
Ne ripropone la statura, la gioca nell’intrico delle nuove rappresentazioni di genere, scommette sulla sua carica eversiva, sulla natura extra ordinaria del suo corpo fuori norma – ora che il corpo femminile è nella serialità segno quanto più vivo e ricettivo di significazione. Doris è stata vittima di una violenza brutale, subita nel mondo delle gang criminali, e dopo anni vuole vendetta: il suo percorso si intreccerà con le scelte di un giovane outsider e con quello di un grosso gruppo criminale.
La narrazione della serie post-noir o hyper-noir prodotta da Hulu e creata da Josh Corbin parte così su una doppia spinta: la personalità di un personaggio femminile in controllo e l’azione catalizzante di un’ellissi determinata ad attirare l’attenzione. Tra neon fiammeggianti dispersi per caratterizzare in poco tempo il set design e piano-sequenza pensati per mettere in scena la vastità degli ambienti in gioco e la complessità delle reti relazionali presenti in essi, i personaggi si muovono con la consapevolezza di un passato ancora ignoto per gli spettatori.

Doris nasconde sia le motivazioni sia le modalità di svolgimento del piano sanguinario che vuole mettere in pratica, allo stesso modo in cui nasconde sotto espressioni di dolore controllato i ricordi del suo trauma. L’ellissi getta di fronte alla sua figura misteriosa nella stessa maniera in cui si è gettati in medias res nelle vicende relative alla tensione mai del tutto sopita (malgrado lo stato di pace presentato da vari personaggi) tra gang rivali. In questo senso il personaggio di Ethan (mena Massoud), nuova recluta del gruppo criminale protagonista, è un funzionale veicolo di esplorazione per lo spettatore.
“The Tale of Harold Horpus” è quindi già lanciato in uno scatto appena dopo il suo inizio e chiede di inseguirlo. Questa proprietà sfuggente ammanta di semplice ma efficace indecifrabilità non solo le azioni della protagonista femminile, che costituiscono la parte più riuscita dello show, quelle con più carica attrattiva, ma anche le parti meno interessanti della narrazione, come quelle dedicate alla realtà sociale delle gang e ai loro codici deontologici, alle faide interne e ai nervosismi testosteronici (pur bene interpretati da Rodrigo Santoro e Ron Perlman) tra capi del gruppo, nuovi arrivati, scartati e risentiti.
Ancora non è possibile leggere tra le righe delle intenzioni della scrittura e comprendere se questa controparte sia funzionale a ridicolizzare il machismo – anche se è possibile ipotizzarlo, considerato l’interesse tematico legato alla figura femminile – e la sua tossicità nella rete delle relazioni, ma nella misura concessa dal pilot si riscontra proprio in quelle scene un calo qualitativo: non drastico, perché comunque riscattato dall’estensione dell’atmosfera e dallo stato di tensione misteriosa, ma comunque evidente.

Al piccolo shock, anche visivo, che nasce dallo stato di euforia provocato dalla vittoria del più “debole”, dalla tensione generata dalla grande forza di un corpo sottovalutato, si contrappone lo stato di apatia emozionale prodotto dalla prevedibilità di alcune situazioni, simili e per certi versi anche ricalcate da prodotti di genere già visti anche ultimamente (se si pensa a un racconto gangster ibridato come Into The Badlands).
Il meglio allora di ciò che ci si può aspettare dopo la visione del pilot di Reprisal è l’approfondimento delle scelte della protagonista femminile, il pedinamento del suo corpo anarchico nella rete delle immagini prevedibili, la cronistoria motivazionale (emotiva) delle sue azioni e il racconto della loro parallela integrazione nel sistema-atmosfera derivato e tradotto dall’ibridazione dei generi noir e gangster. Quindi un racconto fatalista e velato di sfumature sanguigne spaccato dalla presenza rivoluzionaria di una forza progressivamente sempre più inarrestabile e inaspettata, esemplificazione di una rivendicazione sociale e di un desiderio di affermazione. Il peggio invece sarebbe un lento adeguamento a uno stato di pigrizia narrativa, a un trascinamento nell’atrofia derivativa, miope di fronte alle strade della narrativa emozionante.
Le caratteristiche per una buona storia ci sono e puntano nella direzione del personaggio di Doris. Se l’ispirazione attoriale farà rima con la costanza qualitativa del trattamento del personaggio forse la sua figura sarà in grado di farsi simbolo di una narrativa socialmente impegnata, di imporsi all’interno di un immaginario e di offrire alla famme fatale una veste meno rigida e più imprevedibile di quella proposta dall’archetipo inattuabile.
Voto: 6½
