
Wayne, Roland, Amelia e tutti gli altri sono quindi arrivati all’ultimo atto, per la gioia di tutti quelli che, nel corso di questi otto episodi, non hanno trovato abbastanza denso il materiale narrativo per realizzare uno show di oltre otto ore e soprattutto hanno identificato nello stile della serie molti più limiti che virtù. La ricorrente insoddisfazione del protagonista, deluso dalle indagini, dal suo lavoro e dalla sua vita privata, si è fatta progressivamente più ricorsiva, facendo girare la serie sempre più a vuoto, soprattutto perché non supportata da reali avanzamenti del plot, in particolare per quanto concerne la parte investigativa.
In questa stagione più ancora che nelle altre, True Detective si è dimostrata essere uno slow-burn drama – per usare un termine molto in voga tra i critici statunitensi – decisamente estremo, esasperando caratteristiche già presenti nelle altre annate, con l’aggravante di scontrarsi con un panorama televisivo molto diverso rispetto a quello di cinque anni fa (quando la serie ha esordito su HBO), che ha visto evolvere linguaggi e formati gettando nel passato questo genere di show. Il peccato capitale di questa stagione di True Detective e in generale di questo modello narrativo consiste nell’ossessione per il 10-hour movie, nell’idea che se una serie TV somiglia ad un film diviso in parti allora è qualcosa di più nobile, più artistico, più importante. Il risultato però, come dimostra questa stagione in maniera emblematica, è un prodotto che moltiplica i suoi difetti, abbonda di parti non necessarie e finisce per essere spesso autoindulgente.

Per quanto riguarda l’evoluzione della componente investigativa, una parte importante della detection è stata sviscerata nello scorso episodio, rendendo quest’ultimo tassello narrativo abbastanza inutile nell’economia del racconto, o comunque privo di quell’impatto che avrebbe potuto e dovuto avere. In questa lunghissima conclusione (quasi un’ora e venti di minutaggio) si assiste quindi a una miscela imperfetta di digressioni sul solito e abbastanza generico turbamento dell’animo dei personaggi e lunghi monologhi affidati a caratteri secondari che chiariscono a Wayne l’andamento della vicenda, spiegoni che occupano tanti minuti e che costituiscono una soluzione molto comoda, simbolo per eccellenza di una scrittura tremendamente pigra.
Sentendo parlare Junius Watts – l’uomo di colore con un occhio solo che i due detective hanno già incontrato diverse volte – con Wayne e Roland nella lunga sequenza collocata nella terza timeline, sembra infatti di assistere a un pitch di ciò che lo show potrebbe essere o, ribaltando la metafora, si ha quasi l’impressione di essere di fronte al recap di una serie che non c’è mai stata, perché è stato preferito posticipare l’esposizione degli sviluppi della vicenda Purcell e le relative rivelazioni riempiendo il vuoto con atmosfere, false piste e divagazioni d’ogni sorta in modo da amplificare l’impatto dei colpi di scena finali; una struttura narrativa formulaica e fallimentare, già vista anche in Sharp Objects, e che ha rappresentato il cappio al collo di questa stagione.
I due lunghi spiegoni di questo episodio (quello già citato di Watts e quello finale di Amelia nella sua dimensione fantasmatica) non solo televisivamente contraddicono in maniera nettissima la regola aurea dello show don’t tell, ma soprattutto mettono alla berlina una scrittura che sceglie volutamente di sottrarsi al racconto, preferendo non affrontare una storia che non difettava di materiale interessante. Il mistero di Julie Purcell, infatti, forse non era così interessante da supportare oltre otto ore di racconto, ma neanche così esile da venire accantonato per quasi un’intera stagione in favore di riempitivi volti a ritardare il più possibile il momento delle rivelazioni.
Nonostante la più che discreta partenza, la terza stagione di True Detective è apparsa sempre più spuntata, in particolare per quanto riguarda il versante investigativo, perché caratterizzato da un’asimmetria evidente tra la progressiva potatura dei potenziali colpevoli e la sospensione dell’avanzamento narrativo sul caso Purcell. Il problema, infatti, sta anche nell’aver rallentato fino allo sfinimento la detection ma contemporaneamente aver eliminato pian piano tutti i potenziali sospetti verso metà stagione, arrivando prima del season finale senza lasciare alcun mistero su chi fosse il principale responsabile del caso, dovendo semplicemente raccontare come si è realmente realmente svolta la vicenda.

Alla luce della conclusione della serie, la cosa più interessante della stagione era proprio il discorso legato alla memoria del protagonista e all’impatto della patologia di quest’ultimo non solo sul caso, ma soprattutto sulla sua famiglia e sulla sua identità. Questo è però a tutti gli effetti uno dei punti più deludenti, perché la serie avrebbe potuto fare molto di più e andare davvero a fondo sul rapporto tra memoria e percezione dello spazio e del tempo – anche se, di fronte a un plot investigativo tutt’altro che eccezionale, risulta comunque la parte meglio riuscita.
Sotto questo punto di vista è bene ricordare un paragone abbastanza recente e in questo caso quasi mortificante per la creatura di Pizzolatto: il personaggio di Sissy Spacek in Castle Rock è stato sviluppato proprio a partire da una malattia legata alla memoria, cosa che ha dato vita a una figura estremamente affascinante, capace di dare senso all’intero arco narrativo stagionale, esaltare i contenuti della serie e presentare il personaggio come un’affascinante viaggiatrice nel tempo.

Tra i tanti momenti di questo season finale in cui il regista è parso tutt’altro che all’altezza del proprio incarico c’è quello in cui i due detective vanno via dalla casa di Watts in seguito alle rivelazioni di quest’ultimo: la disperazione di Junius dovuta al rifiuto di Wayne e Roland di punirlo per i “peccati” commessi è così enfatizzata da rischiare l’effetto ironico involontario, evidenziando una regia tutt’altro che a proprio agio con il materiale narrativo da mettere in scena, sia per quanto riguarda l’uso della musica (che in questo caso a volte arriva inspiegabilmente a ricordare gli horror di serie B, stonando decisamente con le atmosfere e la “serietà” di True Detective), sia rispetto al mancato rigore con cui girare uno script che già di suo non lesina in quanto a emozioni espresse.
La messa in scena è ciò che dà senso e che plasma il racconto, che fa parlare la storia attraverso le immagini e che dovrebbe evitare allo show di essere letto nella maniera sbagliata. Un esempio in negativo sotto questo punto di vista è rappresentato dall’espiazione di Roland, non tanto nella canonica scena al bar in cui sceglie volutamente di farsi pestare, quanto in quella successiva, in cui in preda alla disperazione e agli effetti del whiskey si specchia nello sguardo e nella condizione di un cane randagio, che per caso passava di lì. Si tratta di una sequenza tremendamente didascalica e messa in scena con tutti i cliché immaginabili, ostentatamente enfatica e assolutamente non necessaria, tanto da sembrare una parodia.

Ancora più problematica è la gestione del rapporto tra Wayne e Becca, che a conti fatti rivela un importante buco di sceneggiatura: dopo aver costruito parte del racconto sulla rimozione della loro relazione, creando un mistero che faceva pensare a una rottura collocata nel passato, Pizzolatto fa tornare la figlia come se nulla fosse, presentandola in perfetta sintonia col padre come se fosse tornata da un weekend al mare.
Allo stesso modo rimane rimane nel vuoto l’interrogativo legato alla morte di Amelia, che per lunghi tratti della stagione è stata identificata non solo come un elemento potenzialmente cruciale del caso, ma soprattutto come un fattore fondamentale della riflessione sul protagonista, sulla sua patologia e sul suo stato d’animo nella timeline più recente.
Tutto ciò non può non rimandare ad alcune critiche che accompagnano da tempo Pizzolatto e che sembrano in questa stagione essere più giustificate che mai: all’autore non frega quasi nulla dei personaggi femminili e, con la sola eccezione di Antigone (interpretata da Rachel McAdams nella seconda stagione), si tratta sempre di figure al servizio degli antieroi maschili. Questa terza annata non fa che validare tali critiche perché il trattamento riservato ad Amelia e Becca nel season finale restituisce l’idea di un autore che, pur avendo una grossa opportunità narrativa sotto i suoi occhi, non ha avuto la voglia di sfruttarla.

Dopo le note vicissitudini che hanno spinto la HBO prima a pensare di cancellare la serie e poi a sospenderla per più di tre anni, le pressioni sulla produzione e Pizzolatto sono state così forti da realizzare una terza annata che da subito ha ostentato il più possibile le affinità con la prima stagione, sottolineando con l’evidenziatore la presenza di timeline multiple, l’ambientazione southern, whiskey e sigarette come se piovesse, dialoghi filosofeggianti e un mistero che coinvolgeva la morte di minorenni.
Il risultato è stato decisamente deludente, sia perché il tentativo di edificare un ponte con la prima stagione significa limitare le potenzialità della dimensione antologica del format, sia perché nel concentrarsi così tanto su questo obiettivo Pizzolatto ha realizzato uno show dalla scrittura pigra, pieno di buchi narrativi su cui è impossibile chiudere un occhio e ingolfato dall’abbondanza di cliché di cui non si sentiva la necessità. Uno tra tutti è legato all’elemento chiave del caso Purcell, quella Isabel Hoyt che dà l’innesco all’intera vicenda, l’ennesima donna traumatizzata e distrutta psicologicamente usata come asso nella manica narrativo e mai raccontata davvero, semplicemente ridotta ad espediente drammaturgico.
Voto episodio: 4 ½
Voto stagione: 5½

Ma ci sono anche dei difetti. 😉
Ammazzaò che bocciatura!
Non c’è altro da aggiungere. Uno spunto non originale, ma sempre interessante, il ricordo, bistrattato da una pessima regia e impreziosito da un’ottima e inutile prova attoriale del fresco vincitore di un Oscar Ali. Sull’improvvisa ricomparsa di Becca penso che sia solo l’ennesimo inganno della povera mente di Wayne, come i vietcong di qualche episodio fa. Pizzolatto dichiara di avere un’idea bomba per una eventuale quarta stagione, spero imploda prima di fare altri danni…
Ma io l’ho trovata stupenda (l’unica cosa che pecca è la regia) è un bellissimo libro noir dove il personaggio è la chiave principale e il caso è in secondo piano!! Davvero vi interessava chi aveva ucciso chi? L’ultima scena nella jungla perfetta conclusione … lo vediamo circondato da tutta la sua famiglia e sembra in pace e felice ma nella mente non è da solo in mezzo alla jungla … bellissimo!!
…volevo scrivere ….ma nella mente è solo in mezzo alla jungla
Riassunto recensione: PIZZOLATTO SESSISTAAAAHHH!
Battute a parte, concordo con molte delle critiche, pure io ad esempio ho trovato fortemente didascaliche molte delle scene chiave.
E, mancanza ancora più importante, tutto era costruito per dare rilevanza a come fosse davvero morta la moglie e invece terminiamo la visione col punto completamente ignorato.
Ma il lavoro di presentazione e conseguente evoluzione psicologica di Wayne e Amelia (che è forse il personaggio più imprevedibile, alla fin fine, altroché donne trascurate…) è stato a mio parere di ottima qualità ed alcuni dialoghi tra i due hanno espresso verità non banali e, soprattutto, realistiche. Su Roland si poteva fare effettivamente qualcosa in più.
Tutto sommato l’insufficienza mi sembra esagerata; i salti tra le tre dimensioni temporali sono gestiti bene e non fanno mai perdere il filo, rinnovando anzi di volta in volta il nostro coinvolgimento sull’indagine.
E l’ultima immagine (come ha già scritto qualcun altro nei commenti), dove finalmente ci viene mostrato Wayne nelle vesti di ricognitore nella giungla vietnamita, è una fantastica maniera di chiudere.
D’altra parte, la scena dei vietcong “senza volto” che compaiono nell’oscurità di casa sua in uno dei primi episodi, dubito che ce la dimenticheremo mai.
Per quanto mi riguarda, 6 scarso all’ultimo episodio ma 7 abbondante alla stagione nella sua interezza.
Che poi, è chiaro… che Marty e Rust non li riavremo mai.
Sono così tante le cose che non hanno funzionato in questa stagione che secondo me ti sei dimenticato di riportarne alcune. Ad esempio il trattamento becero e superficiale del tema del razzismo, che è una critica che avete già mosso e in più occasioni, ma che, a mio avviso, meritava un’ulteriore menzione in un’analisi complessiva della stagione. Ma mi rendo conto che era veramente difficile riportare tutte le storture di questi 8 episodi, davvero.
Bella analisi Attilio, condivido davvero tutto ciò che hai detto e mi fa piacere che anche voi vi siate resi conto di quanto sia andata male questa stagione (non tutti sembrano essere di questa idea e me ne meraviglio non poco).
Grazie! Sì, la questione razzismo non l’ho toccata perché l’hanno già fatto altri prima di me, ed è bene che queste recensioni non diventino lunghe come dei libri 🙂
Però sono totalmente d’accordo con te, questo tema è stato affrontato in maniera sciatta e poco attenta.
Bella analisi. E’ stata una fatica finire questa terza stagione di TD. Personalmente, io metterei sulla graticola prima di ogni altra cosa la scrittura: sciatta, superficiale e per nulla ispirata. La regia è venuta a seguire ma su quel materiale anche Kubrick avrebbe avuto le sue difficoltà. Immagino l’obiettivo di Pizzolatto fosse quello di, giocando sulle tre timeline e sulla memoria del protagonista, spiazzare lo spettatore, ma l’effetto finale è stato quello di uno che va a vedere i Pink Floyd e si ritrova a Sanremo. Storia banale, confusa, priva di qualsiasi mordente. 5,5 è persino troppo, per me.
I demeriti di regia e scrittura sono abbastanza evidenti. Quelli di regia hanno un peso particolare perché sono una responsabilità indiretta: se la tua serie sfonda tra pubblico e critica anche grazie a un regista che le dà identità garantendo una regia piena di soluzioni originali (Fukunaga), è un autogol gigante arrivare con la terza stagione, sotto la pressione di tutto il mondo, iniziando con uno bravo come Saulnier e proseguendo con registi evidentemente non all’altezz
Completamente d’accordo!
Voto alla recensione: ZERO.
Voto medio alle recensioni di questa stagione: ZERO.
Voto alla stagione: nove.
Condivido tutto, ottima recensione, complimenti all’autore.
Voto alla recensione: 4
Voto all intera stagione: 9
Voto al recensore: 4
Stagione deludente ma finale bellissimo.
Recensione troppo critica.
Bella recensione, sono d’accordo su tutto.
All’ultima puntata mi sono detto “adesso è finito” e poi ho visto che mancava ancora mezz’ora!