
Il racconto riprende esattamente dove si era interrotto con lo scorso season finale: BoJack, con l’aiuto di Diane, ha deciso di entrare in una clinica di riabilitazione, finalmente pronto ad affrontare la sua dipendenza dall’alcool e i fantasmi del suo passato.
Dopo un primo episodio quasi interamente incentrato sul percorso di BoJack, che scava fino a risalire alle origini della sua dipendenza e che trova nel doloroso ricordo della morte di Sarah Lynn un momento di svolta, lo show inizia però a concentrarsi sui personaggi comprimari.
Che Diane, Princess Carolyn, Todd e gli altri abbiano col tempo assunto un ruolo sempre più centrale nella serie non è certo una novità, ma quello che colpisce in questa stagione è la volontà esplicita di mettere al centro le loro storie, lasciando la riabilitazione di BoJack quasi sullo sfondo, nel suo procedere lento ma deciso – pensiamo alle lettere indirizzate a Diane, o ai viaggi di riconciliazione che lo condurranno dalla donna a Chicago e poi da Hollyhock.
I wasted so many years being miserable because I assumed that was the only way to be.

Anche l’evoluzione di Diane colpisce a segno per il realismo e la schiettezza con cui viene rappresentata la sua depressione: dalla difficoltà nell’accettare la possibilità di stare meglio alla paura di perdere una parte di sé con l’inizio della terapia. Il suo è un percorso che scorre inevitabilmente parallelo a quello di Bojack, ma anche a quello di Mr. Peanutbutter, “The Face of Depression”, divenuto tale tramite una serie di classici equivoci alla BoJack, ma forse non del tutto inadatto al ruolo, considerando le difficoltà con cui affronta il tradimento e la riappacificazione con Pickles.
Pur restando ancora in sospeso, anche la storyline di Todd risulta particolarmente riuscita nel confronto con il padre, bilanciando il tono surreale che da sempre caratterizza le sue vicende: il personaggio si fa orgogliosamente portavoce di una felicità fuori dagli schemi, che non si misura necessariamente sul successo lavorativo e sul benessere economico.
Even Roman Polanski works more than I do, and he should be in actual jail.
Nonostante l’ampio spazio di introspezione dedicato ai personaggi, questi primi otto episodi non lesinano neanche sul versante comico, anzi. Gli assistenti in rivolta perché trattati come spazzatura, l’ossessione per i cinecomic, il sessismo strisciante a cui fa da contraltare un femminismo vuoto e di facciata: sono solo alcuni dei temi che vanno a comporre una satira di Hollywoo(d) che ancora una volta si dimostra esilarante e puntualissima, a cui si affianca l’altrettanto valido commentario sul capitalismo oligarchico, incarnato alla perfezione dalla White Whale corporation.
Parlando del lato più prettamente comedy di BoJack Horseman è impossibile poi non menzionare il fantastico “Surprise!”, una sorta di bottle episode interamente ambientato all’interno della villa di Mr. Peanutbutter in cui gli espedienti comici più disparati – dalla commedia degli equivoci alla slapstick – si fondono mirabilmente in un episodio divertentissimo che però, al tempo stesso, non trascura di affrontare i risvolti più seri della scoperta del tradimento di Mr. Peanutbutter, con i toccanti consigli di Diane e BoJack in versione domotica.
I remember everything, I’m sober now.

Da un lato troviamo infatti Kelsey e Gina, entrambe ancora costrette a fare i conti con gli eventi legati a Secretariat. Se la prima ha visto la sua carriera subire un’immeritata battuta d’arresto da cui fatica a riprendersi, la seconda invece mostra di non aver ancora superato il trauma della violenza subita, finendo col mettere a rischio il suo nuovo status di star.
Dall’altro lato troviamo le presenze indirette di Sarah Lynn e Penny: le indagini giornalistiche sulla morte della giovane attrice si vanno infatti a intrecciare con il soggiorno in New Mexico di BoJack, lasciando intendere che i due segreti più oscuri del protagonista non resteranno tali ancora a lungo. Ció che più colpisce è però la scena ambientata a New York, in cui gli eventi del finale della seconda stagione vengono narrati a Hollyhock (e indirettamente raccontati nuovamente anche a noi) da un altro punto di vista, ovvero quello di una delle vittime: Peter. L’assunzione di una prospettiva diversa da quella di BoJack non fa che ribadire la gravità delle sue azioni, sottolineando come il percorso di redenzione del protagonista non potrà che passare attraverso una diretta assunzione di responsabilità delle conseguenze del suo comportamento tossico.
In definitiva, questa prima tranche di episodi costituisce una perfetta introduzione al segmento conclusivo della serie, dimostrando ancora una volta come la serie animata di Bob-Waksberg costituisca una rappresentazione attualissima e più che mai necessaria del topos dell’antieroe.
Voto: 8½

Chiudere questo show è davvero un’enorme, gigantesca caz…a!