
Interpretata da John Krasinski, Abbie Cornish e Wendell Pierce, la serie è un prodotto godibile, con alcuni pregi e qualche difetto, consapevole della propria direzionalità tematica e abile a giocare al suo gioco con sicurezza e competenza: niente di più che un oggetto di intrattenimento solido, corazzato (da ottimi effetti visivi) e veloce (perché dominato da un ritmo al cardiopalma), che si potenzia anche grazie all’originalità del modello letterario originario, dal quale eredita non poche qualità. Sono molte infatti le intuizioni narrative pensate nel 1984 – quando Tom Clancy pubblicò “La grande fuga dall’Ottobre Rosso” (il primo libro della serie di Ryan) –, attualizzate e spinte al massimo del rendimento spettacolare e della funzionalità narrativa. Il taglio particolare del genere, il protagonista dalle caratteristiche atipiche, l’importanza dei dispositivi informatici, il punto di vista etico e apolitico e le entusiasmanti scene di azione concentrate in pochi momenti strategici sono tutte caratteristiche dell’originale, che questo nuovo Jack Ryan in alcuni casi fa propri come connotati imprescindibili e in altri li eleva al cubo come eccezionalità nel panorama di genere.
Le regole del genere sono, per esempio, perfettamente dominate e inglobate nella narrazione e si rivelano adatte a un racconto finzionale che cerca comunque l’afflato realista. Il techno-thriller fantapolitico è uno specchio che, a trent’anni dalla sua invenzione, ancora continua a rappresentare alcuni aspetti del reale e che forse oggi, con il terrorismo, biologico e soprattutto informatico, funziona ancora meglio che in quegli anni ’80 irrigiditi dalle tensioni del muro. È un genere che allora parlava una lingua lungimirante e che parla oggi la lingua della contemporaneità, perché si misura con il digitale, si confronta con l’economia ed evidenzia pericoli che aggiornano il terrore del nucleare a minacce più raffinate.

Il magnifico personaggio di Ryan è un altro risultato di questa aderenza con la realtà: analista e apparente uomo d’ufficio che gestisce la logistica delle informazioni dei traffici economici in Yemen, non è il gentleman che conosce le più esotiche arti marziali e le regole del poker, o la testa di cuoio capace di spingere il proprio corpo al limite dell’umano, bensì la mente sopraffina in grado di osservare il reale e i suoi dettagli per estrapolare informazioni vitali. È lui la spia, l’eroe dell’azione salvifica dell’ultimo minuto, il cervello che digerisce la quantità spropositata di dettagli tecnici per produrre un rendimento intellettuale capace di individuare minacce da semplici movimenti bancari, prevenire attentati dalle fluttuazioni dei mercati e risolvere situazioni critiche con un colpo al mouse e uno al grilletto. Figlio della complessità dei media e di una visione anti-machista del combattente, è l’alfiere delle caratteristiche migliori dell’uomo occidentale del ventunesimo secolo, l’uomo in cui si coordinano temperanza e emozionalità genuina, ordine e creatività, simpatia e serietà.

La serie presenta questo chiaro messaggio contenutistico, che, pur non essendo sottolineato o forzato particolarmente dagli autori, arriva con toni decisi e inequivocabili sia attraverso la sentita interpretazione dell’attore sia attraverso la gestione narrativa di tutti i personaggi. Uno degli elementi più interessanti di Jack Ryan riguarda proprio la differenza tra buoni e cattivi, che si misura soltanto sul peso etico-morale delle azioni. Gli attentatori e i terroristi islamici non sono demonizzati a prescindere e non corrispondono a macchiette caricaturali, anzi; sono personaggi descritti a fondo nelle loro psicologie e nei loro affetti, in una chiave che vede l’odierna furia del fondamentalismo islamico come la risposta personale e vendicativa alle passate devastazioni commesse dagli americani sul suolo mediorientale. La differenza tra Ryan e Suleiman si misura solo nella direzione della bussola morale: la partecipazione emotiva è bilanciata, la qualità etica delle azioni fa la differenza.
La narrazione infatti li tratta alla pari e il risultato è costituito daun protagonista vincente e un cattivo dotato di una malvagità tridimensionale: profonda perché radicata nell’animo come una ferita intima e complessa perché indistricabile come le radici di un grande albero. Il trattamento dei personaggi è sintomatico di una narrazione sensibile non solo all’esplosività dell’azione, costruita comunque secondo le leggi della spettacolarità asciutta di certi thriller urbani, ma anche all’esplosività del pensiero: il racconto dello scontro è infatti prima di tutto una partita a scacchi tra due menti che si studiano, si lanciano trappole e imboscate e solo infine ingaggiano un violento e definitivo confronto psico-fisico.

La serie può quindi vantare un buon numero di qualità e, grazie a una chiusura quasi antologica, una sensazione di compiutezza che accentua la portata di un’esperienza di genere in grado di mantenere le aspettative su tutti i fronti. Con un grandioso protagonista, antagonisti particolari, una storia capace di riflettere su questioni importanti sia attraverso momenti dedicati sia attraverso l’intrattenimento e con una potenza espressiva di alto livello, Jack Ryan è una novità interessante nel panorama del suo genere di riferimento e un prodotto da non sottovalutare nel panorama seriale.
Voto: 7½

Premesso che le reazioni a caldo (24) e a freddo (Homeland) all’attacco terroristico più drammatico e spettacolare del secolo (11/09/2001) avevano di fatto già detto e dato tutto al “political action thriller” seriale, Jack Ryan fa comunque la sua figura. Pur senza particolare originalità e purtroppo un po’ in ritardo rispetto alla contemporaneità politica, giustificata nella terza stagione, ma non nella quarta, il cast, il ritmo e le tante location la rendono un buon prodotto e un piacevole intrattenimento. Peccato per l’ultima stagione chiusa un po’ frettolosamente, difetto già riscontrato anche per altri progetti della piattaforma (vedi The Expance, tanto per dirne una…).