramente trascende il medium televisivo ma che ha avuto modo, in quest’ultimo, di declinarsi in maniera del tutto particolare dando vita a forme espressive ormai codificate. Quello che a prima vista potrebbe essere letto come un periodo di stagnazione creativa è, invece, una fase estremamente prolifica che ha visto il consolidarsi di nuovi e peculiari generi televisivi che obbediscono esplicitamente alla logica della ripresa e del riferimento quali il remake, lo spin-off o il revival. Lungi dall’essere creativamente poveri o pigri, questi tipi di show riflettono, piuttosto, il particolare contesto storico-culturale in cui si sono trovati a svilupparsi traducendo sul piano estetico parte del sentire contemporaneo.
Qualche linea guida
Il riutilizzo di materiale tradizionale o comunque già formato non è, certo, prerogativa del solo processo creativo contemporaneo. La televisione, così come ogni altra espressione artistica, non è estranea ad un tipo di creatività che si riferisce ad altro da sé – non compresa come ex nihilo, per intenderci: il progetto che ha visto collaborare Netflix e Marvel (di cui abbiamo parlato in un altro approfondimento), ad esempio, come ogni prodotto che ruota intorno all’universo supereroistico, segue i dettami del racconto mitico per cui la versione “madre” del racconto trascende in qualche modo le singole opere che la ripropongono e di cui sono essenzialmente dei semplici adattamenti.

Diversi intellettuali vi direbbero che questo tipo di fenomeni non è che una manifestazione del postmoderno, ovvero di una categoria storico-culturale che definisce il periodo di tempo che va dagli anni Ottanta a oggi (facciamo astrazione, per amore di semplicità, di buona parte dei dibattiti in merito) come una sorta di strascico dell’ondata di ottimismo progressista che aveva caratterizzato la Modernità, e che vi si oppone per i sentimenti generalizzati di sfiducia e stasi. Da qui l’insistenza sulle figure del Passato attraverso i filtri del disincanto (spesso ironico) e della nostalgia. A questo si aggiunge l’idea che le forme artistiche siano ormai quasi completamente subordinate alle logiche della produzione (che nell’era della Peak TV diventa sovrapproduzione). Netflix e la sua voracità onnivora di ogni forma artistica – compresa quella tradizionalmente indie, si pensi a Easy – è un esempio significativo: non a caso è stata la piattaforma streaming a promuovere buona parte dei revival nell’ultimo periodo (Una mamma per amica, la terza stagione di Black Mirror) sulla scia di una brillante intuizione commerciale.
Conseguente o complementare è stato poi il mutamento del gusto fruitivo dello spettatore più sensibile alla nuova cornice storico-culturale che, come dicevamo, oltre che più nostalgico si è fatto anche più cinico e considera ormai come ingenui, ipocriti o retro valori come l’autenticità o l’originalità. Sembrerebbe, come avrebbe detto Umberto Eco, che sia andata perduta l’“innocenza del dire” e che il discostarsi da un tipo di discorso diretto sia perlopiù oggi percepito come un segno di raffinatezza stilistica e di spessore intellettuale.

Piccolo dizionario illustrato
“Remake”: con questo termine si intende letteralmente il rifacimento di un’opera senza allontanarsi dal medium dell’originale. Il genere definisce quindi un fenomeno tutto interno alla televisione e si è perlopiù affermato in conseguenza di una tendenza statunitense a rifare serie d’oltreoceano o comunque estere (pensiamo a uno Shameless o allo Skins americano, remake degli omonimi britannici o al già citato film per televisione Death Note, remake dell’anime giapponese) o passate (Battlestar Galactica o Beverly Hills 90210). Il genere ha il suo interesse anche e soprattutto nel permettere un confronto tra diverse modalità di fare televisione distanti nel tempo (remake di serie vecchie da parte dei contemporanei) o geograficamente (remake di serie estere da parte della televisione statunitense).
Una breve nota va dedicata a dei fenomeni che non rientrano nella definizione stretta di remake ma che sono comunque interessanti come il già citato Fargo di Noah Hawley (che trascende il semplice adattamento transmediale per dare vita ad un vero e proprio universo narrativo a partire dalla poetica dei fratelli Coen) o alla tendenza sempre più marcatamente antologica di alcune serie (American Horror Story, True Detective) che danno quasi l’impressione di un incessante “rifarsi” ad ogni nuova stagione.
“Revival”: il termine indica il genere televisivo che nasce dalla ripresa di una serie precedentemente cancellata, e quindi dal tentativo di far rivivere una narrazione ormai terminata con la produzione di nuovi episodi. Ne abbiamo già citato alcuni esempi, ma ci sembra giusto spendere qualche parola in più per quel grande evento televisivo che si sta confermando, di episodio in episodio, Twin Peaks: The Return. Un grande autore come Lynch ha saputo, infatti, cogliere in pieno lo Zeitgeist contemporaneo con tutte le sue contraddizioni interne: la forza agrodolce della nostalgia risiede nella tensione insita al concetto di ritorno che è, al contempo, desiderato e impossibile. I personaggi di Twin Peaks che ritroviamo nel Ritorno sono allora tutti o caricaturalmente statici (Lucy e Andy, ad esempio) o costantemente rivolti verso il passato perduto: una delle più belle figure che ci restituiscono Lynch e Frost, in questo senso, è il viso di Bobby che si deforma dal pianto.

“Spin-off”: è per definizione un genere derivato che ha per scopo l’approfondimento o l’ampliamento di alcuni aspetti della narrazione originale. Basti citare Better Call Saul, che si concentra sul personaggio di Saul Goodman di Breaking Bad, o The Good Fight derivato da The Good Wife per dare due esempi di prodotti che hanno saputo eccellere nel difficile compito di bilanciare le componenti di omaggio e riferimento alla serie “madre” e un certo grado di dignità e autonomia. L’operazione dello spin-off è estremamente delicata anche dal punto di vista fruitivo perché non dovrebbe, sulla carta, precludersi la possibilità di raggiungere ogni tipo di pubblico, quello vergine così come quello che già conosce la serie d’origine.
La “creatività della ripresa”

Better Call Saul, Shameless o Twin Peaks fanno del riferimento ad un’altra opera, ad un altro show già concluso o comunque autonomo, la propria matrice creativa e l’occasione di riflettere in modo comparativo e metanarrativo, secondo un gusto tipicamente postmoderno. La serie “madre” viene allora ampliata, riformulata, tradotta o riproposta in un diverso contesto temporale o geografico. Si tratta, in definitiva, di generi che rispondono ad una particolare domanda storico-culturale e che portano avanti, in questo senso, il lavoro di ricerca e sperimentazione estetica in televisione, anziché farlo stagnare, come potrebbe forse sembrare ad un occhio frettoloso.
