
Spesso nelle narrazioni di questo genere rappresenta un elemento di contorno che aggiunge al massimo un tocco di esotismo urbano (grazie a background misteriosi o solo accennati) senza nulla di più di un contributo tecnico, pratico e veloce alla narrazione, un perno su cui far girare un episodio, un passo falso in cui fare inciampare i personaggi o una scorciatoia che li avvicina alla soluzione prima dello spettatore.
È entusiasmante vedere quindi come il ruolo di questa figura venga riabilitato e approfondito da Informer, serie inglese prodotta da BBC. Il protagonista dei sei episodi è infatti Raza, un ragazzo inglese di origini pakistane che per cancellare dalla fedina un arresto dovuto a possesso di droghe pesanti si ritrova costretto a vestire i panni della spia di basso livello per l’Unità Antiterrorismo di Londra: inserendosi nei pericolosi ambienti della mafia albanese in primis e delle cellule terroristiche islamiste in seguito, cercando di ottenere nomi, volti, informazioni utili per scoprire focolai di radicalizzazione, intercettare mine vaganti rabbiose e prevenire attacchi terroristici.

Il personaggio principale, interpretato dal giovane Nabhaan Rizwan, fa infatti parte di una comunità di periferia popolata soprattutto da musulmani e tormentata dalla criminalità, dal pregiudizio e dalle tensioni interne. Malgrado la sua famiglia – comunque sui generis – non abbia nulla a che fare con il crimine, Raza è in breve spinto a contatto con un sottobosco criminale che non conosce e che lo costringe a un’evoluzione caratteriale definitiva per la sua vita e per i suoi affetti.
La serie gestisce questi due aspetti della sua identità con precisione e profondità: è davvero interessante infatti notare come gli autori utilizzino piccoli gesti per caratterizzare il protagonista. Trucchi, segreti del mestiere, improvvisazioni, scelte e doppi giochi sono il catalogo gestuale di un tipo umano nato per il margine dei racconti di azione spionistica e in questo caso localizzato al centro della storia: lo sguardo dello spettatore è per la maggior parte del tempo allineato a quello del protagonista e segue la sua avventura urbana dal basso delle strade, tra corridoi metropolitani e tane famigliari sovraffollate, e non dall’alto degli uffici di vetro delle amministrazioni governative che comunque coordinano e da lontano comandano le operazioni sul campo.

Le sei puntate ragionano con costanza sulla differenza tra verità e apparenza, sulla strumentalizzazione e sull’educazione religiosa nel microcosmo rappresentato dalla comunità di Raza, organizzando in parallelo alla storia di spionaggio linee tematiche secondarie in grado di formulare quesiti interessanti per la coscienza dei protagonisti e per quella degli spettatori. Come nasce la radicalizzazione? Che individui colpisce? È possibile prevenirla? Il sincretismo culturale è un’utopia fallimentare? Il multiculturalismo riuscirà ad abbattere il pregiudizio razziale che deriva dall’ignoranza? Quale forma ha l’individuo in tutto questo?
La serie organizza la sua narrazione in modo da presentare gli eventi della storia come possibili risposte a queste domande, mostrando concretamente le possibili gli effetti dell’odio, della paura e dell’incomprensione. La riflessione emerge quindi con una violenza che lavora per colpire in crescendo, fino al tragico culmine finale che lascia solo sangue e vittime per ragionare sugli esiti del pregiudizio e del rancore. Non c’è ottimismo facile in Informer e non ci sono tematizzazioni grossolane e banalizzanti, solo un’intensità ben distribuita che orchestra uno spettacolo coordinato in favore di una riflessione che tocca diversi punti e che non si limita al personaggio del protagonista.

Non ci sono momenti eroici infatti: i personaggi non sono agenti dotati di straordinario coraggio, intelligenza o prestanza fisica, anzi, sono profili professionali destinati solo al filo che è teso sopra il burrone, allo spazio aperto dell’incertezza continua e del pericolo imminente. La serie struttura per loro un arco narrativo estremamente verosimile in cui i personaggi affogano senza rimedio, danneggiandosi e soffrendo senza riscatto, sosta, catarsi o piacere. L’esperienza di cui partecipano è per i loro corpi e per le loro menti un evento non indifferente, perché la loro caduta è rovinosa e perché il realismo non fa prigionieri.
Alla fine di sei episodi tesi e compatti, irrobustiti da una scrittura solida e resi avvincenti da un montaggio impostato su un’elevata velocità, Informer conclude la sua prima stagione con risultati più che positivi, rivelandosi un valido prodotto di intrattenimento, capace di utilizzare il linguaggio audiovisivo e i codici di genere per riflettere anche su alcune questioni dell’attualità politica e sociale.
Voto: 8
