
Nello stesso solco produttivo si incunea il recentissimo O Mecanismo, un drama dallo sfondo politico che racconta dell’Operazione Lava Jato, iniziata in Brasile alcuni anni fa, che ha coinvolto Petrobras e le più importanti cariche istituzionali. Con Jose Padilha ad occupare un ruolo di comando quale produttore e sceneggiatore, diventa davvero difficile valutare lo show in maniera indipendente dai lavori precedenti del regista brasiliano, nello specifico Tropa de Elite e Narcos. Dove Tropa de Elite era riuscito a svincolarsi dai legacci di una distribuzione casalinga rivelandosi un successo internazionale, Narcos è invece uno dei capisaldi della sterminata proposta di Netflix che, con O Mecanismo, si propone di di riempire il vuoto nel cuore degli spettatori più affezionati che smaniano in attesa della quarta stagione dedicata alle peripezie dei cartelli colombiani.
Ad agire sotto le direttive di Padilha un cast senza volti particolarmente noti a livello internazionale, mentre O Mecanismo si innesta su uno schema già sperimentato in passato: una narrazione corale che accarezza le vicissitudini pubbliche e private dei protagonisti e le voci fuori campo a tenere insieme le fila, operando i collegamenti logici ed aggiungendo contesto ad un racconto che, altrimenti, sarebbe troppo complicato da seguire, soprattutto per il pubblico non brasiliano che difficilmente potrà avere una conoscenza accurata degli avvenimenti narrati.

Al di là delle scelte infelici nella gestione del palco dei personaggi – anche la decisione di ampliarlo così tanto inficia la chiarezza e la fruibilità del racconto – si susseguono numerosi errori strutturali. La voce fuori campo diventa subito un tedioso brusio di sottofondo e la ripetizione costante degli stessi schemi (che, con un altro approccio, avrebbe potuto veicolare con efficacia una sensazione di ineluttabilità e ciclicità della corruzione e degli abusi) assume i contorni di una presa in giro nei confronti dello spettatore; in tutto ciò, una regia vivace nelle scene d’azione e una fotografia abile nel rendere la contrapposizione tra interni ed esterni, giorno e notte, non possono bastare a rendere meno severo il giudizio complessivo.

Una costruzione così dispersiva e farraginosa in cui il nemico è evanescente e ubiquo, difficile da scoprire anche all’interno del contesto artificioso e limitato della narrazione televisiva, pregiudica l’impatto del finale. Poco importa che la corruzione sia ovunque, che sia talmente estesa da arrivare a coincidere con un sistema in cui può essere sia l’olio che la sabbia nei meccanismi. I problemi di O Mecanismo sono a monte, nella costruzione semplicistica dei personaggi, nell’ariosità impalpabile degli eventi narrati e, soprattutto, nell’evidente difficoltà nel coinvolgere lo spettatore.
Neppure l’assenza di una risoluzione, utilizzata per trasmettere la circolarità viziosa di un caso il cui scioglimento non è nemmeno in vista, è sufficiente a giustificare la visione di un prodotto che, per quanto a fronte di premesse iniziali interessanti non particolarmente promettenti, ha concesso la ribalta al messaggio riassuntivo ma non ha saputo produrre la componente puramente edonistica – che concerne il semplice piacere della visione – ed è stato divorato dalla sua stessa spirale di corruzione e ripetizione.
È difficile, quindi, dare un giudizio positivo ad O Mecanismo, che, in maniera anacronistica, si rivela un’opera estremamente tradizionale, incapace però di assolvere ai doveri autoconclusivi e catartici richiesti ad un prodotto di questo tipo. La speranza è che si tratti solo dell’ultimo colpo di coda di un trimestre seriale rivelatosi decisamente deludente.
Voto: 4
