
A farne le spese, come si diceva, sono stati e saranno prodotti come le summenzionate, ma anche Patriot, Transparent o Mozart in The Jungle, piccole perle che portavano sul piccolo schermo atmosfere da Sundance Film Festival, raccogliendo il plauso della critica nonostante la fatica a far breccia nel cuore del grande pubblico.
Uno degli esempi più interessanti e piacevoli di questa prima ondata di produzioni Amazon è stata Red Oaks – creata da Gregory Jacobs e Joe Gangemi e prodotta da Steven Soderbergh e David Gordon Green – che nell’ottobre scorso ha visto andare in onda la sua terza e conclusiva stagione, mettendosi in salvo dalle esecuzioni delle ultime settimane.

Non bisogna lasciarsi ingannare dall’ambientazione oziosa e da questa breve descrizione: Red Oaks è molto di più della superficie da revival anni Ottanta con cui si presenta agli spettatori. Sotto di essa si nasconde un dramedy sensibile sul coming of age, sulla difficoltà di prevalere sui tempi e sulle circostanze e sul timore di non saper rispettare il proprio potenziale.
Ecco, dunque, quattro motivi per recuperarlo.
È molto più di un omaggio agli anni Ottanta
La confezione con cui lo show si presenta prevede body fosforescenti e pantaloncini cortissimi ed esageratamente sgambati, ma non è la satira sugli anni Ottanta ad interessare il lavoro dei creatori. Gli stereotipi presi in prestito dal periodo si rivelano fin da subito un abito troppo stretto per i protagonisti che, fin dal pilota, si sforzano di travalicarne i limiti: la ragazza ricca, l’amico fattone o il fotografo cascamorto sono solo dei punti da cui partire per dimostrare di essere personaggi molto più sfaccettati e moderni.
È stato pensato da amanti del cinema
Nelle aspirazioni registiche di David troviamo l’indizio più importante ad avvalorare questa tesi, ma tutto lo show è impregnato di cinefilia e riferimenti cinematografici più o meno nascosti, che spaziano da Rohmer a Kubrik, da Truffaut a Scorsese. Soprattutto, Red Oaks dimostra di voler portare avanti l’eredità di un certo modo di fare cinema, quello, per esempio, del John Hughes di Breakfast Club o dei lavori più recenti di Richard Linklater (Boyhood ed Everybody Wants Some!!), assumendosi la responsabilità di descrivere la vita come timore e orgasmo ma, più di tutto, come un movimento costante in compagnia del primo per raggiungere il secondo. La ricerca dell’essenza nella struttura, dell’amore, dell’amicizia, del successo, è prima di tutto ricerca di se stessi e su se stessi, un’operazione in cui anche le vicissitudini più negative assumono una funzione catartica lungo un cammino che procede imperterrito.
Ha la virtù di lasciare con il sorriso

È un elogio al coraggio di provarci
Red Oaks racconta la storia di persone che, in un modo o nell’altro, riescono al di sopra delle possibilità dello stereotipo a cui fanno riferimento. Che siano vincoli personali, di ristrettezza mentale, di carattere o semplicemente finanziari (un altro tema affrontato con sensibilità ed efficacia sorprendenti è quello del conflitto di classe e generazionale), tutti i personaggi vivono la tensione di liberarsi da questi vincoli per scongiurare il rischio di vedere le occasioni scivolare via da una presa non sufficientemente salda. Al tempo stesso la serie riconosce il potere trasformativo e costruttivo del coraggio di provare: ogni passo, che sia in avanti o anche laterale, è un passo nella giusta direzione.
Lo show creato da Gregory Jacobs e Joe Sangemi è uno dei migliori racconti di formazione trasmessi negli ultimi anni ed è particolarmente adatto a chiunque apprezzi prodotti con una venatura ottimista, ai nostalgici di Scrubs, a quanti in una serie cercano un’ottima colonna sonora o l’impronta marcata della regia, ma questo consiglio non è riservato solo a queste categorie. Red Oaks è in grado di stimolare la produzione di serotonina e, in quanto tale, è una visione consigliata a tutti. Resterete stupiti dalla facilità con cui le vicende di un country club sapranno avvincervi e, quando vi ritroverete a vedere gli ultimi episodi della terza stagione, vi sembrerà di trovarvi nel quarto d’ora finale di un classico degli anni Ottanta: il film sta per finire, è arrivato il momento dei saluti ed è sorprendente come tutti quanti vi mancheranno.

Guardata la prima stagione, carina ma nulla di memorabile, se non per l’episodio del body swap… Droppata dopo la première della seconda… Buona da guardare nei momenti di magra estivi, ma oramai l’estate è finita! 😛