
Soprattutto agli inizi, questo discorso è sempre rimasto interessante grazie alla sua capacità di esplorare il legame stesso che sussiste tra le due cose: c’era un vizio o un elemento umano di fondo e un dispositivo che lo metteva drasticamente a nudo, ma la parte più interessante stava proprio in come questa messa a nudo avveniva. Si creava così una sorta di equilibrio, che riusciva a bilanciare l’elemento personale di storie spesso ammiccanti a strutture ben note e quello della riflessione sul progresso e i rischi (o, in qualche raro caso, i benefici) che ne derivano; era fondamentale, soprattutto, la coesione del quadro generale, che riusciva a valorizzare entrambe le dimensioni senza sbilanciarsi troppo verso un lato o l’altro.
Questo tipo di struttura è stato ripreso nei migliori episodi della scorsa stagione (“Nosedive” e “San Junipero”) ma volontariamente abbandonato in altri, scegliendo di concentrarsi sul racconto umano in sé e lasciando l’elemento tecnologico a rivestire un ruolo quasi marginale nella storia (si pensi a “Hated in the Nation” o “Shut Up and Dance”). “Arkangel” è radicalmente diverso da questi ultimi, in quanto l’obiettivo è chiaramente quello di creare un episodio sul modello delle prime stagioni, in cui la tecnologia torna ad assumere un ruolo essenziale: manca, tuttavia, quel fondamentale elemento di coesione di cui si parlava prima, e la qualità del racconto ne risente sensibilmente.

Il messaggio di fondo non è particolarmente illuminante, ma nella prima parte funziona piuttosto bene: la caratterizzazione della figlia rimane comunque subordinata alla dimensione della madre, la cui mania di controllo è efficacemente veicolata dall’utilizzo del dispositivo Arkangel. La madre è la protagonista della prima parte, e si crea una potenzialmente interessante riflessione sulla necessità di venire a patti con la crescita e l’allontanamento della figlia: come si diceva, il racconto mima una costruzione già vista, ma parla dell’argomento attraverso uno strumento che ne scopre delle nuove sfumature.
La seconda metà è quella che scopre i difetti dell’episodio: l’attenzione si sposta prevalentemente sull’evoluzione della figlia, ma la madre rimane il personaggio in cui identificarsi per la riflessione sulla tecnologia. Si creano quindi due dimensioni poco equilibrate, che cozzano costantemente tra di loro: da un lato c’è la crescita della figlia, gestita un po’ troppo scolasticamente secondo i topoi da film indie a cui si ispira; dall’altro veniamo saltuariamente rimandati all’ossessione per il controllo della madre, che, non ricevendo l’attenzione necessaria, fatica a far evolvere il tema dell’episodio. Il discorso sulle varie implicazioni del dispositivo si ferma, e la seconda parte sviluppa senza particolari guizzi la storia lanciata dalla prima: la conclusione rimane quindi scontata e un po’ forzata, soprattutto se si considera il grandissimo potenziale mai sfruttato che a tratti punteggia l’episodio.

In sostanza, “Arkangel” soffre di un problema di equilibrio: è un episodio che a tratti assume i contorni del racconto di formazione di ampio respiro, mentre in altri momenti ci riporta nel pessimismo e nel fatalismo che caratterizzano la scrittura di Charlie Brooker, passando da un registro all’altro senza intrecciare in maniera coesa le due dimensioni. Il risultato è una puntata dagli spunti e dalle idee molto interessanti, costellata da ottime performance e un ritmo ben gestito, ma che perde nel quadro generale, riuscendo a sviluppare un racconto riuscito nel suo ritorno alle origini della serie solo per metà.
Voto: 6½

Secondo me la violenza finale non è causata dal fatto che la bambina ha avuto attivo sempre il parental control, anche perchè nella puntata non c’è nulla che faccia pensare che la ragazza non abbia sviluppato la capacità di distinguere il bene ed il male. Semplicemente col parental control attivo la ragazza oltre a non vedere non prova emozioni verso quello che sta accadendo. Buona recensione ma forse un filo troppo critica verso una puntata comunque ben girata, che funziona e che è da black mirror al 100%. Ovviamente non la trovo al livello delle vette della serie.
In realtà a me pare che di sequenze mirate all’esprimere l’incapacità di controllarsi e di trovare “una via di mezzo” per Sara ce ne siano: penso, in primo luogo, a quando si punge da sola il dito sporcandosi la faccia di sangue, alla prima esperienza sessuale (in cui la sua unica fonte di ispirazione sono i video porno che aveva visto), la cocaina, eccetera. Mi sembra chiaro un sottotesto di quel tipo, e l’assenza di emozioni, come l’hai chiamata tu (io parlerei più di assenza di empatia), è una delle conseguenze principali del parental control, che, ripeto, a mio avviso sarebbe dovuto essere sviluppato di più: la scena finale mi è sembrata proprio un’esasperazione delle conseguenze di questo “blocco”. Già in questo modo rimane un po’ forzata (come dicevo, la riflessione in proposito non è mai stata sviluppata del tutto), ma se come dici tu non fosse proprio collegata col parental control in generale, allora funzionerebbe ancora meno.
Per il resto, d’accordo sul fatto che sia una puntata “da black mirror”, ma, ripeto, manca una certa coesione del quadro generale che nelle prime stagioni era più forte; arrivati alla quarta stagione, poi, il rischio di raccontare un po’ le stesse cose è alto, soprattutto con un formato di questo tipo (ma questo è più un discorso generale, slegato dall’episodio singolo).
Perfetta recensione Pietro, pensi che possiamo parlare di un’occasione sprecata? C’era del potenziale nella prima parte che non è stato sviluppato abbastanza, la seconda parte è stata troppo banale e scontata.
Grazie mille magicblack! Sì, decisamente, occasione sprecata mi sembra perfetto per descrivere un esperimento dagli spunti interessantissimi (l’estetica da indie, le riflessioni potenzialmente molto potenti sul tema dell’episodio) ma che non riesce a gestirli nella maniera giusta. Un difetto, purtroppo, che Black Mirror sembra avere in più di qualche caso negli ultimi anni.