Dickinson – Stagione 1


Dickinson - Stagione 1È cosa accettata nel mondo della letteratura che le traduzioni “invecchino”. Se un classico, infatti, rimane immortale, lo stesso non si può dire, spesso, delle sue traduzioni, sia perché magari contengono degli errori da correggere, sia perché troppo legate allo spirito del tempo e invece non particolarmente fedeli a quello dell’opera.

Se immaginiamo una serie tv tratta da un libro o da un qualsiasi altro medium come una “traduzione”, perché in fondo si tratta pur sempre di una trasposizione in un linguaggio diverso, ecco che anche gli adattamenti chiedono di essere rivisti, ri-immaginati, “modernizzati”, proprio nell’ottica di essere il più aderenti possibile a ciò che l’autore originale aveva in mente.

Vista in questa luce, Dickinson, la nuova serie Apple TV + sulla vita e le opere dell’omonima poetessa americana, è un esperimento non soltanto interessante ma anche molto centrato. La figura di Emily Dickinson è stata notevolmente rivalutata negli ultimi anni, grazie ad una serie di studi che hanno fatto emergere, ad esempio dalle lettere inviate alla cognata/amica/amante Susan, una personalità molto diversa da quella che la storia della letteratura americana aveva dipinto. La poetessa di Amherst, in Massachusetts, non era, infatti, una donna schiva, solitaria e reclusa, ma una persona socievole, appassionata, amante della vita (e non soltanto affascinata dalla morte), ribelle e queer. La creatrice della serie Alena Smith si chiede, dunque, come rendere al meglio lo spirito della vera Emily piuttosto che quello del suo tempo che così tanto le stava stretto, e la soluzione, tanto assurda quanto ovvia, è stata renderla una millennial (o ancora meglio, una zoomer) incastrata negli Stati Uniti di metà ‘800.

Dickinson - Stagione 1Dickinson non è, quindi, soltanto l’ennesimo prodotto moderno che si serve di elementi anacronistici, come ad esempio la musica contemporanea, per scioccare e mostrarsi originale, ma un progetto con un obiettivo preciso e perfino lodevole. Il ritratto della poetessa, interpretata da un’energica e dramatic al punto giusto Hailee Steinfeld, è quello di una giovane donna stralunata, geniale ma insicura, scissa tra il fuoco dell’arte e l’amore e il rispetto per un padre altrettanto combattuto tra il suo ruolo di capo famiglia degno e rigoroso e quello di genitore quasi morbosamente attaccato, oltre che affascinato, dalla figlia. Proprio il rapporto tra i due rappresenta l’aspetto meglio costruito della serie, che parte dalle vere parole di Emily Dickinson – “mio padre mi regala libri e mi prega di non leggerli” – per tratteggiare e problematizzare una relazione tenera ma inevitabilmente viziata dalle dinamiche patriarcali, nel senso più classico del termine, che la società americana ottocentesca imponeva.

Altrettanto efficacemente sono descritte le relazioni tra Emily e il resto della sua famiglia, a partire da quella con il fratello Austin – un altro uomo intrappolato nel ruolo che gli è stato assegnato, ma capace di grandi slanci emotivi – per finire con Sue, amica, ma anche amante, sorella e infine cognata. L’esistenza o meno di una relazione fisica tra le due donne non è stata provata, ma è ormai accertato che queste si amassero romanticamente; la serie, così come in altre occasioni, si prende quindi la libertà di fare delle scelte creative non necessariamente ortodosse, e rappresenta anche l’aspetto sessuale di questo rapporto, senza però mai cedere al pruriginoso. Come dicevamo più su, ancora una volta l’intento di Dickinson non è scioccare, ma “aggiornare” la narrazione della vita e delle opere della poetessa. Lo sguardo autoriale è, per altro, spiccatamente femminile, come si addice giustamente alla protagonista della storia: tutte le relazioni, ma soprattutto il modo in cui vengono vissute in particolare da Emily e Sue, sono strutturate per mettere al centro le sensazioni, i sentimenti e le scoperte dei personaggi su loro stessi e il mondo che li circonda, invece che la mera rappresentazione di rapporti, fisici o meno, e di dinamiche uomo-donna magari trite e ritrite.

Dickinson - Stagione 1Partendo dal materiale offerto direttamente dalla protagonista, Dickinson sviluppa poi in maniera visivamente sperimentale – almeno per una serie in costume – l’immaginario dickinsoniano e mette quindi in scena delle “visioni” che, nonostante tutto, riescono a risultare sempre credibili e incisive. Ad aiutare è certamente la scelta del registro comico, altro aspetto innovativo e riuscitissimo della serie: cosa c’è di più ribelle, infatti, di una donna con un dissacrante senso dell’umorismo? Forse giusto raccontarlo attraverso un half hour comedy surreale e un po’ dark. Il formato setta perciò il tono del racconto, ma gli dà anche e soprattutto forma; gli episodi, pur non essendo autoconclusivi, girano intorno ad un tema o un avvenimento principale, sfruttando intelligentemente le possibilità del mezzo televisivo, invece di far finta di essere l’ennesimo film di 10 ore (o 5, in questo caso).

Tuttavia, questa scelta rappresenta in parte anche il più grande difetto di Dickinson: se il suo fascino risiede proprio nella capacità, attraverso lo stridere di antico e moderno, di rendere eternamente contemporanea, anzi, addirittura senza tempo, la poetica dell’omonima autrice, la ricerca a volte ossessiva delle corrispondenze tra la società di ieri e quella di oggi risulta spesso fin troppo urlata e incapace di integrarsi organicamente nel flusso del racconto. Un esempio è la puntata dedicata alle questioni razziali, ma anche la storyline sullo slut shaming di cui è vittima Lavinia. A differenza del party nel terzo episodio, che dava prova della disinvoltura con cui Alena Smith è in grado di servirsi dei tropi televisivi più ricorrenti per creare una precisa atmosfera, l’utilizzo in maniera sbrigativa e superficiale di temi sociali particolarmente sensibili in questo periodo storico riesce soltanto a lasciare un’impressione di pretenziosità. La divisione in episodi con diversi fulcri tematici, quindi, finisce per perdere di vista l’aspetto più affascinante del racconto, minandone la naturale fluidità, non per via del formato in sé ma perché non riesce a trovare un equilibrio tra la satira sociale e il racconto intimista.

Fatto salvo quello che è un difetto notevole ma correggibile, Dickinson rimane comunque un esperimento in larga parte riuscito. All’inizio potrà lasciare perplessi, soprattutto se non si conoscono la vita e le opere dell’omonima poetessa, ma bastano poche puntate per apprezzarne la freschezza dell’approccio al biopic, genere particolarmente rischioso, e la profondità di analisi che contraddistingue la rappresentazione dei rapporti, personali e di potere, all’interno del racconto.

Voto: 7

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Informazioni su Francesca Anelli

Galeotto fu How I Met Your Mother (e il solito ritardo della distribuzione italiana): scoperto il mondo del fansubbing, il passo da fruitrice a traduttrice, e infine a malata seriale è stato fin troppo breve. Adesso guardo una quantità spropositata di serie tv, e nei momenti liberi studio comunicazione all'università. Ancora porto il lutto per la fine di Breaking Bad, ma nel mio cuore c'è sempre spazio per una serie nuova, specie se british. Non a caso sono una fan sfegatata del Dottore e considero i tempi di attesa tra una stagione di Sherlock e l'altra un grave crimine contro l'umanità. Ah, mettiamo subito le cose in chiaro: se non vi piace Community non abbiamo più niente da dirci.

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