
Lo show inglese, andato in onda inizialmente per tre sere di fila in patria e poi sbarcato sulla piattaforma streaming più famosa del mondo, si compone di soli tre episodi dalla durata di un’ora e mezza l’uno, lo stesso formato che gli autori avevano scelto per Sherlock. Come per quest’ultimo Dracula è il tentativo di aggiornare uno dei grandi classici della letteratura d’oltremanica, una storia senza tempo che la cultura pop ha continuamente ripreso e riproposto in svariate salse: a partire dagli albori della cinematografia (il volto iconico di Bela Lugosi nel film di Tod Browning del 1931) fino alle infinite incarnazioni del personaggio in pressoché tutti i possibili medium, dal fumetto all’animazione, dalla letteratura moderna alla televisione. Dracula non è quindi solo un personaggio, è una vera e propria icona che si è sedimentata nella cultura dell’umanità e che ancora oggi, a distanza di più di un secolo, consacra la sua immortalità.
I knew the future would bring wonders. I did not know it would make them ordinary.

After 400 years, it’s nice to be understood.
Lo show assume come due poli principali il protagonista e la sua nemesi: a frapporsi al vampiro immortale, infatti, c’è una versione femminile del professor Van Helsing, la suora Agatha interpretata da Dolly Wells. Attraverso questo rapporto e una connessione che travalica i limiti temporali dei mortali, i due si affrontano in una sfida psicologica prima che fisica, basata sul tentativo di prevalere l’uno sull’altro su tutti i livelli, da quello retorico-dialettico – i dialoghi sono splendidi, soprattutto nel secondo episodio – a quello ideologico. In tal senso è funzionale a questo filo conduttore la scelta di mantenere la stessa attrice anche quando la scena si sposta ai giorni nostri, mantenendo il confronto e il grande affiatamento tra i due interpreti anche nell’ultima parte del racconto.
Welcome to England, Count Dracula.

Peccato che nell’ultimo episodio questo meccanismo smetta improvvisamente di funzionare e lasci spazio ad una scrittura molto più lineare, che inserisce troppi elementi in troppo poco tempo causando un sovraccarico di informazioni e uno stacco netto rispetto ai primi due – non solo di ambientazione ma anche e soprattutto a livello stilistico. La trama diventa meno fluida e le giustificazioni narrative dei comportamenti dei personaggi diventano sempre meno chiare – si fa riferimento soprattutto al rapporto Dracula-Lucy Westenra e alla scelta del protagonista di abbracciare la morte.
I’m dying. I am doing the one thing that you can never do, Dracula.
Tenuto conto della serie nel suo complesso, tuttavia, non si può considerare Dracula come uno spettacolo non riuscito, al massimo come un progetto che fa del suo sperimentalismo un vanto e un limite. Tra l’autocompiacimento di una sceneggiatura molto consapevole e ben studiata per farsi apprezzare e alcune scelte narrative audaci e oggettivamente intriganti, Moffat e Gatiss confezionano un prodotto interessante proprio perché ricco di contraddizioni. Gli elementi del romanzo gotico ci sono tutti, l’atmosfera è quella giusta e, anche se gli effetti speciali non rappresentano il punto più alto della produzione, non sono di intralcio al godimento della componente horror della serie; il ritmo, però, è altalenante e alle volte sembra quasi non giustificare il minutaggio dei singoli episodi.
Voto: 7-
