
Mettiamo le mani avanti: A Series of Unfortunate Events non è un disastro, perché nonostante i problemi di cui parleremo a breve riesce ad intrattenere, grazie ad una serie di buone invenzioni ed un ritmo interno ai singoli episodi che non annoia. La serie gioca sull’assurdo, sull’esagerazione che è sempre un passo oltre il verosimile, un verosimile di cui però non si avverte affatto la necessità. Tra situazioni paradossali, rotture della quarta parete e personaggi che sembrano essere usciti da una versione gotica della commedia dell’arte, anche questa seconda stagione conferma una volontà narrativa che sa farsi apprezzare in alcuni preziosi momenti. Ma è proprio rivedendo negli episodi finali alcuni personaggi della prima stagione che ci si rende conto che la verve creativa che li aveva coinvolti non si ritrova nei nuovi “tutori”: nessuno di questi è davvero memorabile.
A tal proposito, ecco qui sorgere il problema numero uno: la serie è fastidiosamente ripetitiva. È un po’ la stessa storia che era stata riscontrata lo scorso anno: la noia, che non è mai prodotta dal singolo episodio, sorge spontanea nel momento in cui le situazioni create seguono il solito schema a cui abbiamo assistito per fin troppe puntate. Data la natura particolare della serie – ogni coppia di episodi porta in scena un libro della saga, che andrà a concludersi al termine di questo ciclo, il prossimo anno – una certa prevedibilità e ripetitività erano preventivabili, eppure la serie non riesce a trovare modi particolarmente brillanti per liberarsene. Tra questo e l’incapacità di trovare un chiaro pubblico di riferimento (sembra poco attraente per gli adulti, ma troppo brillante per essere apprezzato da gente troppo giovane), il tono narrativo della serie si muove sempre su un filo sottilissimo. La serie diverte nei momenti in cui si lascia andare all’estro dei suoi interpreti, ma è affossata da una scrittura che non fa altro, per buona parte dell’annata, che ripetere gli schemi narrativi della prima stagione. E se questi erano sembrati già stanchi alla fine di quella, in questa confermano quel tremendo pensiero.

Neil Patrick Harris conferma la sua incredibile capacità attoriale con trasformazioni sempre più riuscite ed una verve comica che sa venarsi della necessaria cattiveria – talvolta pura crudeltà – che è fondamentale sia presente in questo personaggio. Olaf, per quanto sia assurdo, nonché un chiaro outcast dal passato tormentato, è anche un assassino, anzi un serial killer, e Harris riesce in più di un’occasione a portar fuori questa folle crudeltà che non può e non dev’essere messa da parte per favorire la sua comicità. Molto meno riuscite sia la costruzione dei personaggi principali – i fratelli Baudelaire sono praticamente privi di crescita personale, ed in più appaiono banalmente stereotipati – sia la trama generale, la quale non va oltre qualche colpo di scena in un turbinio di scelte narrative confuse e confusionarie.

Se avete letto fin qui, significa che avete guardato la seconda stagione di A Series of Unfortunate Events. Probabilmente penserete, come l’autore di questa recensione, che tutto sommato non è stato tempo perso ma che, certo, si sarebbe potuto fare molto di più. Ecco, in previsione di un’ultima stagione, che dovrà portare a termine le vicende fin qui rappresentate, è proprio questo il pensiero che resta in mente: si sarebbe potuto fare molto di più.
Voto: 5
