
La prima annata dello show ideato da Melissa Rosenberg ha il merito di aver costruito un personaggio femminile ben caratterizzato e originale, con un’attenzione particolare al bilanciamento tra i diversi generi attraverso i quali si dipanava la storia: lo psico-dramma, il noir, il crime e l’action. La narrazione prendeva le distanze dallo schema che aveva reso grande Daredevil – che era stata l’apripista sulla piattaforma streaming per gli eroi cittadini Marvel – e riusciva a mantenere il focus principale sul rapporto doloroso e violento tra Jessica e Kilgrave, il riuscito e terribile villain interpretato da David Tennant.
Dopo aver analizzato i pregi della prima stagione della serie sembra quasi maleducato cominciare a parlare male della seconda, eppure non si può fare altrimenti: questa non ha niente a che vedere con la prima ed è probabilmente una delle cose peggiori che Netflix abbia rilasciato negli ultimi tempi. Non è facile, infatti, trovare qualcosa da salvare in questa stagione: tutti gli elementi che la compongono appaiono come un miscuglio di mediocrità e presunzione, una confezione appena sufficiente per una storia inconsistente e priva di un qualunque guizzo originale.

Le altre tre storyline riescono perlomeno a variare, un minimo, il raggio di azione narrativo dello show senza però riuscire ad alterare il piattume generale della stagione. Jeri, per esempio, deve fare i conti con la malattia e con la consapevolezza di non poter vincere la morte: colei che ha sempre avuto il controllo su tutto e tutti ora deve arrendersi. Seppur molto didascalica, si può dire che la sua crescita caratteriale è quella più godibile, passando dalla negazione alla disperata ricerca di una via d’uscita – l’affidarsi alle presunte abilità taumaturgiche di Shane – fino alla consapevolezza del suo crollo emotivo e la ripresa del controllo.

Malcolm, invece, si trova nella posizione di non essere valorizzato dal suo datore di lavoro e si mette all’opera per migliorarsi e raggiungere la consapevolezza delle sue capacità, il tutto mentre rivela i suoi sentimenti per Trish – anche se la relazione tra i due non viene mai più ripresa rivelando un altro buco di scrittura – e capisce di non aver superato del tutto le sue dipendenze. Anche in questo caso il tema è toccato solo tangenzialmente, privilegiando la frattura tra il personaggio e Jessica, nell’ottica di porlo come antagonista della donna in futuro – Malcolm, infatti, accetta l’offerta di lavoro di Pryce, un altro investigatore privato, competitor di Jessica.
Se i personaggi principali rivelano dei difetti di scrittura clamorosi, è quasi superfluo parlare di tutti quelli che fanno da contorno al plot: a partire dal già citato Pryce Cheng, fino al Detective Costa, a Karl Malus e a Inez, nessuno di questi riesce a liberarsi dalla bidimensionalità del loro ruolo, funzionale alla trama e poco più.
Trama debole e personaggi evanescenti o scritti male, quindi; a completare il quadro di una stagione disastrosa si deve obbligatoriamente parlare di una confezione poco curata e assolutamente non all’altezza degli standard che – almeno in questo campo – Netflix non ha quasi mai disatteso. Le – poche – scene d’azione nelle quali si mettono in mostra i poteri di Jessica e di sua madre sono realizzate in modo maldestro, alle volte con errori registici o effetti speciali talmente dozzinali da non poter quasi credere di essere di fronte alla stessa produzione della prima stagione. La regia non ha personalità e non riesce ad incidere in nessun caso, restando anonima fino al termine della stagione; nemmeno il ritorno di Kilgrave – seppur momentaneo e perlopiù inutile – con le allucinazioni visive di Jessica, potenzialmente stimolante e interessante, riesce a dare la scossa ad un comparto tecnico non pervenuto. Poco meglio la colonna sonora che, tuttavia, da sola non può davvero essere sufficiente ad una produzione di questo livello.

Privata delle sue fondamenta narrative e minata da aspettative forse troppo alte, questa seconda stagione di Jessica Jones è la dimostrazione di come sia estremamente facile creare un pessimo prodotto anche nell’era televisiva attuale e di come la qualità non sia appannaggio di qualunque show, nemmeno se può contare sul grande sforzo produttivo di Netflix. Il fallimento in questo caso è duplice perché l’annata, oltre ad essere qualitativamente deludente, non riesce neanche ad intrattenere in quanto rea di possedere il difetto peggiore per uno show: la presunzione.
Voto stagione: 4
