
Anche all’interno di un racconto corale decisamente restio a mostrare le proprie carte, non è difficile individuare le tracce di un percorso comune, un filo conduttore che leghi tematicamente i vari protagonisti. In “What Kind of Bad?” questo punto di contatto sta nel desiderio di affrontare l’elasticità della morale e dei principi se messi alle strette dalle circostanze o dalla necessità. Non si tratta di un tema innovativo, né ci troviamo di fronte ad un’angolatura spiazzante o particolarmente originale per affrontare la questione; gli aspetti che in questi primi cinque appuntamenti continuano a fare la differenza sono la cura dei dettagli e la capacità di dar vita ad un universo crudo e palpitante.
I earn my money. […] You have no idea what we have to deal with around here.
Il principio su cui è fondato The Deuce è una sorta di democrazia al ribasso, in cui Vincent Martino, Candy, C.C., Rudy Pipilo e ogni altra comparsa fanno parte dello stesso sistema equo, dove ognuno è soggetto ai medesimi problemi e alle stesse speranze frustranti. In un sistema che si regge sulle interrelazioni dei suoi interpreti i protagonisti sono, a loro volta, forgiati dal sistema e dipendenti da esso.
Le ambizioni di un uomo come Vincent sono collegate alla messa in discussione dei principi morali: come Lori in “I See Money” avrebbe dovuto lasciar perdere i soldi facili e la relativa sicurezza delle sveltine in galleria per garantirsi un’entrata fissa con un lavoro più pericoloso, per tutti all’elevarsi delle aspirazioni corrisponde una crescita del rischio.

A ben vedere il discorso sui principi morali è un tema che lo show porta avanti dalle prime puntate, immergendoci a turno i vari protagonisti. Per Vince tutto ciò si traduce nella scelta sofferta di farsi coinvolgere maggiormente nei loschi traffici della malavita. Ai dubbi pratici legati alle conseguenze di un bel tuffo nel mare dell’illegalità si somma la ritrosia dell’uomo nei confronti dello sfruttamento della prostituzione. Vince è un ottimo conoscitore del sistema vigente ed è in grado di sfruttare le conoscenze per far fiorire il locale accogliendo ogni genere di avventori; al tempo stesso è perfettamente consapevole delle dinamiche in atto nel quartiere e restio ad inserirsi nel giro di soprusi e violenza.
You’re in pain, that means you gotta work on your hands, bitch.
Ciò che è estremamente visibile, anche all’interno di una società che non risparmia i propri prigionieri, è il trattamento svilente e mortificante riservato alla figura femminile. In un quartiere in cui la vicinanza forzata di razze, orientamenti sessuali e mestieri ha creato un ecosistema basato sulla reciproca accettazione, le donne alla base della piramide sono alla completa mercé di chiunque sia abbastanza privo di scrupoli da approfittarne. La pornografia, nonostante la totale assenza delle tutele e della sicurezza dei nostri giorni, può diventare un’aspirazione per una donna come Candy, il modo per sfuggire alla violenta prigionia dei marciapiedi.

The Deuce si conferma capace di non farsi attrarre dalla tentazione didascalica o dall’ebbrezza del dramma a tutti i costi. Nel dichiarato intento di ritrarre un processo, ricostruisce uno spaccato che trasuda realismo, in cui i marciapiedi ingombri di spazzatura, gli ingorghi, i clacson e le chiacchiere da bar restituiscono un’indovinata espressione della quotidianità. Gestendo con sapienza le esigenze narrative, lo show di Simon e Pelecanos dimostra di padroneggiare l’arte del suggerimento: nulla è messo lì per caso ma, al tempo stesso, molto è soltanto sussurrato e le storie narrate non sempre vanno inquadrate in un disegno generale. Sono semplicemente storie.
Voto: 8
