
Iniziamo con “Nine Bucks”, un episodio che, pur dicendo molto sulla natura della serie, ci dice pochissimo su dove la serie sia davvero diretta in termini di rinnovamento e di evoluzione del proprio stile narrativo, perché, pur presentando alcune novità sia nella struttura che nella trama della serie, sembra propendere più verso un manierismo nelle soluzioni (che danno l’impressione che si stia procedendo forse un po’ troppo col pilota automatico) che verso un vero e proprio percorso di ripartenza, come sarebbe stato necessario dopo lo scioglimento del mistero della morte di Jack. Un evento che è stato per la serie una vera e propria ancora, capace di tenere ogni volta insieme tutte le storie e la cui importanza narrativa si era già fatta sentire, in absentia, nella debolezza della seconda metà della scorsa stagione.

Si potrebbe pensare, quindi, che nella peggiore delle ipotesi il centro narrativo di questa stagione di This Is Us si fonderà sulla riproposizione di un meccanismo narrativo che già conosciamo, quello che prevede che la serie dissemini indizi contrastanti sull’evento misterioso e stimoli la nostra curiosità a un tempo, giocando però dall’altra parte con le nostre aspettative e regalandoci continuamente dettagli fuorvianti per tenere alto il nostro livello di attenzione. Una scelta rischiosa proprio per quanto detto sopra: si tratta di un meccanismo che ha costituito un elemento importante nel successo della serie ma che già di per sé aveva esaurito parte della propria carica di novità verso la metà della seconda stagione e che, se riproposto in una sua mera variante (e con un personaggio probabilmente molto meno iconico e potente di quello di Jack), potrebbe quindi rivelarsi potenzialmente frustrante per uno spettatore che si aspetti da This Is Us qualcosa di più che il manierismo nella ricerca dell’effetto sorpresa.

Innanzitutto, This Is Us in “Nine Bucks” mette il tema dell’episodio ancor più al centro della propria narrazione, addirittura inserendo una storyline esterna – quella di Franco Harris, ricevitore degli Steelers di Pittsburgh e della sua leggendaria “Immaculate Reception”, avvenuta nel divisional round dei play-off della American Football Conference nel dicembre 1972. Harris riuscì a segnare un touchdown che sembrava impossibile e che fu un punto di svolta per gli Steelers, che dopo decenni di insuccessi vinsero la loro prima gara di playoff della stagione, vincendo in seguito 4 Super Bowl in quel decennio.
Usando come spunto la vicenda di football, “Nine Bucks” costruisce un episodio in cui per tutti le cose sembrano andare nel modo peggiore possibile, ma poi un colpo di fortuna cambia la situazione: il primo appuntamento di Jack e Rebecca sembra destinato a fallire ma si conclude inaspettatamente con un bacio; per Kate pare impossibile ottenere la fecondazione in vitro ma alla fine trova un medico disposto a rischiare; Randall è convinto di non aver persuaso Deja a farsi adottare, ma viene sorpreso addirittura da un regalo di compleanno; Kevin e la cugina di Beth tengono nascosto il loro rapporto alla famiglia per paura del giudizio, che si rivela invece pura preoccupazione (almeno per Kevin).

“A Philadelphia Story” però contraddice totalmente questa impressione e non lascia da parte solo la storyline esterna, ma anche il mistero messo in campo nel primo episodio, dando forma a una puntata totalmente staccata dalla precedente e tendenzialmente centrata su Randall e il suo complesso rapporto con la paternità: questa volta non la propria nei confronti di Deja, ma l’eredità che gli viene dai propri due padri e dal loro essere portatori di valori culturali e razziali totalmente discordanti. Nulla che non si sia già visto nelle due stagioni precedenti, così come abbiamo già visto il conflitto generazionale femminile tra Kate e la madre (che la disapprova costantemente e la mette a confronto con un modello di genitorialità impossibile da eguagliare) e abbiamo approfondito abbondantemente il problema di Kevin con le donne e la sua insicurezza rispetto alle proprie capacità e alla propria fama.
In assenza di nuove idee rispetto alla costruzione dei piani temporali – il principale motivo di interesse della serie per molti, e sicuramente ciò che la distingue da un family drama qualunque, tanto da essere diventato un modello di riferimento –, ci troviamo quindi a constatare quanto i personaggi e i loro conflitti siano stati sviscerati in ogni modo possibile, forse ben oltre le loro potenzialità.

L’unica traccia di novità è nell’esplorazione dei momenti successivi alla morte di Jack, che mostrano la famiglia durante l’elaborazione del lutto e forse anche la generazione dei conflitti che ne caratterizzano i rapporti interni, oltre che nel potenziale scontro che si delinea tra Kate e Randall rispetto al rapporto con l’eredità di Jack. Ma anche in questi due casi, siamo comunque di fronte alle ennesime variazioni sul tema del lutto e dell’incapacità dei fratelli di elaborarlo in maniera collettiva e non egocentrica. “A Philadelphia Story” può essere quindi vista come la conferma di quanto si poteva supporre vedendo “Nine Bucks”, ovvero che in This Is Us gli escamotage narrativi sembrano ormai essere indispensabili per sopperire alla mancanza di appeal delle singole storie.
Come già detto, è decisamente presto per giudicare il futuro andamento della stagione ma è lecito porsi alcune domande: lo show riuscirà a proseguire il suo percorso innovando la propria scrittura? E se lo farà, sarà nella direzione di una complicazione dei piani narrativi (che per ora non sembra intuibile, ma non è la prima volta che This Is Us riesce a sorprenderci in questo senso) o nella direzione di una crescita delle singole personalità che possa dare solidità alla serie anche al di fuori della ricerca dell’effetto sorpresa? A queste domande è impossibile appunto rispondere ora, ma sicuramente si può dire che in questi primi due episodi siano presenti più debolezze che punti di forza, e che bisogna sperare in un innalzamento successivo della qualità per tenere viva l’attenzione su uno show che sembra invecchiare molto in fretta rispetto alle aspettative che aveva creato.
Voto 3×01: 7
Voto 3×02: 6 ½

E pensare che a me sembra proprio che la serie non abbia più alcun bisogno di fare leva sulla suspense per rendersi interessante, sebbene questo elemento sia (stato) forse la sua nota stilistica più innovativa.
Allo stesso modo mi piace anche la staticità dei personaggi che non evolvono di stagione in stagione in nome della buona scrittura, ma reiterano i propri “modi” affrontando ciò che la vita (questa sì ben scritta) propone loro.
Non facciamo forse tutti così?
Detto questo condivido ll giudizio sull’incertezza stilistica di queste due puntate che buttano lì qualche trovata una po’ a caso, di cui appunto non credo si sentisse il bisogno.
Spero che questa smania non finisca per rovinare l’esperienza.