
Per questo l’arrivo di Nicolas Winding Refn, regista danese noto ai più per i recenti Drive e The Neon Demon ma che può vantare una carriera e un’esperienza molto più lunga, non è certamente una sorpresa. Quello che potrebbe stupire, o quantomeno interessare, è vedere come il suo particolare modo di fare cinema è stato adattato ad un progetto tanto ambizioso quanto imponente. Too Old To Die Young, infatti, è uno show formato da dieci episodi di un’ora e mezza l’uno; una tredicina di ore di visione dalle quali Refn ha scelto di estrarre due segmenti – il quarto e il quinto episodio – e di presentarli al pubblico dello scorso Festival di Cannes. Scelta se non altro contraddittoria rispetto alle sue dichiarazioni: lo stesso regista è, difatti, un forte sostenitore di quella terminologia denigratoria nei confronti dei funzionamenti televisivi, uno di quelli che si erge a difesa della sua opera definendola con decisione un “13-hour movie” e non una “semplice” serie tv. Rimanendo lontani da qualsivoglia opinione personale nei confronti di questa affermazione, risulta evidente una discordanza di fondo tra le intenzioni autoriali a monte e la scelta del formato di Too Old To Die Young che, pertanto, non può prescindere dall’essere analizzato per come si presenta, ovvero una serie televisiva a tutti gli effetti, con le caratteristiche e le regole che si attengono a questa particolare arte – per nulla secondaria alle altre.

A rafforzare questa evidenza si nota la ricerca stilistica che c’è in ogni inquadratura: regia e fotografia prendono violentemente il sopravvento sulla narrazione, unendosi poi alla colonna sonora per formare un trittico perfetto per fare da cornice all’anima noir del progetto. La palette cromatica che viene presentata allo spettatore spazia dal blu al rosso, dal giallo al verde, con una particolare attenzione agli effetti luminosi che derivano dalla luce elettrica e al gioco di chiaroscuri che si sovrappongono e si sottraggono continuamente. Chi è avvezzo al cinema di Refn ritroverà in Too Old To Die Young un ambiente sicuramente a lui familiare e un ritmo non difforme da quanto il cineasta danese ha proposto in passato: in particolare la mortificazione del tempo narrativo e le repentine ed improvvise accelerazioni del plot che contrastano con segmenti lenti e riflessivi.

Il primo episodio è comunque promosso, se non altro per la sua eleganza stilistica e la capacità magnetica dell’immagine che è oggettivamente difficile mettere in discussione; ci si riserva un giudizio definitivo sul progetto solo dopo averlo visto nella sua interezza, soprattutto per fugare i dubbi su una sceneggiatura che sembra effettivamente la parte più debole e meno interessante, ad ora, dello show.
Voto: 7 ½

Il ritmo dell’episodio era così lento che a un certo punto mi sono messo a contare mentalmente i secondi che passavano in un dialogo tra una battuta e l’altra: quasi mai meno di 5, anche per un semplice “OK”. A volte sembrava che il regista si fosse addormentato dietro la cinepresa e fosse stato risvegliato dall’assistente. La ricerca stilistica è interessante, ma appare annegata nella dilatazione dei tempi narrativi. Francamente, nessun desiderio di continuare la visione.
Sono d’accordo, vale la pena aspettare.
Non conoscevo Refn, per cui sono tra quelli che hanno avuto il battesimo con questo pilot e mi ritrovo in quello che scrivi sulla ricerca stilistica. Anche io ho notato che spesso a farla da padrone sono fotografia, luci e colonna sonora. Ci sono anche tanti silenzi e tanti dialoghi senza colonna sonora, che è interessante.
La prima impressione, però, è che sia tutto un pò troppo lento e che non sia chiaro dive voglia andare a parare questa serie.