
Stiamo parlando infatti di una serie antologica nella quale ogni episodio fa storia a sé e l’unica cosa che rimane invariata per tutta la stagione è la location: la stanza 104 di un motel statunitense, non meglio localizzato geograficamente. Viene spontaneo associare questa configurazione a Black Mirror, probabilmente lo show che in questi anni ha contribuito maggiormente – grazie alla sua qualità e al successo ottenuto – a rilanciare questo tipo di prodotti, ed effettivamente si individuano alcuni punti di contatto, seppur esclusivamente a livello concettuale, tra le idee alla base delle due serie televisive: i fratelli Duplass, così come Charlie Brooker soprattutto nelle ultime due stagioni, scelgono di spaziare molto tra i generi narrativi a loro disposizione, proponendo episodi molto diversi tra loro per struttura narrativa, tematiche introdotte e caratteristiche tecniche. Importante menzionare anche la notevole influenza di Inside No.9, gioiello della televisione britannica creato da Reece Shearsmith e Steve Pemberton, che con Room 104 condivide anche l’ambientazione al chiuso, oltre che il format.

È proprio il lato avanguardistico e sperimentale l’aspetto più interessante di Room 104, un aspetto che avevamo già inziato a notare parzialmente con il pilot “Ralphie“: questo emerge in tutta la sua potenza ed esplosività nella parte centrale della stagione, composta da un dittico di episodi che rappresentano, per motivi diversi, le potenzialità infinite dello show. Stiamo parlando di “The Internet” e “Voyeurs”, due storie totalmente diverse e stilisticamente agli antipodi: se nella prima si fa della verbosità e del linguaggio il principale motore della trama, la seconda è caratterizzata dall’assenza di dialoghi e veicola la narrazione attraverso il linguaggio del corpo delle due attrici coinvolte. Quest’ultima, infatti, rappresenta il livello massimo di sperimentazione visiva offerta dalla serie, capace di raccontare la vita della protagonista, una domestica infelice sospesa tra passato e futuro, attraverso l’arte del balletto e della danza interpretativa. L’episodio, scritto e diretto dalla coreografa Dayna Hanson, rappresenta la commistione di generi per eccellenza e, proprio per la sua atipicità, non sarà unanimemente apprezzato.

Nonostante si sia detto – e non lo si vuole negare – che non esista un vero fil rouge tra le vicende dei diversi ospiti della stanza 104, se si passa ad un livello superiore di interpretazione notiamo come ci si trovi quasi sempre di fronte ad individui in lotta, o semplicemente in comunicazione, con il loro passato recente o lontano. È il caso per esempio di “Boris”, la storia di un tennista sul viale del tramonto che si confronta con l’esperienza traumatica della guerra e di come il proprio talento lo abbia reso un superstite; la pesantezza del senso di colpa è però un elemento ricorrente, lo ritroviamo infatti anche in “I Know You Weren’t Dead”, nello straniante “The Knockadoo”, in “The Missionaries” e nello struggente “My Love” che chiude la stagione. Ancora diverso il rapporto tra la protagonista di “Phoenix” e il suo recente trascorso; sfuggita ad un incidente aereo approfitta della situazione per fuggire e provare a ricominciare una nuova vita, nonostante si debba confrontare con il peso di abbandonare la propria famiglia.

Room 104 è un prodotto complesso e innovativo, frutto della creatività di numerosi autori, tra sceneggiatori e registi – dei quali più della metà sono donne, un dato non indifferente – che ha nella sua volontà di avventurarsi nei territori meno battuti della serialità una delle sue armi vincenti. Non tutti gli episodi centrano questo obiettivo – la struttura non impone neanche di doverli vedere per forza tutti –, ma il progetto dei fratelli Duplass, se analizzato nella sua interezza, è di considerevole spessore, soprattutto alla luce di piccoli gioielli come “The Internet”, “Voyeurs” e “Red Tent”. La recente diffusione delle serie antologiche come Room 104 – tra cui inseriamo anche Philip K. Dick’s Electric Dreams e Lore – è un valore aggiunto al panorama televisivo contemporaneo che, saturo di prodotti di altissima qualità, è destinato ad evolversi e a sperimentare per non implodere in se stesso.
