
Il Presidente degli Stati Uniti d’America sembra essere il pallino che gli showrunner non riescono a togliersi dalla testa, proprio come fanno i protagonisti in scena; scavando appena sotto la storyline principale, che segue l’ascesa al potere di Kai, troviamo un lungo discorso su Trump e sull’umanità che l’ha votato e che va avanti a sostenerlo. La stagione continua saldamente a fare un lavoro di critica aspra nei confronti non tanto del Presidente in quanto tale, ma di tutto quello che gli ha permesso di arrivare così in alto nella scala del potere; il breve intervento della candidata al consiglio comunale Sally Keffler sottolinea in modo netto questo concetto. La donna, così come Murphy e Falchuk, attacca la spazzatura che ha attirato le mosche, facendo un discorso molto più ampio e articolato rispetto ad un attacco diretto e violento verso quei politici dalle idee discutibili. Non c’è peggior affronto che minimizzare la pericolosità del proprio nemico e per questo Kai in prima persona farà esplodere il colpo di pistola che ucciderà la sua rivale politica. Questo è l’intento anche della stagione in generale, quello di svelare tutte le contraddizioni di coloro che recentemente hanno conquistato posizioni di prestigio a livello politico nel panorama americano, sfruttando le paure più profonde della gente e riuscendo a inculcare nelle loro menti il timore di essere in pericolo.

Ma non solo di politica si parla in AHS Cult; a differenza del passato, quest’annata si sta rivelando piena di spunti per una riflessione ad ampio spettro, che possa toccare tutti i più importanti temi dell’attualità anche sociale. La rivalsa della giornalista Beverly Hope in “Holes” e il discorso recitato da Meadow in “Mid-Western Assassin” sembrano dare la possibilità a Murphy e Falchuk di esprimere brevemente la loro opinione sul femminismo 2.0, alimentato in modo massiccio dai social e più in generale dalla rete. Sembrerebbe che ai due autori interessi sottolineare un aspetto di questo fenomeno, l’altra faccia della medaglia, il risvolto di un movimento prima di tutto culturale e positivo per definizione. Il racconto di Meadow descrive la sua condizione: “I hated myself for being so weak, trapped by feminist expectations” dice la donna, che dovrebbe essere protetta da quegli ideali, ma ne diventa vittima; il femminismo, portato al limite, diventa un altro produttore di standard da raggiungere, perdendo ogni sua funzione di liberazione femminile. Si aggiunge solo un altro paio di catene, ancora più difficili da spezzare perché imposte da qualcuno che dovrebbe starle vicino, da qualcuno che – in teoria – la vorrebbe più libera. L’unica soluzione che trovano Beverly e Meadow è comportarsi nel modo peggiore possibile, raschiare il fondo del barile per avere la certezza di non poter andare ancora più a fondo. Così fanno, iniziando ad uccidere per far dilagare caos e paura, distruggendo prima le proprie certezze e poi quelle degli altri, per dare la possibilità a tutti di affidarsi ad un capo forte e carismatico – in questo caso Kai –, che potrebbe anche non volere il loro bene, ma che almeno le libera dal fardello di essere responsabili del loro futuro (“Every day faced with the failure, until Kai finally set me free“). Questa è l’obiezione che Cult sembra muovere al femminismo moderno, che, però, non sembra essere una critica tout court a quelle idee, ma solo all’intransigenza con cui viene applicata in alcuni contesti e realtà.

Per questo, gli episodi cinque e sei di American Horror Story: Cult risultano soddisfacenti, per il forte legame con il presente, per la franchezza con cui vengono affrontati certi temi e la voglia di approfondirli; se solo questa stagione fosse un po’ meno violenta e didascalica nel parlare di politica, alleggerendo la comprensibile veemenza che gli autori riversano nel loro racconto, avrebbe un tono un po’ meno di parte, senza comunque portare gli autori a rifiutare le proprie idee, che hanno tutto il diritto di esporre.
Voto 7×05: 7+
Voto 7×06: 7½
