
Il 1° ottobre del 1989, poco prima della dismissione del Muro di Berlino, in tutto il mondo alcuni bambini vengono alla luce in maniera assolutamente inspiegabile: le loro madri, fino a pochi minuti prima, non erano affatto incinte. Questa comparsa quasi messianica delle piccole creature attira l’attenzione di Sir Reginald Hargreeves, un eccentrico e sinistro milionario che decide di prenderne sotto la sua ala protettiva il più possibile: riuscirà ad adottarne sette, che diventeranno i membri della misteriosa Umbrella Academy, che coltiva i poteri straordinari che ognuno di questi ragazzi porta con sé.
La serie, basata sull’omonimo fumetto di Gerard Way e scritta da Steve Blackman, si presenta con un pilot abbastanza divertente, riprendendo alcune particolarità di serie abbastanza recenti e di successo. Infatti, è quasi impossibile non richiamare alla mente The Haunting of Hill House, A Series of Unfortunate Events e, nel cinema, Watchmen e le atmosfere delle pellicole di Wes Anderson. Ma capiamo perché.

A Series of Unfortunate Events viene richiamata per lo stile gotico di alcune scene/paesaggi – senza ombra di dubbio la sede dell’Accademia/casa Hargreeves, ma anche alcuni costumi dei personaggi e il modo di girare le scene d’azione – e anche per il rapporto dei ragazzini con il mondo adulto, rappresentato quasi esclusivamente dal vecchio filantropo e da un mondo fatto prevalentemente di gente cattiva da fermare a tutti i costi.
Watchmen e Wes Anderson vengono in mente, ça va sans dire, per argomento e colori/fotografia della serie. Supereroi che si ritrovano tutti assieme a combattere per un bene comune che mette in pericolo, a quanto sembra, tutta l’umanità; e appunto le atmosfere con colori bizzarri e inaspettati sia di scenografie che di costumi, che richiamano molto – e giustamente – il mondo del fumetto, da cui appunto la serie è tratta.

Anche le musiche/canzoni scelte sono abbastanza azzeccate, alcune prese dal periodo in cui i protagonisti erano bambini – e quindi i clamorosi anni ’90 – e altre dall’immaginario pop, prese apposta per “ridicolizzare” (passateci il termine) situazioni che di divertente non dovrebbero avere nulla, sottolineando la tendenza descritta poco prima nello sdrammatizzare scientemente alcune fasi dell’episodio.
A livello di cast la produzione si gioca l’asso Ellen Page, che è chiaramente la più “titolata” dei fratelli e a lei è ovviamente affidato il personaggio più complesso del lotto, Vanya (o Number 7), totalmente diversa dagli altri personaggi e quasi alienata dalla realtà e dalla società: la Page offre una performance di livello, affiancata anche da Tom Hooper (Dickon Tarly in Game of Thrones) e Robert Sheehan (Misfists), gli altri attori più conosciuti. Menzione particolare invece per Adam Godley (lo ricorderete in Breaking Bad nel ruolo di Elliott Schwartz e il A Young Doctor’s Notebook & Other Stories nel ruolo del Feldsher) nella parte di Pogo, una vecchia scimmia saggia che fungeva da tuttofare per Sir Hargreeves, probabilmente figlio di uno dei suoi esperimenti.
Tirando le somme, il pilot di The Umbrella Acadamy ha forse il difetto di ricordare troppo da vicino i prodotti elencati poco sopra, creando un effetto di già visto, e di sicuro la durata di questo episodio – e di quelli a venire – di sessanta minuti sta cominciando a diventare anacronistica per una televisione con tempistiche sempre più ristrette e fruibili attraverso un veloce binge watching. Va anche detto, al contrario, che è comunque una puntata godibile e divertente, che non ha la pretesa di esplorare troppo gli aspetti psicologici più impegnativi dei personaggi e del racconto, ma che la sua funzione di puro intrattenimento la svolge alla perfezione.
Se amate il mondo dei superiori che oggi è molto di moda ma anche diatribe familiari e, perché no, misteri puramente fantascientifici (ve la buttiamo lì: viaggi nel tempo e affini), The Umbrella Academy è esattamente la serie che stavate aspettando.
Voto: 7
