
Tra i fan e i critici che hanno valutato lo scorsa annata di Doctor Who ci sono comunque anche quelli che hanno apprezzato le novità apportate da Chibnall alla serie, soprattutto per quanto riguarda tre punti: la protagonista; il gruppo di companion; i temi affrontati.
Sono state trasformazioni graduali ma costanti, che passo dopo passo hanno piantato le fondamenta per una nuova era, hanno messo basi solide da cui poi poter fare esperimenti arditi e fare coraggiose scelte narrativi con consapevolezza. La stagione numero dodici dimostra esattamente questa tesi alzando l’asticella del rischio sin dal primo episodio giocandosi una serie di carte molto importanti e puntando dritta alla mitologia della serie, ma al contempo esaltando alcune delle caratteristiche che da sempre hanno fatto di Doctor Who una serie unica.
ATTENZIONE: questo è un articolo di approfondimento sulla dodicesima stagione di Doctor Who: seguono spoiler su tutta l’annata!
Un ruolo importante, anche se non evidente come altre cose, lo hanno avuto gli episodi standalone e in particolare “Orphan 55” e “Praxeus”, entrambi dedicati non a pianeti sconosciuti in cui andare a vivere meravigliose avventure, ma al pianeta Terra. In entrambi i casi è emersa la necessità della writers’ room di ragionare sul futuro della specie umana e in particolare su come la nostra civiltà sta gestendo una questione cruciale: l’ambiente.
Chibnall, attraverso due storie avvincenti e autoconclusive, si interroga e ci interroga sugli effetti dell’inquinamento, sulla necessaria responsabilità da avere in quest’epoca e sulle conseguenze di una gestione scriteriata delle risorse del pianeta. La Doctor e la sua Fam sono infatti gli strumenti con cui la serie esplora, muovendosi attraverso le infinite possibilità offerte dalla fantascienza, i limiti dell’essere umano nel riconoscere l’importanza della tutela del pianeta, e così facendo ritorna sul lato didattico che ha da sempre caratterizzato lo show della BBC.

Il secondo è “The Haunting of Villa Diodati”, un piccolo gioiello orrorifico che ci immerge in una storia di fantasmi ambientata in età vittoriana e in particolare in un momento in cui, in una sorta di reclusione forzata a Villa Diodati sul lago di Ginevra, sono nati alcuni dei capolavori della letteratura britannica come Il Vampiro e Frankenstein. Ci sono Mary e Percy Shelley, c’è John Polidori, c’è Lord Byron e soprattutto c’è un racconto che oltre a raccontare l’importanza della letteratura nelle nostre vite si collega in modo geniale alle storyline principali introducendo il Cyberion (un’entità che possiede l’intera conoscenza dei Cybermen) e il Lone Cyberman, due delle tante grandi intuizioni di questa stagione.

Innanzitutto, il Master. Uno dei personaggi più importanti della storia della serie, nemesi assoluta del protagonista, ritorna in una nuova veste, ovvero nel corpo di Sacha Dhawan, bravissimo attore già visto in Dracula e che qui dona al personaggio un’anima eccentrica e malefica particolarmente originale. Una delle idee migliori di Chibnall è quella di collegare il ritorno di questo personaggio alla più grande domanda non risposta della scorsa stagione: il Timless Child. Già nel secondo episodio, infatti, la serie rischia tantissimo, annunciando una rivoluzione totale inserendo il mistero legato a questo misterioso bambino all’interno di una ribaltamento dell’intera mitologia destinato a sconvolgere l’esistenza della protagonista, oltre che a far saltare le sinapsi dei tantissimi fan della serie.
Dal punto di vista strutturale, Chibnall ha pensato bene di anticipare il doppio finale con un episodio di importanza cruciale inserito nel centro nevralgico della stagione: “Fugitive of the Judoon”, quinto tassello narrativo dell’annata, parte come un intrigante e classico episodio di Doctor Who, ma gradualmente mostra la sua eccezionalità, prima riportando nella serie uno dei personaggi più amati di sempre, poi introducendone un’altro che si rivelerà fondamentale.

Se la dodicesima stagione di Doctor Who è così riuscita, così matura, così emozionante è per la combinazione perfetta tra una struttura narrativa che esalta la tradizione della serie non rinunciando però a giocarsi sin dall’inizio alcune carte molto pesanti relative alle storyline principali e un un doppio finale in grado di tirare le fila di tutti i discorsi messi in campo nel corso degli otto episodi che lo hanno preceduto.
Il piano segreto del Master è diabolico e geniale, perché mira a utilizzare il Lone Cyberman e il Cyberion per creare un esperimento eugenetico sulle ceneri di Gallifrey, che ha come obiettivo la creazione di una razza che unisce i malvagi androidi con i Time Lord. Allo stesso tempo, però, al centro del racconto c’è anche il viaggio (a tratti tutt’altro che piacevole) della Doctor verso la scoperta di un passato misterioso. In una Gallifrey distrutta, infatti, il Master la imprigiona nella Matrix, spazio mentale in cui riporta alla luce memorie dimenticate da secoli, rivelandole che il Timeless Child è lei, una bambina venuta da un’altra dimensione poi trovata da un’esploratrice di Tecteun, la quale attraverso una serie di sperimentazioni riesce a creare una nuova specie, i Time Lord di Gallifrey, da cui è poi nato il Master.

