
Gli adolescenti statunitensi guardano soprattutto determinati canali e piattaforme di streaming, tra cui figurano Netflix (ovviamente) e The CW (rete free-to-air che negli anni ha costruito la propria identità quasi interamente puntando su un pubblico giovane). Visto il successo planetario di alcune serie e in particolare la risposta dei target più giovani, anche i canali che non hanno negli adolescenti e post-adolescenti il proprio target privilegiato stanno iniziando a chiedersi come fare per catturare la loro attenzione.
Il caso di HBO è sicuramente peculiare e, a guardar bene, il processo che ha portato alla realizzazione di Euphoria sembra anche molto semplice da interpretare. Dopo essere stata per anni la rete della televisione di qualità, quella in cui pagando una (salata) sottoscrizione si potevano gustare contenuti esclusivi di derivazione letteraria e cinematografica e (anche per questo) dedicati soprattutto a un pubblico benestante, adulto e mediamente istruito (The Wire, The Sopranos), HBO ha stracciato qualsiasi record con Game of Thrones, ampliando a dismisura la propria audience di riferimento, fino a ottenere impressionati risultati tra i giovani.
Euphoria arriva quindi al momento giusto, presentandosi come il primo drama HBO intenzionato a parlare in maniera privilegiata a un pubblico teen, approfittando dell’enorme espansione del target della rete generata dalla popolarità della serie tratta dai libri di George R.R. Martin.

Per anni abbiamo detto che questo genere di storie parlano ai millennial, solo che oggi (chi prima, chi dopo) ci accorgiamo che questa generazione è cresciuta, è diventata “adulta” e di conseguenza le serie che la ritraggono non raccontano più le storie come quella di Euphoria ma sono show come Ramy, Love e Broad City.
Benvenuti nella generazione Z, dunque, dove ci sono soprattutto i nati nel Nuovo Millennio, che naturalmente condividono con le generazioni precedenti alcune caratteristiche che hanno a che fare specificamente con l’anagrafe (alcuni problemi che si hanno a sedici anni sono sempre gli stessi) ma che allo stesso tempo si fanno portatori di una nuova vitalità, caratteristiche proprie e contraddizioni strettamente legate all’essere giovani in questi anni. Loro sono il futuro, che come tale è sempre incerto, problematico, pieno di potenzialità, speranze, falsi miti e paure.

A questo proposito, una delle caratteristiche più interessanti di questo primo episodio (e, crediamo, dell’intera serie) è il modo in cui è narrato: assistiamo infatti a un narratore (anzi, una narratrice) interno che ci prende per mano e ci racconta la sua storia. È proprio Rue a raccontarsi, sin dal momento della sua nascita, descrivendo nei particolari cosa ha significato l’essere riconosciuta come bipolare, cosa significa avere attacchi d’ansia e rappresentando tutte quelle ricorrenti situazioni dell’adolescenza da un punto di vista totalmente interno.
Questo rende la serie ancora più interessante, perché da una parte è molto più facile empatizzare con la protagonista grazie al voice over che fa da mediatore, dall’altra però è la stessa protagonista che, in quanto istanza narrante, dichiara l’inaffidabilità del proprio racconto, soprattutto per quanto riguarda il ritratto di se stessa. Sam Levinson è molto preciso in questo caso nel sottolineare la varietà di traiettorie narrative possibili per ogni situazione, mettendo così in evidenza tanto le bugie che puntualmente gli adolescenti raccontano ai genitori e in generale alle figure che rappresentano l’autorità, quanto le possibilità narrative della serie a partire da una narratrice la cui affidabilità è sempre molto debole.

Un discorso a parte va fatto per la voce dell’attrice, perché in questo caso si tratta di un elemento essenziale della serie, che in alcuni casi è anche scollato dal personaggio. Il voice over della protagonista, infatti, non funge solo da narratore interno che racconta le vicende del suo personaggio, ma fa anche da voce narrante della serie stessa, planando da un personaggio all’altro e mettendone in evidenza le caratteristiche principali.
Non solo, la serie utilizza la voce di Zendaya per sospendere la narrazione e dedicarsi alla riflessione sulle questioni che emergono delle situazioni tipiche degli adolescenti contemporanei: si va dalla salute mentale al consenso nei rapporti di coppia, alla nudità come elemento ricorrente tra i giovani al ruolo del porno nei rapporti sessuali, alla percezione e la discriminazione dei corpi grassi e alla ridefinizione del concetto di trasgressione.
A giudicare da questo primo episodio Euphoria potrebbe essere una delle serie più interessanti del 2019, soprattutto se proseguirà nell’alternanza tra il racconto della protagonista e il ritratto dalla sua generazione. L’inizio è molto promettente e se la serie creata da Sam Levinson manterrà il coraggio di non sedersi sul classico stereotipo dell’adolescente ribelle, bella, tossica e intelligente (il rischio è dietro l’angolo), potremmo assistere a un ottimo prodotto.
Voto: 8
