The Handmaid’s Tale – Stagione 3 Episodi 1-3


The Handmaid's Tale - Stagione 3 Episodi 1-3Dopo un finale che aveva chiuso una seconda stagione calante rispetto a quella di esordio, ritorna The Handmaid’s Tale con tre episodi che – riprendendo esattamente da dove eravamo rimasti – cercano di restituire delle coordinate ad un racconto che, esaurita la sua carica iniziale e l’ispirazione del libro di Margaret Atwood, ha faticato a trovare un obiettivo che fosse se non altro abbastanza potente da dare una ragione al prosieguo della storia.

La scelta che nello scorso season finale aveva visto June lasciare Nichole nelle mani di Emily e rifiutare una fuga da Gilead aveva fatto legittimamente storcere il naso a più di una persona, soprattutto perché la – seppur comprensibilissima – necessità di salvare la sua prima figlia si scontrava col fatto che non ci fosse dietro di lei alcuna rete di supporto, alcun alleato da cui tornare. Si è trattato di una decisione che ha visto nella narrazione la sua esigenza più forte (tenere June a Gilead per mantenere qui il centro del racconto) ma che ha costretto il personaggio ad una decisione davvero troppo impulsiva, soprattutto visto che non era la prima volta che provava a scappare. Ed è per questo che, con la nuova stagione, vediamo subito Lawrence tornare indietro: perché introdurre un deus ex machina che intervenisse per togliere June da una strada letteralmente senza uscita (i controlli sono ovunque) era l’unico modo per non rendere la sua scelta una mossa suicida.
La questione dell’occasione perduta torna quindi a ripetersi a partire dalle prime scene: di nuovo, The Handmaid’s Tale ci pone davanti alla speranza – June che va a casa dei McKenzie per prendere sua figlia – solo per togliercela (ormai in modo prevedibile) dopo pochissimi minuti.
The Handmaid's Tale - Stagione 3 Episodi 1-3Già da queste prime sequenze quello che comincia a delinearsi è sfortunatamente uno schema ormai già visto, che alterna i momenti di speranza a quelli di fallimento, quelli dell’agognata fuga a quelli in cui la realtà torna a fare capolino per ricordarci che da Gilead non si esce se non in rarissimi casi – e quante volte ancora potrà essere raccontato lo stesso concetto senza che questo perda di sostanza?
L’intervento di Lawrence, nella sola premiere, arriva per ben due volte per scopi interamente legati alla trama: nel primo caso, come si diceva, per togliere June dal blocco a cui la sua decisione di rimanere l’avrebbe costretta; la seconda nel diventare il suo Commander, una scelta ampiamente prevedibile dal momento che la dinamica tra June e i Waterford non poteva più dare altro, soprattutto ora che la frattura tra Fred e Serena Joy appare ormai insanabile.

La scelta di Fred di non punire in alcun modo le due donne potrebbe apparire ancora completamente fuori contesto (come tutte le volte in cui ha salvato June), a meno che non la si voglia interpretare come una necessità (ormai potremmo dire esistenziale) di Fred di negare il più possibile tutto ciò che esce dal suo schema “Gilead-casa-famiglia”: è questo ciò che sembra emergere dal suo dialogo con Serena, in cui la confessione della moglie di aver dato via la bambina viene riletta come un errore dello stesso Fred, che avrebbe portato la moglie alla disperazione con il suo comportamento e le sue punizioni. Se c’è un fattore effettivamente interessante nella dinamica tra i due è proprio la differenza tra chi è ancora immerso nella filosofia di Gilead e chi invece ha – dopo aver a lungo rifiutato – sollevato il velo e visto il disastro che questo nascondeva. Non è difficile vedere come Serena sarà una parte fondamentale della resistenza da qui in poi, ma forse il semplice fatto di poterlo prevedere è già di per sé un elemento che non gioca a favore della serie. La fine della coppia Waterford, almeno per come la si è intesa fino ad ora, si trova simbolicamente nella messa a fuoco della casa e in particolare del letto, una scena che se sulla carta poteva funzionare, nella pratica patisce di alcuni dettagli semplicemente irrealistici (Serena che rimane minuti interi in una stanza che sta andando a fuoco a pochi centimetri dal letto in fiamme) o assoggettati ad una regia che vede in un certo modo di raccontare (ad esempio il rallentamento con cui June osserva il fumo prima di cercare, con calma, di capirne l’origine) uno sguardo di alto prestigio e che invece risulta semplicemente fuori posto e non necessaria.

The Handmaid's Tale - Stagione 3 Episodi 1-3Funzionano invece i momenti di confronto “fra madri”, sia quello tra June e la signora McKenzie in “Night”, sia quello tra June e Serena in “Useful”: complici i sentimenti ambivalenti di queste “madri adottive”, le donne riescono a trovare un terreno comune che fa riemergere un minimo di umanità, quell’umanità che è stata sopita in nome degli ideali di Gilead. Se nel primo caso si tratterà comunque solo di un lieve spiraglio, è nella conversazione tra June e Serena che avviene qualcosa di più. Sentirsi dire che “solo una madre avrebbe fatto” ciò che ha fatto lei, salvando la bambina da Gilead, porta la donna a sentirsi più compresa e, per estensione, a comprendere cosa tutte le altre madri patiscono nel momento in cui i bambini vengono portati via da loro. Serena è in grado di comprenderlo anche perché è completamente sola: la madre, da cui si è rifugiata, è complice del sistema di Gilead e non ha alcun riguardo nei confronti del dolore della figlia; e Fred non è certo qualcuno da cui la donna voglia tornare – anche se non possiamo escluderne un riavvicinamento con il secondo fine della resistenza. Di nuovo, assistiamo ad una scena che sicuramente da sola può funzionare – complice le sempre ottime interpretazioni di Moss e Strahovski – ma che sembra già nascondere tra le righe gli obiettivi per i quali è stata scritta.

The Handmaid's Tale - Stagione 3 Episodi 1-3È proprio di resistenza che si parla soprattutto nel secondo episodio, in cui June si ritrova (come si diceva, opportunamente scelta da Lawrence) nel mezzo della rete delle Marthas e comincia a comprenderne il funzionamento – nonché i sacrifici che questo comporta. Lo capirà concretamente alla fine, quando la scelta delle cinque donne da salvare verrà prima rifiutata e poi accettata in nome di un ideale più alto – salvare le donne che possano aiutare la resistenza, pagando personalmente il pesantissimo prezzo che comporta una scelta di questo tipo. Al di là tuttavia di questi risvolti, la dinamica del secondo episodio (con il fallimento della fuga di Alison) non è altro che l’ennesima riproposizione, in modi diversi, di quanto abbiamo già avuto modo di vedere soprattutto nella scorsa stagione: una speranza che viene distrutta giusto poco prima di vederla concretizzarsi. Cambiano alcune caratteristiche, ma il nodo del racconto sembra essere comunque sempre lo stesso, preannunciato e chiuso come sempre dai monologhi di June che si accordano al tema della puntata.
A rappresentare una novità c’è di sicuro l’ambiguità di Lawrence, un uomo la cui buona azione di salvare Emily aveva fatto supporre una sorta di pentimento nella sua visione di Gilead e che invece si mostra, in queste puntate, molto più stratificata: è proprio perché crede fermamente nella necessità di un “nuovo mondo” che è in grado di accettare determinate eccezioni (la fuga di donne molto intelligenti, come Emily appunto) o di sopportare un minimo livello di insurrezione. Per il resto, il suo rapporto con June si delinea già come quello tra un gatto e un topo, in cui – a differenza che con Fred – non ci sono inganni e tutto è allo scoperto (tutto tranne il ruolo della moglie di Lawrence: perché è in quelle condizioni, e quanto è davvero malata e quanto invece complice?).

The Handmaid's Tale - Stagione 3 Episodi 1-3In ultimo troviamo la fuga di Emily e il suo arrivo in Canada con Nichole. Se lo straniamento con cui osserva la realtà che la circonda ricorda molto da vicino quello che visse Moira al suo arrivo, è l’attesa tra il suo arrivo e la chiamata alla moglie l’elemento davvero nuovo, che aggiunge nuovi strati alla narrazione – aiutati anche dalle spiegazioni di Moira – di quanto sia difficile rientrare in contatto con i propri cari dopo aver vissuto delle vere e proprie torture, che hanno lasciato segni sia sul corpo che nella mente. È difficile riabituarsi ad una vita in cui si viene visti, trattati e riconosciuti come esseri umani, degni di visite mediche approfondite e di suggerimenti terapeutici: la scena della visita oculistica spicca tra le altre grazie ad una scrittura stratificata, in cui una cosa così scontata come leggere delle lettere su uno schermo diventa il simbolo di ciò che Emily non ha potuto fare per molto tempo – leggere, appunto – e che le fa capire quanto non ci sia altro tempo da perdere. Grazie all’altissima performance di Alexis Bledel, la seconda puntata si chiude con una nota decisamente più positiva del resto dell’episodio: la telefonata alla moglie, in una scena quasi completamente senza parole, rimane tra le poche memorabili parti di queste tre puntate.

Ci sono sicuramente dei momenti che possono far sperare, ma fino ad ora questi tre episodi della nuova stagione di The Handmaid’s Tale tendono a riprodurre schemi già osservati nelle scorse annate: qualche accenno a quello che sarà il tema della stagione – ovviamente la resistenza – apre il campo a delle possibilità narrative nuove, ma a meno di qualche importante scossone nella trama sembra che la serie sia ormai bloccata nel suo stesso modus narrandi, che ne ha fatto la fortuna durante la prima stagione ma che ormai, giunti alla terza, mostra la corda anche quando le interpretazioni sono di altissimo livello. Tempo per migliorare ce n’è, ma da ben tre episodi ci si poteva aspettare molto di più.

Voto 3×01 “Night”: 6-
Voto 3×02 “Mary and Martha”: 6+
Voto 3×03 “Useful”: 7

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Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

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