
You don’t want to hear what I have to say.
“Talk” è un episodio particolare e difficile da inquadrare, a partire dal titolo. Ad una sequenza brutale – ancor più sorprendente visti i precedenti della serie, molto più restia di Breaking Bad a mettere in scena la violenza -, con uno scontro a fuoco apparentemente centrale ma di impatto minimo sulla narrazione principale, si contrappongono momenti statici, in cui sono le parole e i dialoghi a cercare di modificare lo status quo. D’altro canto Better Call Saul è sempre stato uno show molto interessante dal punto di vista dell’economia del racconto, essendo costretto a convergere verso un epilogo già noto allo spettatore. C’è quindi una consapevolezza diversa nell’osservare le scelte dei protagonisti, convinti di possedere una sorta di libero arbitrio ma in realtà già condannati. Il dialogo e le parole che danno il titolo all’episodio costituiscono quindi un duplice inganno: per i protagonisti che si illudono di poter controllare il futuro ma devono ancora fare i conti con i propri demoni e per lo spettatore che crede di assistere ad un avanzamento del racconto, ad un ulteriore passo verso l’epilogo finale ma si ritrova di fronte ad un episodio tutto orientato sul passato e sulle difficoltà dei personaggi nell’affrontarlo.
You wanted me to talk, I talked.

A sancire l’importanza di “Quite a Ride” è, evidentemente, la presenza di una scena che appartiene in toto alla linea temporale di Breaking Bad. Avevamo già avuto modo di assistere a momenti in cui le due serie si accarezzavano appena, lasciando briciole e tracce da seguire per gli appassionati, ma i primi cinque minuti dell’episodio abbandonano ogni cautela, ogni caccia all’indizio e ci consegnano le ultime, frenetiche e nostalgiche ore di un Saul Goodman sconfitto ma in qualche modo soddisfatto, quasi realizzato. La scena – magnifica anche senza contesto – si arricchisce di significato con il resto dell’episodio. Il tedio del lavoro da CC Mobile solletica l’ingegno di un Jimmy ormai perfettamente aderente alle logiche del futuro Saul: l’espediente con cui vende cellulari usa e getta di fronte alla Dog House non è più una truffa ai danni di qualcuno, ma un escamotage per aggirare la legge, e quindi ingannarla, senza che nessuno ci rimetta in maniera visibile. A gestire la transizione del personaggio ci pensa un Bob Odenkirk sempre encomiabile nel trasmettere le sfumature della recitazione, capace di destreggiarsi tra i momenti più leggeri – la tuta in acrilico che fa criminale dai tempi dei Soprano – e le occasioni in cui fa emergere il malessere che si porta dietro. Magistrale, in questo senso è la gestione tecnica della scena del film serale con Kim: l’inquadratura, privata della presenza della donna, è asimmetrica e scomoda, e Jimmy, costretto su un lato, sembra contorcersi nervosamente nel disagio.

Do yourself a favour and go see someone.
In totale contrapposizione rispetto a Jimmy troviamo il personaggio di Kim. A questo punto del racconto è difficile lasciarsi sfuggire il chiasmo disegnato dagli archi dei due protagonisti, con il momento di massima congiuntura raggiunto con l’apertura dello studio legale Wexler-McGill la scorsa stagione. Mentre Jimmy rimpiange il suo passato da scavezzacollo, Kim percepisce nell’impegno con Mesa Verde la dissoluzione degli ideali che l’avevano spinta ad intraprendere la carriera legale. Provata dal suo ruolo in difesa di Jimmy e turbata dal cambiamento di quest’ultimo, va in cerca di antiche sicurezze, delle convinzioni profonde e sincere che può trovare nelle cause pro-bono, assumendosene l’onere come se fossero indulgenze per i suoi peccati, nonostante questa scelta rischi di compromettere il suo impegno con Mesa Verde.
“Talk” e “Quite a Ride” sono due episodi molto diversi sia nell’economia generale del racconto che come valore assoluto, con il secondo che prevale sul primo. Focalizzato sull’assorbimento delle scorie del passato e sull’approfondimento dei personaggi, “Talk” è un riempitivo di qualità in cui i dialoghi e i confronti muovono molto poco e il cruento scontro a fuoco – centrale nella trama verticale ma apparentemente irrilevante in quella orizzontale – serve solo a portare un po’ avanti la storyline di Nacho, sempre più sballottato dalle dinamiche distruttive della guerra segreta tra Gus Fring e la famiglia Salamanca. Al contrario “Quite a Ride” è un pilastro, soprattutto simbolico, del ponte che sta lentamente congiungendo Better Call Saul a Breaking Bad e traccia una netta linea di demarcazione tra il prima e il dopo, tra Jimmy McGill e Saul Goodman.
Arrivati a metà della quarta stagione lo show ha radici profonde e tronco stabile e, per la prima volta, concede agli spettatori un’occhiata su quello che c’è al di là del muro.
Voto 4×04: 7
Voto 4×05: 8+

Sarà stata colpa della polemica montata in rete giorni fa sul presunto primo, grande errore commesso dal sempre preciso Vince Gilligan, quel chiassoso e surreale dibattito sulla nipote di Mike che non cresce, ma Talk mi ha colpito in un modo negativo per la prima volta in assoluto fin da quando questo splendido universo è stato creato. Voglio credere, voglio sperare che quel lento indugiare sul nulla avrà un senso più avanti e comunque, per fortuna poi è arrivato Quite a Ride…