Nell’arco delle sue due stagioni, la serie tratta dal romanzo di Margaret Atwood ha ingigantito la sua fama, da primo show di successo del poco noto servizio streaming Hulu fino alla conquista di un Emmy per miglior serie drammatica lo scorso anno. Ad oggi, conclusa anche la seconda annata, si può ben dire che The Handmaid’s Tale non è solo una serie tecnicamente ottima, con una protagonista interessante e temi importanti, bensì uno dei prodotti più influenti e determinanti della stagione televisiva in corso.
È lo stesso creatore Bruce Miller – affiancato dal regista Mike Barker – l’autore di questo struggente “The Word” che fa calare il sipario sulla seconda stagione dello show, un’annata che, nelle intenzioni, doveva essere quella della conferma definitiva per The Handmaid’s Tale. Al termine della visione, si può affermare tranquillamente che le aspettative non sono state per niente deluse, seppur con qualche piccola riserva.
Riserve che sono – quasi – tutte destinate alla prima metà della stagione: fino al plot twist finale di “First Blood” la sensazione era che il potenziale narrativo della serie derivante dall’escalation finale dello scorso anno non fosse stato sfruttato a pieno. Tecnicamente la serie si è sempre mantenuta ottima, ma le idee e le soluzioni di trama cominciavano a scarseggiare, portando lentamente The Handmaid’s Tale ad una pericolosa ripetizione di temi e momenti già affrontati che rischiavano di impantanare lo show. La prima fuga di June – protagonista dei primi episodi – si esaurisce subito, fin troppo velocemente, e il ritorno alla routine di casa Waterford è un campanello di allarme che però, fortunatamente, gli autori avevano preventivato e messo in conto. Infatti, la scelta di non focalizzare interamente la storia sulla protagonista ma di esplorare anche la condizione in cui si trovano Emily e Janine – la vita delle unwomen nelle Colonie – riesce a tenere viva l’attenzione e a non far perdere di vista il focus dello show: non quello di raccontare semplicemente la storia della resistenza a un regime tirannico e oppressivo, ma soprattutto quello di creare un dialogo con la contemporaneità sul ruolo sociale della donna e sulla storica subordinazione del genere femminile a quello maschile, che nella serie viene portato alle estreme conseguenze.
Dall’attentato che chiude il sesto episodio, dunque, il ritmo aumenta considerevolmente e la varietà di situazioni di moltiplica: dalla conclusione della gravidanza di June – nello splendido “Holly” – alla figura tormentata di Eden, uno dei migliori nuovi personaggi della stagione, e al relativo percorso che la porterà alla morte. Un’accelerazione che si porta dietro la crescita della qualità di scrittura degli episodi e alcune scelte azzeccate; soprattutto il confronto di Gilead con la società canadese e la trasformazione radicale di Serena, che si eleva a protagonista assoluta di questa annata al fianco di June.

La rivoluzione più difficile da portare a compimento è, tuttavia, quella personale: la voce off-screen di Elisabeth Moss ricorda, difatti, del lento processo di spersonalizzazione dell’individuo che il regime opera. Ancelle, mogli, figlie, nessuna sfugge all’epiteto che le è stato assegnato; non c’è spazio per la definizione della personalità, perché non è lecito che ne possa esistere alcuna. Esistono solo ruoli e compiti da svolgere in questo grande meccanismo sociale in linea teorica perfetto per garantire la sopravvivenza della razza umana – si ricordi che l’ambientazione è quella di una crisi della fertilità. Laddove però l’imposizione da parte dell’autorità diventa più importante e la crudeltà insostenibile, ecco emergere la forza reazionaria che da silenziosa – come era stata sinora nella maggior parte dei casi – in questo finale viene finalmente urlata a pieni polmoni. E così assistiamo al già citato intervento delle mogli nei confronti dei gerarchi di Gilead, al piano delle “Martha” per far fuggire June e Holly, ad Emily che pugnala improvvisamente Aunt Lydia e alla scelta inaspettatamente umana del comandante Lawrence, che si dimostra il primo teorico del regime ad avere dei ripensamenti.


The Handmaid’s Tale chiude così la sua seconda annata con un buon finale che sceglie consapevolmente di concludersi in modo ambiguo, nell’ottica di alimentare ulteriormente l’hype per la terza stagione. La gravidanza di June, che è stato il filo rosso sul quale è stata edificata la trama stagionale, ha rappresentato un ottimo pretesto per riprendere le tematiche che già la prima annata aveva ben esplorato e vederle sotto un altro aspetto, inciampando tuttavia più di una volta nella trappola della ripetizione. Una stagione a due facce e a due velocità, che si mantiene su ottimi livelli ma che non riesce a eguagliare la prima, che però, è giusto dirlo, aveva dalla sua l’effetto della novità inaspettata.
Voto episodio: 8
Voto stagione: 7/8
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Un’ottima recensione, con cui concordo in maggior parte! Ma non mi ritrovo con il giudizio quasi “tiepido” sulla seconda stagione paragonata alla prima, così come sui riferimenti alle presunte “ripetizioni”: questo è The Handmaid’s Tale, una raccapricciante società distopica con situazioni in cui l’orrore quotidiano è, appunto, ripetuto, perpetrato e ciclico (a proposito di cicli femminili…). Non ci sono grandi novità, non c’è spazio per il cambiamento, questo è l’orrore. Trovo che questa seconda stagione sia stata perfetta ed abbia eguagliato (in quanto a qualità) in tutto e per tutto la prima, riuscendo a sviluppare con equilibrio i temi lanciati nel primo anno. Storco il naso anch’io, a dire il vero, sull’ultimo azzardatissimo cliffhanger finale… anch’io trovo giustificabile la scelta di June solo in relazione ad Hannah e al fatto che, grazie ad Emily, c’è qualcuno che possa occuparsi di Holly/Nichole fuori da Gilead. Però… mi sembra un azzardo davvero troppo rischioso, ai fini narrativi, per la prossima stagione. O a Gilead scoppia una rivolta aperta, in tutte le case, in tutte le strade e in tutti i quartieri, e allora June torna come ribelle in armi… ma altrimenti una June che rientri nella rivoltante routine quotidiana a casa Waterford non sta in piedi, non dopo tutto quello che abbiamo visto in queste due stagioni. Se June venisse ri-catturata, stavolta per lei ci sarebbe solo un cappio e il muro… tutte le altre alternative non sarebbero più credibili. E un po’ mi dispiace, gli sceneggiatori si sono presi un rischio enorme… spero che sappiano trattare con credibilità e coerenza personaggi e trame anche nella terza stagione. Molto più credibile, certo meno d’impatto, sarebbe stata una June che – dopo essere finalmente espatriata per qualche tempo con Holly – allo svilupparsi successivo di una rivolta più aperta e organizzata, avesse poi deciso di tornare a Gilead per Hannah e Nick. Storco il naso, maledizione, alla fine di questa seconda stagione meravigliosa!