
Dopo il promettente inizio, la prima delle due puntate dirette da Nic Pizzolatto aveva segnato una battuta d’arresto nel buon ritmo che la serie era riuscita ad incidere alla narrazione e il quinto episodio non fa eccezione perché, nonostante qualche buon guizzo (la sparatoria a casa di Woodard, la scena della camera da letto con le tre versioni di Hays a dialogare visivamente tra loro), non riesce ad amalgamare le parti dedicate all’intreccio con quelle maggiormente introspettive.
Fortunatamente Daniel Sackheim, alla direzione del sesto episodio, è un regista di maggiore esperienza (The Americans, The X-Files, The Leftovers, The Walking Dead) e riprende in mano le redini di tutto con un episodio scandito e montato benissimo, riuscendo a sostenere una scrittura abbastanza fiacca, che nello sviluppo dei personaggi e dell’intreccio sembra volersi ostinare a ripetere strade già battute con modalità già viste e riviste.
La parte mistery di questa nuova stagione continua ad essere quella migliore, grazie ad una gestione degli indizi e delle rivelazioni ottima da parte di Pizzolatto, che conferma quanto gli abbiano giovato gli anni in più che gli sono stati concessi per questo nuovo progetto, dopo la fretta seguita alla prima stagione e sfociata in un plot troppo confuso nella seconda. Tuttavia, nel vedere dove la storia ci sta portando, permangono i dubbi su un intreccio che sembra ripercorrere quegli stessi territori (abusi sessuali, massoneria, esoterismo, coinvolgimento di poteri forti inclusi la polizia) che hanno portato al successo la prima stagione, ma che qui sembrano stancamente ripetersi in una continua sensazione di dejavu.

Incentrata totalmente sulla figura di Hays, la scrittura non riesce ancora a mettere a fuoco il partner Roland West, mentre la moglie Amelia rimane ancora un personaggio per certi versi involontariamente ambiguo, privo di mordente, riflesso dei limiti che Pizzolatto ha sempre avuto con la scrittura dei personaggi femminili. Ci sono momenti corali che funzionano molto bene (la scena della cena negli anni Novanta tra i due ex-partners e le loro mogli), ma sono tutti da inscrivere in un quadro complesso che rimane concentrato esclusivamente sul personaggio di Hays, come se gli altri più che esistere in modo indipendente, venissero usati come mezzi per lavorare sul protagonista.
Quello che invece funziona benissimo a livello di scrittura è il discorso sull’incomunicabilità. Il mondo degli adulti emerge come universo in procinto di implodere sulle proprie ossessioni, sensi di colpa, rivalse personali ed egoismi, in un miscuglio di passato, presente e futuro, tra illusioni, ricordi e frustrazioni. È un mondo in cui l’uccisione dei due bambini sembra perdere completamente il suo valore umano, ma diventa “storia”, “mezzo” capace di alimentare le vite dei personaggi e dar loro un senso, rendendoli però allo stesso tempo ognuno prigioniero della propria meschinità e solitudine, totalmente incapace di comunicare, se non attraverso quell’evento in comune che li ha plasmati e divorati.

L’impressione finale è che quando Pizzolatto decide di giocare in modo “sincero” e dar voce alle proprie riflessioni, riesce molto meglio di quando invece forza la propria scrittura per cercare di piacere a tutti i costi. Esempio sono i continui rimandi alla questione razziale, che rimangono vuoti perché emergono come esercizi di stile politically correct, più che emergere come un’urgenza effettiva dell’autore (errore già fatto nella seconda stagione, quando a forza venne inserito il personaggio femminile di Rachel McAdams, in seguito alle critiche di misoginia alla prima stagione).
Pizzolatto dimostra dunque ancora una volta di essere legato ad una propria iconografia con la quale giocare per plasmare le proprie narrazioni, ma sulle sue storie pesa la mancanza di inventiva e la necessità di dover dimostrare sempre qualcosa a qualcuno, il che rende questo True Detective un prodotto sì fascinoso, ma finora anche molto poco onesto.
Voto 3×05: 6
Voto 3×06: 6,5
