Pose – Stagione 1 6


Pose - Stagione 1Per parlare di Pose, serie FX nata dalle menti del prolifico Ryan Murphy, di Brad Falchuck e di Steven Canals, bisogna fare un passo indietro e risalire all’elemento che ha fatto da autentica ispirazione per questo show: il documentario (ora su Netflix) Paris is Burning (1990) di Jennie Livingston, vincitore al Sundance Festival nel 1991. Se è vero infatti che la serie si basa sulla scena newyorchese della ball culture degli anni ’80 e quindi si ispira direttamente ad una realtà come quella delle comunità gay, transgender, afroamericane e latine di quegli anni, è anche vero che non si può prescindere dal documentario per parlare di questo progetto.

Non c’è solo questo: ovviamente e come sempre le grandi idee nascono da più fonti e da persone capaci, come Ryan Murphy, di intercettare la necessità di raccontare una storia, fonderla con la propria idea e – ma questo non è affatto scontato – decidere di fare un passo indietro per permettere a chi sta al centro di quelle storie di raccontarle dal loro punto di vista.
È così che nasce Pose: dalla fusione di un’illuminazione di Murphy – raccontare la scena delle ballroom come mostrate da Livingston, ma anche la crescita della Trump Organization – con quella di Steven Canals, un giovane sceneggiatore queer afro-latino, che nel 2016 gli aveva fatto arrivare la storia di un ballerino, Damon, che veniva salvato da una donna trans, Blanca, dopo essere stato cacciato di casa in quanto gay. A scavare ancora di più in questa storia dovevano esserci altri punti di vista coinvolti, ed è così che si uniscono alla produzione Janet Mock – la prima donna trans di colore a diventare autrice, poi produttrice e anche regista (del sesto episodio) –, la stessa Jennie Livingston come consultant producer e Our Lady J, donna trans nota come cantante, ma anche produttrice e sceneggiatrice televisiva (Transparent). Qual è il risultato di questo melting pot sociale, narrativo e culturale?

The Category Is…

Pose - Stagione 1Il risultato si chiama Pose, un drama a mille teste che, proprio grazie al suo atto di nascita, riesce a fondere in sé generi e stili diversi, diventando, a seconda del momento e della puntata, ora un family drama, ora una serie a sfondo sociale, ora uno studio approfondito sulla ball culture, ora persino un’analisi economico-sociale dell’America ricca e bianca di fine anni ’80. Inutile dire che, davanti a questi presupposti, l’umanità rappresentata non poteva che essere altrettanto variegata, sia a livello di cast che di personaggi: sono state assunte un centinaio di attrici transgender – MJ Rodriguez, Indya Moore, Dominique Jackson, per citare quelle che vediamo di più –, ma anche attori cisgender, gay e etero (Billy Porter, Evan Peters); sono stati chiamati attori bianchi americani, ma anche latinx e afroamericani, a rappresentare quello che era davvero la New York di quegli anni. Un’esigenza, quella della diversity, che non ha mancato di mietere persino qualche vittima: ad interpretare l’insegnante di danza di Damon doveva inizialmente esserci Tatiana Maslany (Orphan Black), che è però stata sostituita da Charlayne Woodard quando il ruolo è stato riscritto pensando ad una donna afro-americana sui 50 anni.

A completare questo quadro ci pensa una scrittura intelligente e realistica, che rifugge da qualunque stereotipo non rigettandolo, ma al contrario mettendolo in scena insieme al suo opposto; come a dire: “Non negheremo che esista un certo genere di persone; ma ci rifiutiamo di mostrare un mondo in bianco e nero, in cui il gender e la sessualità di una persona, qualunque essi siano, conducano ad obbligatori comportamenti sociali”. Sembra scontato, ma non lo è affatto: presentare le Mother come donne salvifiche, ma anche come egoiste ed egocentriche, capaci di redimersi senza per questo snaturarsi (come accade nell’arco narrativo di Elektra) non è cosa da poco; non lo è nemmeno rappresentare il conflitto tra gay e trans, come accade nella storyline di Blanca e del bar ad inizio stagione. I frequentatori del locale sono persone che vivono il rifiuto da parte del mondo etero-bianco, ma questo non impedisce loro di essere gretti e meschini con le trans, ultimo vero gradino dell’accettabilità sociale.
E dall’altra parte, nel mondo normo-bianco, ci sono persone come Patty, che per capire il marito riesce solo a pensare ad un trauma infantile – perché nella sua testa non può esistere altra giustificazione; o che davanti ad Angel pretende di vedere la prova che lei sia una trans, di vedere una parte privata di un’altra persona come se fosse un suo diritto.
Ma ci sono anche persone come l’infermiera dell’ospedale di Costas, Judy (una splendida Sandra Bernhard), o l’urologa che accoglie Elektra e la convince a sottoporsi all’intervento – It’s never a bad decision to choose yourself –, a rappresentare l’altra parte, quella che non giudica una persona dal suo genere o dalle sue origini.

Pose - Stagione 1Poi, certo, ci sono uomini come Dick Ford, capaci con una sola parola di distruggere la vita di una donna che ha pensato a sé e alla sua identità, e che però nel farlo ha tolto dalle mani dell’uomo-etero-tutto d’un pezzo – ma che di nascosto preferisce frequentare una trans – l’unica cosa che gli interessava davvero: la doppia natura della transgender, e poco importava se questa era l’unica cosa che separava Elektra dal sentirsi finalmente completa. Il mondo può essere categorizzato per comprenderlo meglio, e del resto è quello che noi esseri umani facciamo in automatico tutti i giorni; e tuttavia, ci ricorda Pose, i grigi esistono, sempre e ovunque.

Live!

I grigi esistono ovunque, si diceva, tranne in un punto: tutte le persone che vivono nelle varie House e di cui scopriamo il passato sembrano condividere la stessa, identica storia di rifiuto, che viene raccontata più volte come a farcene sentire l’ineluttabilità. La scoperta di sé, i primi tentativi di gestire la questione di nascosto, e poi i genitori che in un modo o nell’altro vengono a sapere, e cacciano il figlio di casa; e poi le notti sulle panchine, quando non nei peep-show o a prostituirsi. Tutti rivelano una storia simile, e tutti finiscono all’interno di una House, che nasce esattamente con questo intento: quello di creare una famiglia e dei legami, delle reti di supporto e di aiuto per questi figli di nessuno rifiutati dal mondo, che riescono a sentirsi se stessi solo sotto le luci di una sala da ballo.
Pose - Stagione 1È per questo che nascono le House – benché diverse tra di loro, come si vede dal paragone tra le tre che vediamo di più – ed è per questo che hanno un così grande valore narrativo: Pose in questo caso si appropria dei temi del family drama e li fa suoi, declinandoli certamente in modo diverso, ma non per questo meno vero: sono famiglie sui generis, ma di persone che si sono scelte, che si sono salvate; in cui una persona leggermente meno sfortunata di un’altra l’ha guardata negli occhi e le ha detto “Tu vieni a casa, con me: ti darò un tetto, cibo e amore” – tre cose che saranno scontate in qualunque family drama, ma non in questo.
E come in ogni dramma familiare che si rispetti ci sono i conflitti, le difficoltà genitoriali, i dubbi su cosa si sta facendo bene o male. Ci sono gli errori e il perdono, come quello di Blanca nei confronti di Elektra in “Mother’s Day”, in cui la morte della madre biologica e il rifiuto da parte dei fratelli la portano ad andare dalla sua madre putativa semplicemente per esserci nel giorno della sua transizione – e non è certo un caso se questa puntata si apre con il flashback di Blanca accolta in casa Abundance.

Pose - Stagione 1A staccarsi dallo sfondo incombe però sempre la stessa minaccia, quella alle vite di ognuno di loro e che non può non accaparrarsi il suo spazio di diritto, come uno dei più grandi memento mori della seconda metà del ventesimo secolo: il fantasma o la presenza dell’HIV attraversano quasi ogni puntata di Pose, che sia per lo spavento dovuto ad una febbre (“The Fever”), per l’atroce realtà della diagnosi (ora per Blanca, ora per Pray), o per la fine del suo percorso.
La malattia di Costas e l’ultima fase del suo rapporto con Pray sono tra i punti più alti della serie, in cui la paura di morire si fonde con la stanchezza e il dolore di continuare a perdere gli amori della propria vita; in cui una canzone suona in continuazione per ricordare un tempo che sembra antico – quello in cui si poteva ballare, stare insieme e fare l’amore per tutta l’estate con una stessa canzone, senza la paura costante di poter morire. “Non sapranno mai cosa voleva dire”, dice Pray a Costas, parlando di un mondo perduto che è accaduto sette e 700 anni prima al tempo stesso.
Non rimane che vivere il presente, i rapporti che ancora ci sono e rimangono: è questa la base dell’amicizia tra Blanca e Pray, che finiranno col rivelare ad un’altra persona, oltre che reciprocamente tra di loro, di avere l’HIV proprio nella stessa puntata, a suggello di un rapporto che viaggia davvero sugli stessi binari.

Work!

Pose - Stagione 1Ma come ci si guadagna da vivere in un mondo simile, dove ad essere accettato è solo chi “passa per” socialmente accettabile? C’è chi, come Blanca, riesce a guadagnarsi un lavoro stabile, che le consente anche l’indipendenza economica per staccarsi da Elektra e fondare la sua casa; chi, come Angel, “passa per donna” (un verbo, to pass, usato in modo chiaro sia in Paris is Burning, sia in Pose) ma non abbastanza da lavorare dove vorrebbe lei e che quindi rimane attaccata al suo lavoro ai peep show e al molo, dove conoscerà Stan; chi, come Elektra, affida tutta se stessa e la sua eredità di Mother nelle mani di un uomo in grado di distruggerla in pochi secondi, e di riportarla là dove rischiano di tornare tutti – anche se si chiamano Elektra Abundance –, sulle panchine del parco e dietro il vetro di una macchina a gettoni.

Nell’ultima puntata, “Mother of the Year”, tra le House citate a fine episodio troviamo la House of Xtravaganza, in una coincidenza che non può essere casuale rispetto a quello che accade ad inizio episodio, quando Blanca chiede a Elektra se pensa di poter continuare a vivere così senza finire morta ammazzata entro un anno. Non è un caso perché una delle protagoniste di Paris Is Burning si chiamava Venus Xtravaganza, dal nome della sua House di appartenenza; intervistata durante le riprese, raccontò più volte dei lavori che faceva per sopravvivere, che includevano la prostituzione. Prima ancora che il documentario fosse concluso venne trovata morta ammazzata, strangolata da un assassino che non fu mai trovato; per questo motivo, Livingston incluse nei filmati le reazioni della comunità alla notizia della sua morte, che si trovano proprio verso la fine del documentario.
Sapendo questo, non può che colpire la scelta narrativa di far cadere proprio lei, Elektra, la donna che sembra cavarsela sempre solo grazie al suo essere se stessa, e che invece, nel giro di pochi minuti di narrazione, rischierebbe di fare la stessa fine di Venus, se non ci fosse Blanca a salvarla. Perché in fondo nessuno ora è al sicuro: non lo è di certo Papi, coinvolto in giri di spaccio; ma potrebbe esserlo in futuro Damon, e forse anche Ricky – e questo solo grazie alla determinazione di Blanca, vera madre dell’anno.

Pose - Stagione 1E infine, come parte integrante di Pose, troviamo la New York del potere, quella rappresentata da un Donald Trump mai visto ma nominato più volte, incarnato in modo eccellente dal Matt di James Van Der Beek, tipico esempio di maschio alpha di successo che, proprio perché si trova in una posizione di potere, crede di potere, in qualunque ambito, fare quello che desidera. Un esempio di mascolinità tossica, a cui si contrappone un uomo dalle mille fratture come Stan, di certo non incolpevole, ma rappresentante di un altro tipo di uomo bianco, una figura più contemporanea e che, al di là dei suoi dubbi sulla sessualità, rappresenta grazie alle sue fratture identitarie un uomo estremamente più complesso di Matt, incapace di accettarsi e di sentirsi se stesso perché ingabbiato dalle regole di una società che non gliel’hanno mai consentito.

Pose!

Circa al quarto minuto di Paris is Burning viene data una delle definizioni più complete delle ballroom, ma soprattutto di quello che rappresentavano per persone che, in qualunque altro contesto, venivano costantemente emarginate: “It’s like crossing into the looking glass in Wonderland. You go in there, and you feel… you feel 100% right… as… of being gay. And that’s not what it’s like in the world. […] You know, it should be like that in the world.
Mettendo in scena una ballroom solo un pochino più glam dell’originale per esigenze televisive, ma rimanendo fedele a tutto il resto, Pose ci racconta cosa significhi per quelle persone abitare quel luogo; cosa voglia dire mostrare se stessi in modi che in qualunque altro posto sarebbero rifiutati senza condizioni; cosa significhi non tanto “sentirsi giusti”, quanto non sentirsi sbagliati.
Pose - Stagione 1Certo, le ballroom non sono tutte rose e fiori, e anche su questo la squadra capitanata da Murphy decide di mettere in scena ogni aspetto, dal positivo al negativo: dalle premiazioni e dalla competitività sana, allo shade (gli insulti tra i partecipanti, per la cui comprensione si consiglia la visione del documentario, ma di cui si può avere un exemplum perfetto con l’attacco di Elektra alla House of Ferocity in “Mother of the Year”). Le relazioni tra le persone sono complesse perché complicate sono le loro vite, e per questo basta osservare il rapporto tra Elektra e Blanca. Il season finale, con le sue note tutte positive, la riconciliazione tra le due, la premiazione di Blanca come madre dell’anno, potrebbe essere considerato fin troppo prevedibile nelle sue scelte, ma forse, dopo una stagione che ha attraversato ogni sfumatura di dramma, era anche giusto dare a questi personaggi un finale sereno e distensivo, un piccolo angolo di felicità in mezzo ad una realtà fatta di dolore, morte e rifiuto – senza contare che un altro evento drammatico avrebbe forse finito con l’essere ancora più scontato e prevedibile.

E poi, come si riportava nella citazione poco sopra, entrare nella ballroom era come attraversare lo specchio di Alice e finire da un’altra parte: un mondo in cui ci si sfida a colpi di “voguing” e di “pose”, in cui si insegue la moda dalle riviste e al contempo la si produce, data la necessità di diventare sempre più competitivi, convincenti, con il sogno di lasciare l’intera sala, i giudici e persino il presentatore senza parole – e infatti nel documentario la stragrande maggioranza delle intervistate dichiarava il sogno nel cassetto di diventare una modella.

Che cos’è, quindi, Pose? È tutte queste cose, tutte insieme. Di base le categorie, come dice la sigla, sono davvero solo tre – Live! Work! Pose! –, ma contengono al loro interno tutto ciò che l’umanità, in quel periodo storico, in quella città, in quell’ambiente, aveva da raccontare. Se a livello tecnico qualche scelta può aver fatto storcere il naso – basti pensare a certi momenti musicali o di ballo forse fin troppo lunghi, o ad una certa prevedibilità nelle strutture delle puntate, che bene o male iniziano e finiscono tutte nella ballroom –, per il resto non si può che lodare un progetto simile, capace di rappresentare in modo realistico, eppure sempre con profondo rispetto, una parte di storia di una comunità come quella LGBT, le discriminazioni subite, i sogni condivisi, e il contesto che li ha, a seconda dei casi, accolti o rifiutati.

Voto: 9

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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6 commenti su “Pose – Stagione 1

  • Genio in bottiglia

    Grazie mille per la recensione, Federica, che mi ha fatto scoprire questa gemma. Sono rimasto davvero impressionato dall’umanità che gli autori e gli attori (e tutti gli altri) sono riusciti a portare in scena in questa serie. E’ un’umanità di reietti certo, ma senza alcun pietismo, persino nei momenti più dolorosi. Davvero grazie.

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Grazie a te, Genio! Sono contenta di averti ispirato a vederla (anche se con una recensione stagionale, che quindi ti avrà spoilerato qualcosa, ma che di sicuro non ha tolto nulla ad una stagione davvero bellissima), e soprattutto sono contentissima che ti sia piaciuta! È una serie che per me dovrebbero vedere TUTTI, proprio per la sua capacità di rappresentare un’umanità che è esattamente come la descrivi: senza pietismi, ma anzi, ricca di voglia di vivere, di amor proprio e di amore nel senso più vasto del termine.
      Come avrai capito dalla recensione 😊 consiglio il documentario di Livingston, lo trovi su Netflix. Davvero imperdibile!

       
      • Genio in bottiglia

        Ti confesso una cosa: ho letto le prime righe e il tuo voto. Poi l’ho recuperata, e solo dopo averla vista tutta (divorata, in effetti), ho letto tutta la tua recensione. Ora mi costringi anche a recuperare il documentario in questione.

         
        • Federica Barbera L'autore dell'articolo

          Ah meglio allora! Così non ti sei rovinato la visione 😊
          Le nostre recensioni spoiler free sono solo quelle consiglio (le riconosci perché hanno un titolo elaborato senza riferimenti a stagioni o puntate, e non hanno voto) e i pilot; tutte le altre ovviamente sono spoilerose quindi hai fatto benissimo!
          Il documentario dura un’ora e un quarto, poco più di una puntata di Pose, quindi super fattibile… Fammi sapere se lo vedi e cosa ne pensi! 😉

           
      • Genio in bottiglia

        Alla fine ho visto Paris is burning, completando in qualche modo l’opera. Certo, la ballroom di Pose è un’altra cosa, eh? La fiducia nel futuro, delle volte alla Candido, è toccante. Grazie del consiglio 🙂

         
        • Federica Barbera L'autore dell'articolo

          Eh sì, la ballroom era meno curata, ma se ci pensi è anche abbastanza normale, i soldi quando c’erano andavano nei costumi e nei premi, il resto è tutta atmosfera! 😊 Sono contenta che ti sia piaciuto, è un documentario che dovrebbero conoscere in tanti proprio per i messaggi che trasmette. Quindi grazie a te per aver seguito il consiglio! 😉