
Una trasformazione, quella che effettivamente c’è stata, che non può prescindere dai motivi del successo primigenio della serie: la struttura rigida degli episodi con il punto di vista dei due amanti, l’ambientazione fissa Montauk, i flashforward che richiamavano l’indagine nel presente. Elementi che hanno funzionato così bene nella prima stagione, quella d’esordio, e che difficilmente avrebbero potuto essere riproposti allo stesso modo; è proprio a causa dell’essere rimasti troppo ancorati a questo schema che la seconda annata ha arrancato e ha sacrificato i suoi personaggi all’altare dell’avanzamento della trama, impegnata a districarsi tra piani temporali, tra una moltiplicazione ingiustificata dei punti di vista e tra le articolazioni di una detection storyline che faceva acqua da tutte le parti.
Con la terza stagione gli autori hanno cambiato quasi completamente direzione: terminato un vero e proprio “ciclo” con la confessione/sacrificio di Noah e archiviata la trama più propriamente legata all’affair che dà il titolo alla serie, si è potuto lavorare meglio sui personaggi e sulle macerie che erano diventate le loro vite. Amata o odiata, la scorsa annata ha chiarito in modo definitivo che difficilmente assisteremo ancora ad una visione dicotomica di determinati eventi, ma che la suddivisione degli episodi in capitoli dedicati a questo o quel personaggio sono – e saranno – delle finestre che si aprono sulle loro vite, di cui abbiamo la possibilità di esplorare le contraddizioni e le evoluzioni. Il focus non è più sul “come” i personaggi vivono gli stessi eventi, ma su quali eventi vivono e come affrontano il loro vissuto travagliato.

Senza girarci ulteriormente intorno, infatti, l’evento che ha sconvolto il pubblico e l’universo dello show quest’anno è la morte di Alison: questa, suggerita sottilmente fin dal primo episodio, arriva come un fulmine a ciel sereno per tutti, ma soprattutto per Noah e Cole, entrambi lontanissimi e ovviamente tormentati dai sensi di colpa per non essere riusciti ad evitarle questa fine. Quella che poteva essere una scelta obbligata e forzata, come si diceva, è stata gestita in modo ottimo, con la costruzione diuno degli episodi più riusciti della stagione; per la prima volta il doppio punto di vista si trasforma nell’occasione per evidenziare una seconda possibilità nel corso degli eventi. Pulsione di vita e pulsione di morte si oppongono nelle due versioni presentate: una nella quale Ben si presenta per come Alison avrebbe voluto che fosse, ovvero capace di dissuaderla dal suo desiderio sommerso di ricongiungersi a Gabriel e abbandonare la sua triste vita, l’altra – quella vera – dove l’uomo si palesa per quello che è, una persona violenta e mentalmente instabile, incapace di superare il trauma che lo accompagna sin dalla guerra. Uno snodo fondamentale che sottolinea l’importanza delle scelte e delle conseguenze delle proprie azioni, da sempre uno dei temi cardine dello show.

Persino Cole deve tornare sui suoi passi e fare i conti con il proprio passato, quello recente ma soprattutto quello lontano. Spinto dalla separazione imposta da Luisa si mette in viaggio per capire i motivi che hanno spinto il padre al suicidio, rivelando una storia d’amore segreta che legava il genitore a Nan, un’artista californiana votata alla spiritualità. Il rituale che compie per “esorcizzare” l’amore che prova per Alison e per tentare di dimenticarla – fallendo – è coronato dal suo sfogo nei confronti delle ingiustizie che, come parte lesa nel loro rapporto, ha subito nel corso degli anni. L’amore di Cole per lei non si è mai spento, non riesce a smettere di chiamarla moglie e non accetta la sua dipartita; la stessa idea che lei non esista non è contemplabile dalla sua mente, così come la possibilità che il suo corpo giaccia lontano da Gabriel. La tragica sorte del primo figlio dei due è il trauma che li ha legati indissolubilmente e, sebbene sia stato un peso più difficile da portare per lei, anche Cole continua a confrontarsi con quella che sarebbe potuta essere e non è stata la loro vita. Se Gabriel si fosse salvato avrebbero continuato a vivere felicemente insieme, Alison non avrebbe cercato conforto tra le braccia di Noah e, per un’ipotetica concatenazione di eventi, forse non sarebbe morta.

A conti fatti questa stagione è una boccata d’aria fresca per gli appassionati e dimostra che The Affair può ancora dire molto alla televisione contemporanea, seppur in modo non continuo. Non è un segreto, difatti, che a momenti altissimi – ottavo e nono episodio su tutti – si contrappongano momenti di transizione sfiancanti e poco ispirati in fase di scrittura. La prima parte di stagione, per esempio, è teatro di situazioni già viste e momenti mal gestiti: dall’ennesima relazione di Noah – sin dalla prima apparizione di Janelle si sapeva come sarebbe andata a finire – al nuovo triangolo amoroso che si crea tra Ben, Cole e Alison, nonostante a posteriori risulti funzionale allo sviluppo della trama. Anche l’episodio finale, che giunge dopo l’exploit del precedente, ispira sentimenti contraddittori: da un lato si è consapevoli della necessità di mostrare le intime conseguenze di un evento così traumatico sui personaggi, dall’altro ci si aspettava qualcosa di diverso, che ad esempio includesse Ben e le conseguenze delle sue azioni. Siamo, tuttavia, di nuovo in linea con la trasformazione dello show dopo la seconda annata di cui si parlava in apertura di articolo: anche lo scorso anno la stagione terminava con un episodio totalmente anticlimatico e teso a ristabilire uno status quo.
Siamo quindi di fronte al grande ritorno di una serie da Golden Globe? Decisamente no, ma gli autori confermano di affrontare con impegno la grande sfida che comporta la scrittura di una serie come The Affair, come poche altre trainata dalla forza dei suoi personaggi e dei suoi ottimi interpreti. La sofferta eliminazione di uno di loro, più che altro obbligata, non ha che iniettato nuova linfa nelle vene di uno show che è pronto a giocarsi il tutto per tutto il prossimo anno. Anche per questo non è facile capire cosa aspettarsi dalla quinta e ultima stagione: riuscirà The Affair a mantenere un livello costante e a costruirsi un degno finale o ripeterà la schizofrenia qualitativa che ha caratterizzato gli ultimi tempi?
Voto stagione: 7 –

Decisamente in disaccordo con questa recensione positiva della stagione. Questa stagione è stata piena di momenti grotteschi e ben oltre i limiti del trash esattamente come la scorsa. C’è forse da complimentarsi con il cast principale che riesce a tenere in piedi la baracca nonostante la scrittura degli episodi peggiori sensibilmente di anno in anno. Contento che la prossima stagione sia l’ultima, si sta raschiando troppo il fondo del barile.
Ciao magicblack!
Che The Affair sia andata ben oltre la sua “durata ideale” è un dato di fatto. Certo è che dovendo comunque andare avanti (le logiche di produzione spesso non coincidono con l’effettiva volontà degli autori) secondo me stanno facendo tutto sommato un buon lavoro, che comunque come ho scritto difficilmente arriva a livelli lontanamente vicini a quelli della prima stagione. Come vedi però i giudizi sono molto diversi, a riprova che soprattutto queste ultime due stagioni sono state molto divisive, tra chi le ha apprezzate e chi le ha detestate. Vedremo come sceglieranno di concluderla, io al momento sono molto curioso delle scelte sul finale.
Bravo come sempre ! Condivido molto di quello che hai scritto,il penultimo episodio è stato decisamente il migliore,come non sono mancati alti e bassi(Il personaggio di Sierra è abbastanza sconclusionato,come l’episodio del “Bagno di Luna”).Sarà iinteressante vedere cosa ci riserverà la season finale,visto che mancheranno due personaggi-cardine.Infatti oltre alla Wilson,anche Jackson nn dovrebbe essere della partita…