
Dal 2005 BBC ha riportato in vita un progetto televisivo gigantesco, che per tantissimi anni ha raccontato la cultura britannica in modo unico, diventando un vero e proprio punto di riferimento per gli spettatori di tutte le età. Dal ritorno di Doctor Who per dieci stagioni si sono alternati quattro Doctor e due showrunner: Russell T. Davies e Steven Moffat, due fan sfegatati della serie classica e conoscitori maniacali della mitologia dello show. Il primo ciclo, quello di Davies, ha dato l’imprintig estetico-narrativo all’intero New Who, declinando il racconto in modo più drammatico e adottando un approccio fortemente umanistico; il secondo è invece stato plasmato a partire dall’esuberante poetica di Steven Moffat (il quale aveva scritto già alcuni degli episodi più originali delle stagioni precedenti), che ha amplificato l’aspetto ludico dello show, oltre che il ritmo e la brillantezza della scrittura.
Con la conclusione della decima stagione si può tranquillamente parlare della fine di un’era e dell’inizio di un ciclo che parte con pochissime certezze ma anche con una lunga serie di sfide intriganti all’orizzonte. È difficile stabilire quale cambiamento sia più radicale tra il passaggio da Steven Moffat a Chris Chibnall (nuovo showrunner) e quello da Peter Capaldi a Jodie Whittaker. Di sicuro il fatto che avvengano contemporaneamente rende questa premiere tra le cose più attese dell’anno.
Does it suit me?

Il ciclo di Moffat non è finito con un climax né dal punto di vista emotivo (Capaldi è stato un grandissimo protagonista ma la sua uscita di scena non è stata tra le migliori) né da quello critico e la decima stagione non è stata certo il momento più brillante della gestione dell’autore di Sherlock. Serviva una rivoluzione copernicana e alla BBC hanno pensato bene di creare una protagonista che si allontanasse il più possibile da chi l’ha preceduta, di trasformare la companion in un gruppo dalle caratteristiche variegate e soprattutto di affidare la conduzione dello show ad un autore che, pur essendo come chi l’ha preceduto un fan accanito di Doctor Who sin da bambino e già autore di alcuni episodi delle stagioni precedenti, ha una poetica molto diversa da quella di Moffat.
Right, this is gonna be fun.

Tuttavia, nonostante queste affinità, “The Woman Who Fell to the Earth” dà inizio ad un percorso completamente nuovo che, per riprendere le parole della protagonista, ha il coraggio di evolversi pur rimanendo fedele alla sua essenza originaria. Sotto questo punto di vista la gestione dei nuovi companion è perfetta: la loro presentazione si prende tutto il tempo che serve, anche a costo di posticipare il momento più atteso dal pubblico, ovvero la presentazione dell’attesissima female Doctor. Chibnall sembra voler dire che questa volta la struttura narrativa della serie avrà basi più solide, che il racconto non si articolerà nella formula Doctor vs. tutti (e probabilmente diminuiranno anche i momenti timey wimey), ma affronterà ogni questione mettendone in luce più facce possibili. I compagni di viaggio della protagonista sono un esempio emblematico: tutti molto differenti tra loro, con backstory che rimandano a problematiche specifiche e interpreti capaci di essere efficaci nei momenti ironici ma anche di reggere sulle proprie spalle momenti drammatici (non a caso l’episodio e la sua ciclicità ruotano attorno a un lutto). Anche da questo punto di vista l’approccio di Chibnall sembra essere più vicino a quello di Davies, in particolare per l’importanza che viene conferita a ciascuna delle individualità presentate e per il ruolo dei sentimenti, messi fin da subito al centro del racconto.
We’re all capable of incredible change. We can evolve and still stay true to who we are. We can honor who we’ve been, and choose who we want to be next.

Sotto la guida di Chirs Chibnall Doctor Who pare essere intenzionato a mettere al centro la Terra e gli esseri umani (l’assenza del Tardis non è un caso), sviluppando un racconto che, a partire dal campione emblematico del gruppo di companion, intende ragionare su un’umanità consapevole dei propri limiti ma anche coraggiosa e determinata a voler continuamente migliorarsi. In questo senso tutti e tre i personaggi presentati, Yasmin, Ryan e Graham, sono immediatamente raccontati come esseri umani tridimensionali, fatti di contraddizioni, ambizioni e paure che tanto hanno a che fare con la costruzione dell’identità. Ed è proprio qui che arriva a gamba tesa l’importanza della nuova eroina – il cui personaggio sarà in gran parte sviluppato a partire dall’identità e dall’autodeterminazione –, pronta a fare da guida al nuovo gruppo di amici (che tra l’altro si conoscono già tutti e la accolgono come in una vera e propria famiglia).
Don’t care how, use your initiative.

L’attrice dà così forma a una Doctor dalle tonalità cartoonesche, che pur avendo sembianze umane è perfettamente consapevole delle proprie disumane capacità, dimostrando sempre una totale sicurezza in se stessa e mettendo in atto con allegria e coraggio il proprio ingegno, come dimostrato dalla bellissima sequenza in cui costruisce da sé il proprio cacciavite sonico.
Ogni premiere di Doctor Who successiva a una rigenerazione è caratterizzata da una sensazione agrodolce, perché in genere l’entusiasmo per il ritorno della serie amata è accompagnato dalla sensazione di spaesamento e dalla nostalgia per il Doctor precedente. Naturalmente si tratta di impressioni puramente soggettive, però in questo caso la novità è talmente dirompente che ogni paragone (e quindi preferenza) sarebbe inadeguato, o rivestirebbe un’importanza del tutto relativa di fronte alla rivoluzionaria scelta della serie, incarnata alla perfezione da Jodie Whittaker.
Questa ripartenza di Doctor Who è stata anticipata da grandi aspettative e altrettante paure, con fan e hater ad attendere al varco. A visione avvenuta è possibile dire che si tratta del classico episodio post-rigenerazione, con la presentazione della nuova protagonista, del gruppo di compagni di viaggio, con l’impostazione dello stile generale del racconto, che in questo caso sembra giovare di un budget più alto rispetto al passato. Possiamo inoltre dire con certezza che la prima prova è stata ampiamente superata, che una protagonista donna non solo funziona (la premiere è stata l’episodio più visto degli ultimi cinque anni e il lancio stagionale più seguito da dieci anni a questa parte), ma è esattamente ciò che serviva, soprattutto perché Jodie Whittaker, con la sua recitazione frenetica, sfrontata e piena di smorfie, in solo un episodio ha già dimostrato di poter prendere in mano un personaggio di grandissima complessità e modellarlo a propria immagine e somiglianza.
Voto: 8
