Doctor Who – 11×10 The Battle of Ranskoor Av Kolos 2


Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosCon “The Battle of Ranskoor Av Kolos” si conclude (senza contare lo speciale di Capodanno) l’undicesima stagione di Doctor Who, la prima che ha visto esordire una Doctor donna e che arrivava due mesi fa con un carico di aspettative molto più alto del solito. Se si considera il cambio di showrunner (Chibnall al posto di Moffat) e la fisiologica necessità di abituarsi ad un nuovo Doctor, era più che lecito domandarsi quanta fatica avrebbe fatto il nuovo corso a farsi accettare dal pubblico.

Il fattore che, a partire dal 16 luglio 2017, pareva preoccupare una discreta parte del fandom (la rivelazione dell’identità di una donna, Jodie Whittaker, come 13esimo Doctor) ha rappresentato col senno di poi l’elemento meno controverso e più accettato all’interno di una stagione che, invece, non ha avuto la stessa fortuna. La Whittaker è stata in grado di portare in scena una Doctor che non ha dovuto faticare molto per guadagnarsi le simpatie del pubblico, conquistato sin dalla season premiere da un’interpretazione divertente e sopra le righe ma mai in modo eccessivo, e soprattutto dalla caratteristica più costitutiva del personaggio: è innegabile infatti che questa sia la Doctor della speranza e dell’amore per la conoscenza, di elementi insomma estremamente positivi che in un’epoca come la nostra sembrano il più delle volte sul viale del tramonto, e di cui c’è quindi un disperato bisogno.

“Come on, fam”
I thought we weren’t doing fam
I like it.”

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosIl cambio di rotta della serie si è attuato su diversi livelli, al punto che la figura del companion è stata triplicata con la creazione di un gruppo nel primo episodio che ha però faticato – e non poco – per conquistarsi le simpatie degli spettatori. Non si è trattato tanto di problemi intrinseci ai singoli coprotagonisti, che anzi offrono spunti interessanti (primo fra tutti Graham), quanto di un’oggettiva impossibilità di scrivere in modo stratificato così tanti personaggi in una stagione che già prevedeva il cambio del protagonista. L’idea di fare tabula rasa per ripartire da zero non è sbagliata a priori, e anzi possiamo dire che la creazione di un gruppo attorno a Thirteen ha fatto sì che per la prima volta non ci sia stato un Doctor-leader attorno a cui si avvicendano personaggi minori, ma un team nel quale la Doctor spicca per abilità e capacità, non certo per perfezione né come fonte di qualsiasi risposta alle domande dell’Universo.
È un gruppo di quasi pari, dunque, in cui la Doctor è vittima di dubbi in maniera simile a quella dei suoi nuovi amici; un concetto ribadito nel corso della stagione con la battuta ricorrente su come la squadra possa definirsi, risolta solo nel finale con la coraggiosa decisione di chiamarsi “fam” che in inglese indica la famiglia ma anche un gruppo allargato di amici molto uniti (quella che noi chiamiamo, con un’ampia perifrasi, “non la famiglia di sangue ma la famiglia che ci si crea”).

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosCome si diceva, però, non tutto ha funzionato in questa direzione e a farne le spese sono stati, in maniera diversa, tutti e tre i coprotagonisti, prima fra tutti Yaz: ad esclusione di “Demons of the Punjab”, infatti, la sua costruzione è caratterizzata da pochissimi elementi, che la rendono persino in questo finale una semplice “aiutante della Doctor”, specchio del pubblico nelle sue ammissioni di non comprensione di ciò che accade, o al massimo momentanea fonte di ispirazione per la stessa Thirteen. Ryan, rispetto a Yaz, può contare sulla luce riflessa del percorso di Graham, senza dubbio il personaggio più indagato e meglio costruito dei tre; se dovessimo infatti considerare il ragazzo in quanto tale, non potremmo esimerci dal parlare della sua disprassia come di una disabilità che compare a uso e consumo della trama, per poi sparire quando più conviene. Il rapporto con Graham, che raggiunge il picco in questo finale, è di certo caratterizzato da momenti intensi e divertenti nel corso della stagione, ma impallidisce davanti all’elaborazione del lutto da parte di Graham, al quale vengono riservati tutti gli sforzi di scrittura che non ci sono stati per gli altri.
È una scelta coraggiosa quella di trattare l’elaborazione del lutto in questo modo, che è a metà strada tra la negazione – viaggiare per far passare il tempo in un posto che non sia casa, che non ricordi la donna amata tutti i giorni – e la necessità di ritrovare la voglia di vivere attraverso l’avventura, la curiosità e la conoscenza di ciò che è diverso da lui. Ecco perché il suo percorso funziona: perché parte dal trauma, passa attraverso fasi diverse e si conclude con la scelta positiva della vita – qui rappresentata dal rifiuto di uccidere “Tim Shaw” nonostante ne avesse ogni possibilità.
Il resto della stagione, purtroppo, non può contare su uno sviluppo altrettanto curato e per parlarne è necessario tornare al concetto di tabula rasa affrontandone gli aspetti negativi.

“What happened to never do weapons?”
It’s a flexible creed.”

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosSin dall’inizio del ciclo New Who, con Russell T. Davies, ci siamo abituati ad una serie che, pur conservando all’interno delle proprie stagioni numerosi episodi standalone (alcuni dei quali risultano ancora oggi tra i migliori della serie), ha sempre avuto una più o meno importante trama orizzontale. Se ai tempi di Davies si trattava di trame ora più semplici, ora più complesse, con il ciclo Moffat in più di un’occasione lo spettatore si è trovato in difficoltà nel dipanare la matassa presentata e nel raccogliere gli indizi che, di episodio in episodio, venivano distribuiti in occasione del gran finale. Esulando per un momento dalle differenze tra la gestione di Davies e quella di Moffat, possiamo dire che entrambi hanno a modo loro messo in scena stagioni con archi narrativi ben precisi, che avevano sempre un determinato scopo.
La cosa che dunque ha più colpito del lavoro di Chibnall è stata proprio l’assenza di questo aspetto: a conclusione dei dieci episodi, infatti, possiamo dire che ci sono stati dei temi portanti ricorrenti, che c’è stato un tentativo di circolarità con l’apertura e la chiusura collegati da “Tim Shaw”, ma che di sicuro non si è andati oltre a questo. Perché?

Non sono state poche, in passato, le critiche rivolte agli archi stagionali di Steven Moffat, accusati più di una volta di essere diventati troppo complicati; sembra quindi che, in un’ottica di ricostruzione totale di Doctor Who (prima donna Doctor, prima squadra allargata), Chris Chibnall abbia deciso di invertire la rotta anche su questo elemento tornando ad una forma più semplice, con episodi autoconclusivi spesso con una certa funzione didattica che richiamava le origini del Classic Who, ma senza un reale arco stagionale. Si tratta di una scelta piuttosto inusuale al giorno d’oggi, dove una trama orizzontale è presente persino nel più basico dei procedurali, e, sebbene si possa comprendere o addirittura condividere la motivazione iniziale, non si può che evidenziare come combattere un estremo con un altro estremo non sia la scelta più giusta. Ancor più deludente, in questo senso, è il riferimento al Timeless Child del secondo episodio, che aveva fatto gola a qualunque spettatore in attesa dei primi indizi per una storia più corposa e complessa, e che invece ha lasciato tutti a bocca asciutta, rimandata con ogni probabilità alla prossima stagione.

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosRisulta quindi praticamente inevitabile che questa “The Battle of Ranskoor Av Kolos” – per quanto dotata di una buona trama interna – non riesca a dare al pubblico la sensazione di essere un vero season finale, in sostanza perché (tolto il percorso di Graham e il richiamo alla premiere) non c’è davvero nulla da chiudere: è una puntata come un’altra, che se fosse stata a metà stagione non ci avrebbe stupito per niente. Resta quindi da chiedersi se fosse davvero necessario un reset di questa portata, o se forse l’urgenza di cambiare tutto sotto ogni aspetto non sia sfuggita di mano, diventando più una questione di principio che un effettivo bisogno della serie.
A dimostrazione di questo ci sono due fattori su cui non si può soprassedere, uno dei quali presente proprio in questo finale. Il primo è legato a una certa secondarietà del TARDIS che, pur essendo protagonista in absentia del secondo episodio con un nome (“The Ghost Monument”) richiamato proprio in questo finale, non è mai stato così in secondo piano come in questa annata; l’altro fattore, invece, è forse ancor più grave e riguarda uno dei tratti caratteristici del Doctor, uno di quelli che fanno parte della sua identità di rigenerazione in rigenerazione, ossia il rifiuto delle armi. Lo sappiamo, non c’è nemmeno bisogno di specificarlo: per il Dottore ogni forma di vita è degna di ascolto, ogni entità – anche la più cattiva – può nascondere nella sua storia un motivo che l’ha portata ad essere così, e per questo non esiste in tutto l’universo una sola ragione per cui si possa porre fine alla vita di qualcuno. Questo, nella mitologia di Doctor Who, si è sempre risolto con un assolutamente inequivocabile “no” alle armi. Ecco perché fa persino male al cuore, oltre che alla testa di un whovian, quel “My rules change all the time” inserito proprio in un discorso sulle armi, perché è un troppo che stroppia, che va ad intaccare un tratto fondamentale del Doctor solo perché è necessario dividersi le armi per far procedere la trama.
Il problema, dunque, non è il cambiamento in quanto tale, ma la sensazione che ci sia stata una certa sconsideratezza nel metterlo in pratica e che proprio per questo i risultati siano stati così altalenanti.

None of us know for sure what’s out there. That’s why we keep looking.
Keep your faith. Travel hopefully.
The universe will surprise you. Constantly.

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av KolosCome si diceva all’inizio, Thirteen è una Doctor legata al bisogno di speranza e conoscenza, e le sue ultime parole nell’episodio non fanno che ribadire questo concetto. Le puntate sono state caratterizzate da temi quali l’integrazione, la comprensione di se stessi e di riflesso quella degli altri; questi a loro volta si basano sulla tolleranza per chi è diverso da noi, da sempre tema fondante di Doctor Who, elevato in questa stagione (soprattutto in episodi come “Rosa” o “Demons of the Punjab”) a tratto caratterizzante della natura stessa della Doctor. Il season finale ne è un altro fulgido esempio: all’interno di una critica molto aspra verso gli estremismi religiosi e dunque verso le conseguenze di una fede cieca che non abbia come obiettivo la compassione per il prossimo, si accende lo spiraglio di una speranza con la rappresentazione stessa degli Ux.
Delph ci viene presentato come il primo dei due a non voler più sottomettersi ad una volontà distruttrice perché diventato finalmente consapevole delle conseguenze: egli infatti soffre in prima persona per quanto è stato fatto ai vari pianeti, un’immagine che senza bisogno di troppe analisi suggerisce come compiere atti malvagi contro l’umanità sia di fatto un atto anche contro se stessi. È Andinio dei due quella più determinata a seguire il “Creatore”, quella che sembra davvero troppo accecata dal proprio credo per poter cambiare idea; eppure, forse in modo persino troppo rapido ma di certo efficace, finirà anche lei col ricredersi quando si renderà conto di aver fatto tutto questo per qualcuno che l’ha ingannata, che ha approfittato della sua fiducia per farla diventare uno strumento di morte. Il pentimento degli Ux sembra dunque suggerire la possibilità per chiunque di ritornare sui propri passi, anche per chi ha compiuto gli atti peggiori, nonché la speranza – di nuovo – che l’umanità sappia guardare dentro di sé e trovare la strada giusta, se viene messa davanti all’evidenza del male compiuto in nome di una folle credenza.

Doctor Who - 11x10 The Battle of Ranskoor Av Kolos“The Battle of Ranskoor Av Kolos” è in definitiva un buon episodio, che tra i suoi pregi annovera anche un’ottima fotografia – una vera costante dell’intera stagione; tuttavia non riesce a portare con sé i tratti tipici di un season finale perché non c’è stata alla base una stagione che abbia offerto questa possibilità.
È chiaro che da questa annata ci si aspettasse di più; la stessa Doctor, che pure rappresenta uno degli elementi più riusciti di questi dieci episodi, avrebbe sicuramente tratto vantaggio da una scrittura migliore, che si occupasse non solo di caratterizzarla come ha fatto, ma anche di inserirla all’interno di una storia più stratificata, volta a far emergere ancora di più i suoi tratti specifici. È un peccato aver visto diminuire il suo rapporto col TARDIS, quasi che la numerosità del gruppo attorno a Thirteen avesse in qualche modo intaccato il legame con la sua “blue box”; ed è di sicuro una grande perdita quella di Murray Gold, la cui assenza nel reparto musica della serie si è fatta notare lungo tutta la stagione.
A seguito dello speciale del 1° di gennaio, dovremo aspettare un altro anno per una nuova stagione di Doctor Who, che vedrà tornare sia Jodie Whittaker che Chris Chibnall – il quale a quanto pare ha già iniziato a lavorare sulla sua seconda annata. La speranza è che questo lungo tempo a sua disposizione sia ciò che gli servirà per creare una dodicesima stagione più centrata e soprattutto più completa, che non sacrifichi elementi solo per la necessità di “fare qualcosa di diverso”, e che sappia cogliere quanto di comunque positivo questi episodi hanno prodotto per portarli ad un livello ancora più alto.

Voto 11×10: 7½
Voto Stagione: 6/7

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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2 commenti su “Doctor Who – 11×10 The Battle of Ranskoor Av Kolos

  • phate89

    Mah.. Sinceramente sono molto deluso dall’annata. Moffat è sempre stato criticato per le forzature e le incoerenze ma ha sempre avuto una visione più generale della trama. Questa stagione mi è sembrata solo una serie di episodi in cui Chinball decideva punto di partenza e punto di arrivo e tutto quello che accadeva in mezzo era buttato li per caso e quest’ultimo episodio lo rappresenta bene. Ogni volta che si arriva a un empasse o a un limite salta fuori qualcosa che si può fare molto semplicemente o che accade perchè si. Tim shaw arriva e viene scambiato per il salvatore. Perchè? cosa ha in comune con la loro mitologia? boh è li e quindi è il loro salvatore. Tim shaw decide di andare a fermare graham e ryan e all’improvviso basta sparargli al piede per metterlo ko. 5 pianeti possono star insieme ma 6 no. Perchè? Cosa ne facciamo? Semplice li rispediamo col tardis (?!?) etc etc etc..
    Capisco la voglia di riconcentrarsi su concetti fondamentali per il dottore come il rifiuto delle armi, la lotta per i diritti degli afroamericani etc etc etc e che doctor who è sempre e comunque stato pieno di forzature e di concetti che vanno accettati per forza ma c’è comunque un limite e non può essere completamente dimenticato lo svolgimento al fine di arrivare dove si vuole..

     
  • Strummer

    Stagione secondo me ampiamente insufficiente.
    Cosa non ha funzionato: principalmente abbiamo avuto dei compagni dimenticabili (troppi e caratterizzati male, solo Grant si salva); nessuna trama orizzontale, siamo tornati ad un concetto di show televisivo vecchio e senza un progetto a medio-lunga scadenza; troppi episodi telefonati e con una trama banale, zero colpi di scena.
    Rimandata il Dottore, purtroppo il materiale su cui ha dovuto lavorare era di infima qualità e lei non ne è sempre uscita bene.
    Bocciato Chibnall, cosa voleva comunicare? Dove voleva andare? Perché?