
Nel finale della scorsa stagione avevamo lasciato John Lakeman in preda allo sconforto e al dubbio su una panchina della stazione dei treni. All’inizio della prima puntata della seconda stagione ritroviamo l’uomo seduto allo stesso posto, ancora una volta costretto ad andare da A a B, inseguendo la dinamica strutturale del flusso delle cose per raggiungere obiettivi impegnativi, sacrificando tutto il possibile e cercando di combattere gli eventi con un nuovo incarico da assolvere (premere il grilletto una volta sola, per colpire la minaccia iraniana alla radice), con una lunga serie di problemi da controllare (tra cui anche l’arrivo di una nuova detective) e con un grande peso da sostenere: quello del dolore personale, del sentimento di oppressione esistenziale continuo e invalicabile. La seconda stagione della serie prodotta da Amazon Prime Video si è dimostrata fortemente incentrata su quest’ultimo punto, sulla sofferenza; la narrazione orchestrata da Conrad si è rivolta verso questo sentimento in maniera inequivocabile attraverso una linea tematica che ha percorso tutta la rappresentazione in maniera sempre lampante, come una striscia di fuoco nella notte o un filo elettrico scoperto. La storia è corsa infatti con determinazione verso quell’obiettivo preciso, coordinando forma e contenuto per trasformare ogni momento narrativo della serie in un passo avanti verso la rappresentazione a tutto tondo del dolore.

Anche la traiettoria della caduta di John è stata disegnata con grande sensibilità. Con l’avanzare degli episodi la sua percezione emozionale è stata descritta mediante stratificazioni utili a trasmettere in maniera credibile non solo lo stato d’animo del disturbo post-traumatico da stress, ma anche il passaggio del dolore da sentimento temporaneo a linguaggio naturale inconsapevole, automatismo somatico simile al respiro. L’abile scrittura della serie ha confuso nella sua personalità i contorni di definizione tra l’alienazione e il martirio, la sofferenza autoimposta e l’incapacità di comunicare, l’autodistruzione e l’accettazione del male: ne è uscito un soggetto che non è né un eroe né un antieroe, bensì una sorta di mina vagante impazzita, un cavaliere errante capace di qualsiasi tipo di sentimento e di qualsiasi tipo di azione. Alle principali figure maschili, poi, Patriot anche in questa stagione ha contrapposto caratteri femminili molto particolari, che hanno aperto la serie alla natura agile e flessibile del pensiero femminile. Non è un caso che le donne (compresa una perspicace bambina) dello show siano più intelligenti degli uomini, sappiano gestire meglio il dolore di cui comunque soffrono e siano anche le uniche interessate a fermare il tracollo degli eventi, ora con decisioni drastiche, ora con metodi più raffinati.
La seconda stagione si è dimostrata ottimale anche nella resa formale, cioè nelle soluzioni registiche e nella gestione dei toni espressivi, con risultati ugualmente ambiziosi ed esaltanti. L’idea generale di cercare di raccontare i sentimenti dei personaggi in maniera molto diretta si è tradotta a livello registico nell’uso frequente di soggettive. Questa tecnica ha permesso di immedesimarsi in breve tempo e intensamente con i protagonisti, dimostrando di essere una soluzione di regia perfetta per comunicare (comunque con misura) il gravoso peso fisico delle ferite e trasmettere il dolore attraverso l’immagine senza altre mediazioni. L’utilizzo dei toni invece non è cambiato dalla prima stagione, pur essendo più direzionato verso la rappresentazione della complessità dei sentimenti.

Solo dopo aver gestito con controllo impeccabile contenuto e forma, la serie, nel finale, ha fuso i due al massimo grado per ottenere una costruzione di senso, un’immagine metaforica capace di racchiudere tutte le riflessioni contenutistiche proposte e di formarne molte altre. Tenendo presente il nucleo tematico a lungo descritto – il dolore come unica espressione dell’individuo –, incastrandolo nelle regole della narrazione – il continuo movimento dei personaggi da un punto ad un altro – e presupponendo il paradosso come legge non scritta – l’impossibilità del movimento –, la serie di Conrad ha in primis ottenuto un risultato concettuale profondo: l’unico movimento possibile in un mondo in cui non si possono percorrere gli spazi è il dolore. In seconda istanza, non ha spiegato la conclusione coraggiosa, innovativa e suggestiva con grandi monologhi cerebrali e dimostrativi, ma l’ha invece trasmessa secondo le regole della semplicità e grazie alla magia della comunicazione cinematografica, cioè attraverso una singola immagine: la nuotata solitaria di John in mezzo a giganteschi banchi di meduse.
Questo sistema era già stato utilizzato in precedenza da Patriot. La serie infatti si è confrontata fin dall’inizio con l’adattamento visivo di un presupposto narrativo geniale e spiazzante – l’impossibilità di trasportare un oggetto da un punto ad un altro –, dedotto e adattato a sua volta da uno dei più grandi paradossi della filosofia antica: quello zenoniano dello stadio, che nega l’esistenza e la possibilità del movimento. La prima stagione aveva tradotto la conclusione scioccante del filosofo eleatico rappresentando visivamente l’impossibilità di muoversi da A a B per trasportare un banale oggetto; il finale di questi otto episodi, come descritto sopra, invece ha cercato di presentare una risposta emotiva e filosofica al paradosso per poi rappresentarla in una grande metafora visiva abbagliante.

La serie si è confermata un capolavoro della serialità contemporanea, capace di ampliare la portata emotiva della sua storia grazie a una visione profonda del sentimento. Utilizzando forma e contenuto con uguale impegno e attenzione e trovando il giusto equilibrio per fonderli in un definitivo colpo solo, la serie ha mirato dritto al cuore dei suoi personaggi e ci ha trovato il cuore della realtà. Sarà difficile dimenticare l’immagine di quella traversata in mare, gemma assoluta a conclusione di una stagione altrettanto eccellente, e sarà difficile non pensare al pessimismo del messaggio finale: poche volte il cuore ha battuto così forte e poche volte gli occhi sono stati così commossi.
Voto: 9

Bellissima recensione!!!!!
Grazie Matteo! Ti è piaciuta la stagione?
Concordo con la recensione Temevo che dopo la bellissima prima stagione “cedesse”, e invece è ottima anche questa.
P.S. piccolo OT, se possibile: Shameless non è stata più recensita nella nuova stagione?
Ciao Sandro, ti rispondo per quello che riguarda Shameless. In redazione non ci sono più persone che la seguano e abbiamo dovuto interrompere le recensioni, ci dispiace!
Non era facile mantenere il livello qualitativo della prima o addirittura alzarlo e invece per fortuna…