Spesso si legge che la televisione sarebbe a corto di idee vista la mole di reboot e revival degli ultimi anni. A guardar bene però questo fenomeno è solo parte di un’esplosione produttiva che invece di creatività ne è pienissima, offrendo trimestre dopo trimestre prodotti innovativi o comunque in grado di rielaborare il passato in modo decisamente personale. You, a partire dal suo episodio d’apertura, sembra essere parte integrante di un autunno carico di sorprese positive, grazie a una squadra di autori e autrici che ormai non ha più nulla da dimostrare e a un racconto che fin dai primi minuti ricorda di avere a cuore il piacere del proprio pubblico.
La serie è ispirata all’omonimo romanzo di Caroline Kepnes e va in onda negli Stati Uniti su Lifetime (stessa rete di UnREAL). A idearla sono stati Greg Berlanti e Sera Gamble, una coppia che anche solo a giudicare dalle carriere di ciascuno sembra perfetta per raccontare questa storia. Il primo non ha bisogno di presentazioni: è uno dei massimi autori-produttori della sua generazione, è il creatore dell’Arrowverse (nonché il responsabile di buona parte degli introiti di The CW) e un instancabile produttore da diversi anni. La seconda è un’autrice che ha ormai diverse esperienze alle spalle, tutte legate al mondo teen e al soprannaturale, come Supernatural e The Magician, due serie non solo apprezzate dalla critica ma anche capaci di dar vita a una fan base molto affezionata.
You racconta una storia per certi versi semplice, quotidiana, priva di epicità, ma è proprio questo genere di prossimità con la realtà che la rende così brutale, oltre che così avvincente. In poche parole lo show accompagna lo spettatore nella mente di uno stalker e la narrazione è interamente a focalizzazione interna, tutta raccontata in prima persona. Il protagonista è Joe, ragazzo di bell’aspetto sulla trentina che lavora in una libreria, la cui attenzione un giorno viene calamitata dall’arrivo di Beck, ragazza che sogna di fare la scrittrice, immersa in una vita che non le appartiene totalmente, che la costringe quasi sempre a fingere e che non le ha ancora dato l’opportunità di dimostrare chi è davvero. L’episodio trascina lo spettatore all’interno delle ossessioni di Joe, facendogli ascoltare senza filtro ogni pensiero e mettendo in luce in questo modo l’arroganza e l’egoismo di un ben preciso modo di guardare le donne.
Il pilot di You dimostra in modo inequivocabile (come se ce ne fosse ancora bisogno) la professionalità e il talento di Greg Berlanti, un autore in grado di fare televisione prima ancora che di raccontare storie interessanti. Indipendentemente dalla trama e dal genere in questione, infatti, il produttore americano di origini italiane sa come conquistare il proprio pubblico, sa come si scrive un racconto che crede nei propri personaggi e che ha tutto l’interesse di catturare l’attenzione degli spettatori. A dimostrazione di ciò vi è anche il suo lavoro al cinema, in particolare con il recente Tuo, Simon, film che durante la scorsa primavera ha fatto parlare tantissimo di sé grazie alla delicatezza e alla sincerità con cui declinava il coming of age a partire da un protagonista omosessuale.
A giudicare dal primo episodio, You appare come una serie decisamente intelligente, in grado immediatamente di raccontare due protagonisti complessi e ricchi di sfumature senza che questo appesantisca il ritmo del racconto. Se fosse un prestige drama diversi quarti d’ora sarebbero impiegati per riflettere sulle ragioni sociali del comportamento del protagonista e sul suo tumulto esistenziale (come già altri hanno sottolineato). Così (per fortuna) non è, perché la serie ha sempre ben chiaro il proprio cammino e procede ad alto ritmo riuscendo comunque a veicolare una visione del mondo pessimista (pur non essendo per niente una serie “dark”), in particolare rispetto alla messa in scena delle debolezze dei personaggi e alla facilità con cui chiunque è sempre pronto a sfruttarle a proprio piacimento. Che siano le amiche di Beck, Joe o altri, You racconta di uomini e donne pronti ad approfittare di ogni occasione che si presenti sulla loro strada in modo furbo e individualista, caratteri iperperformativi protagonisti di un mondo ultra-competitivo. Per certi versi Joe è una sorta di Dexter nell’era dei social media, un ragazzo molto intelligente, ossessivo e il cui punto di vista guida lo spettatore sottintendendo non solo che i suoi metodi, per quanto tutt’altro che leciti, sono mossi da sentimenti e desideri autentici, ma soprattutto che il mondo circostante non è che meriti di meglio. Questo ritratto è perfettamente calato in un contesto sociale in cui la rappresentazione del sé sui social network guida le azioni e decisioni quotidiane di tutti, rendendo la reputazione uno degli elementi principali delle vita di ciascuno e mostrando la privacy come un concetto molto differente rispetto a qualche anno fa.
La pluralità di registri di You la rende una serie per ora ancora indecifrabile, che però ha l’ambizione di non essere un prodotto “a tesi”. Da una parte infatti vi sono molti momenti di questo episodio d’apertura che costituiscono una riflessione consapevole sulla mascolinità tossica, sulla tendenza al possesso delle donne da parte degli uomini, sulla retrograda e insensata abitudine a voler salvarle e migliorarle. Dall’altra però si evince la volontà di costruire personaggi a tutto tondo, allargando gli orizzonti del discorso, dando un’umanità a Joe (in particolare riguardo al rapporto con il piccolo Paco) che complica e non di poco il discorso. Gli episodi successivi avranno anche il compito di chiarire se questo approccio rischia di depotenziare le tesi di fondo della serie oppure di ampliare il registro del racconto associando più livelli di lettura senza che questi vadano in contrasto.
Concludendo, il pilot di You ha il merito di indirizzare in maniera puntuale il racconto, incanalandolo totalmente nel punto di vista dello stalker e chiarendo bene allo spettatore che la sospensione dell’incredulità è in alcuni casi necessaria in favore di una storia avvincente e dal ritmo forsennato. A questo proposito per una volta è un peccato non avere tutte le puntate subito perché sembra uno show very addictive, pensato per essere divorato quasi in un sol boccone.
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