
Ecco, The Good Fight è il contrario di tutto questo: la serie, che ha appena ripreso con la sua seconda stagione, si è rivelata essere un prodotto di grande qualità. I coniugi King, gli autori principali di entrambe le serie, non solo non sono inciampati negli stessi meccanismi e nelle stesse situazioni su cui avevano lavorato per parecchi anni, ma sono riusciti a sviluppare un nuovo percorso; pur non tradendo l’originalità di The Good Wife, ne hanno saputo correggere i difetti ed esaltare i già numerosi pregi. Il risultato, dunque, è una serie godibilissima e di grande personalità. Anzi, forse bisognerebbe iniziare a parlarne come di un’entità separata, che alla serie “madre” deve solo il punto di partenza.
E dunque, riportando l’attenzione assoluta su quella che è l’avventura di The Good Fight, bisogna cominciare col dire che questo inizio di seconda stagione non poteva essere più brillante. Nel giro di due soli episodi, soprattutto il primo che regge benissimo il compito di impostare la partenza per quella che sarà l’evoluzione narrativa di questa annata, si ritorna nelle situazioni e nelle grandi discussioni che la scrittura dei King ha sempre saputo creare con un’abilità senza pari.
Com’era anche al tempo di The Good Wife, la serie si muove su tre livelli narrativi differenti: il primo, e più evidente, è ovviamente quello della trama generale; a seguire ci sono i singoli personaggi, che non smettono mai di essere tratteggiati nella loro più intima realtà, ed infine lo sguardo sul mondo esterno, la capacità di saper descrivere una società che è totalmente cambiata rispetto a quella nella quale le vicende di Alicia Florrick si erano sviluppate. Quest’ultimo punto è uno dei più sorprendenti, se ci si sofferma a pensare che siamo alle prese con un semi-procedurale che riguarda avvocati e tribunali. Eppure, lo spettro di Donald Trump non solo è sempre presente – basti pensare a come aveva aperto il pilot – ma diventa elemento fondamentale della struttura narrativa, che passa attraverso una costante lettura della realtà nella quale i personaggi (e non solo) vivono. I King trasmettono brillantemente, senza timore d’ammetterlo, lo sconcerto di una classe socioeconomica e ideologica di impostazione democratica (a cui loro stessi appartengono) per quello che sta accadendo, in un mondo che non riescono più davvero a comprendere fino in fondo.

Ed allora questo punto di partenza, le vicende riguardanti il mondo, si riflette nella trama principale e di conseguenza nella personalità di Diane, la quale, ormai non più di primissimo pelo, si ritrova ancora una volta a dover gestire un valzer di avvocati che cambiano studi, giudici sempre più peculiari (Howard Lyman è un giudice, adesso?), clienti da inseguire, cavilli da trovare e sfruttare. Non che si stia parlando di qualcosa che, in fondo, non le sia sempre piaciuto, tutt’altro; ma sembra evidente che in tutto questo grande quadro la donna inizi a sentirsi stanca e fuori posto. I continui riferimenti a Will Gardner non sono una casualità: si tratta di un amico che è morto per il proprio lavoro, ucciso prima che questa “epidemia” si facesse sempre più concreta, ma comunque vittima di un sistema che non guarda in faccia nessuno. La soluzione trovata a chiusura del primo episodio, le droghe, parrebbe non essere destinata a finire lì.
La peculiarità di The Good Fight, però, è che, nonostante Diane e la sua superba risata, il palcoscenico appartiene anche a numerosi altri attori, vecchi e nuovi. Le vicende di Maia Rindell dovrebbero trovare una parziale risoluzione (vedremo se è così) con la chiusura del secondo episodio, quando è lei stessa a consegnare il padre alle autorità (italiane, tra l’altro, in un gesto di davvero scarsa lungimiranza dati gli accordi d’estradizione). Maia è l’emblema di come questa serie sappia creare personaggi nuovi e dotarli di vita e di sviluppo: basta riflettere su quanto questo personaggio sia cambiato dal pilot ad oggi, tenendo presente inoltre che si tratta del primo vero elemento inedito di questa serie e non ereditato da The Good Wife. Anche grazie ad una Rose Leslie che è cresciuta nella sua Maia, questo personaggio esordiente ha sviluppato un arco narrativo di grande interesse, trascinato a destra e a manca finché non ha deciso di prendere nelle sue mani il proprio destino.

The Good Fight è tornato più in forma di prima. L’impostazione generale di questi due episodi mostra un grande potenziale che i coniugi King, abili autori dalla penna delicata ed incisiva insieme, hanno tutte le abilità per riuscire a sfruttare: perché di serie in grado di parlare così efficacemente di personaggi, storia ed attualità non se ne trovano molte in giro.
Voto 2×01: 8 ½
Voto 2×02: 8+
