
Oltre ai tantissimi meme che in queste settimane hanno invaso la rete – ormai una certezza quando c’è di mezzo His Airness – sono apparse anche tantissime storie di chi ha voluto ricordare quello storico decennio NBA, quando il campionato è diventato il colosso dell’intrattenimento che conosciamo ora, come il racconto del presunto cuoco che ha quasi messo K.O. Michael Jordan con la sua pizza la notte prima di gara cinque delle Finals 1997. Tra vestiti larghi, pettinature improbabili e una sana dose di nostalgia, il fascino di fine ventesimo secolo è ancora palpabile. Ci sono poi anche tutti quelli che le gesta dei Bulls hanno imparato ad amarle successivamente consumando ore e ore di video su YouTube, e che proprio con The Last Dance hanno avuto la possibilità di assistere dall’inizio alla fine al racconto di una delle squadre più importanti della storia, un’esperienza che per molti è anche servita a mettere in chiaro una volta per tutte chi sia davvero il più grande giocatore di basket di tutti i tempi: 6 titoli NBA, 6 volte MVP delle Finals, 5 volte MVP della stagione regolare, 2 ori olimpici e 30 punti di media in carriera, solo per citare alcuni degli incredibili traguardi raggiunti da Jordan.

Senza andare ad analizzare ogni singolo episodio, è sufficiente prendere in esame la parte dedicata a Steve Kerr nella nona puntata per capire la maestria narrativa di The Last Dance. In poco più di dieci minuti, viene tracciato tutto il percorso di uno dei role-player più importanti di quella squadra, dall’adolescenza e l’improvviso omicidio del padre, fino al tiro della vittoria contro gli Utah Jazz nel 1997, mettendo in risalto i punti in comune con John Paxson e la sua tripla contro i Phoenix Suns quattro anni prima. È un breve capitolo all’interno di questo epico racconto e un microcosmo di tutte le emozioni trasmesse da The Last Dance, come la gioia di un personaggio che non è mai stato sotto i riflettori e che improvvisamente si ritrova in mano la palla del titolo – una scena che ogni sportivo ha ricreato nel vialetto di casa o al campetto centinaia di volte – o le sofferenze che lo hanno portato a riversare ancora di più i suoi sforzi nel basket.

Passare una serata ad Atlantic City insieme al padre, senza per altro infrangere alcuna regola della società e tanto meno della lega, per molti è diventata l’occasione giusta per gettare fango su Jordan e usarla come causa della sua ultima pessima prestazione – seguita, come spesso accadeva con MJ, da una partita di altissimo livello che puntualmente zittiva i miscredenti. Non è un lavoro per tutti ed è per questo che sono così pochi quelli in grado di raggiungere quei livelli. Personaggi che in campo sembrano indistruttibili hanno pochissimo spazio per poter esprimere le proprie emozioni o semplicemente fare un passo falso, costantemente sotto pressione e obbligati a rispettare degli standard altissimi. Pensiamo a quanto rivoluzionari siano stati DeMar DeRozan e Kevin Love a trovare la forza di parlare pubblicamente della loro battaglia contro la depressione e gli attacchi di panico. Per fortuna negli ultimi anni la lega e la NBPA stanno facendo molto per aiutare gli atleti a non affrontare da soli queste sfide.

Tornando a questioni prettamente televisive, è davvero un privilegio avere l’opportunità di accedere a quest’opera costruita attorno alle splendide immagini catturate in 16mm nella stagione 1997-1998: la qualità della pellicola dà ancora più risalto alla spettacolarità dei gesti atletici di questa squadra. Ovviamente spicca su tutti l’ultimo minuto di gara 6 delle Finals del 1998 – assolutamente da rivedere con il commento di Federico Buffa e Flavio Tranquillo: palla rubata a Malone e poi IL tiro, la perfetta conclusione (non contiamo il ritorno con i Wizards) per la carriera di Jordan che trova eguali solamente nella vittoria di Ali contro Foreman in Zaire – immortalata in un altro grande documentario e vincitore del premio Oscar, When We Were Kings. Come dice DiCaprio nel dopo partita allo stesso Jordan, “That was poetic”, e le parole dell’attore non potrebbero essere più azzeccate: quella sera del 14 giugno 1998 si è fatta la storia, l’atto finale del più grande cestista di sempre. Quei Bulls erano davvero qualcosa di unico, un team che incarna perfettamente il “Secret” di cui parla Bill Simmons nel suo libro The Book of Basketball in risposta alle parole di Isiah Thomas sui suoi Pistons, l’espressione massima del concetto di squadra, lo Stage 5 (“a rare stage characterized by a sense of innocent wonder and the strong belief that ‘life is great’”) a cui si riferisce Phil Jackson in Eleven Rings.

Di fronte a un prodotto del genere, era inevitabile che durante la messa in onda – e soprattutto dopo il finale – piovessero critiche su molte delle dichiarazioni rilasciate da Jordan e sulla sua centralità nella realizzazione del progetto – basti pensare al coinvolgimento della sua casa di produzione Jump 23. Horace Grant ha detto che il 90% delle cose dette sono cavolate, mentre il proprietario dei Bulls Jerry Reinsdorf ha affermato che la scelta di non provare a vincere un settimo anello è stata presa di comune accordo con Jordan, a differenza di quanto detto nel finale. Addirittura il compagno principale di quei sei anelli, Scottie Pippen, pare sia estremamente offeso dal mondo in cui è stato rappresentato in The Last Dance. A parte questo, bisogna riconoscere che sono molti i momenti in cui la serie mostra i lati oscuri di MJ, dai già citati problemi con il gioco d’azzardo fino all’estrema competitività che lo ha portato ad avere un rapporto complesso con i suoi compagni di squadra, che in più occasioni lo hanno elogiato a livello cestistico ma puntualizzando che dal punto di vista umano era l’esatto opposto. Sono dichiarazioni che dopo due decenni lo stesso Jordan, come visto nel finale della settima puntata, fa fatica a elaborare, e che portano a una visione più negativa della star dell’NBA.

La mini-serie di ESPN riporta in primo piano il documentario sportivo, un genere elevato grazie al già citato When We Were Kings e perfezionato con i 30 for 30 prodotti dalla stessa emittente televisiva, tant’è che si è già iniziato a parlare di quale potrebbe essere il prossimo The Last Dance, con varie fonti che hanno riportato come Kobe Bryant sia stato seguito da una troupe durante la sua ultima stagione – un soggetto ideale per ripercorre la storia dell’altra grande squadra di Phil Jackson. Come i Bulls di MJ, The Last Dance non si limita a essere il migliore nel suo ambito, ma è anche tra le migliori serie arrivate in questo 2020, un prodotto che farà scuola e che ricorderemo a lungo.
Voto: 10

Mettiamo che si voglia conoscere bene un’eccellenza dello sport come MJ, possiamo considerare questa docu-serie esaustiva? Purtroppo no. Hehir è certamente abile ad alimentare domande e ad insinuare sospetti, ma piuttosto distratto a fornirci risposte e questa, secondo me, è una grossa pecca che non ti aspetti da uno show “docu”. Ad esempio è presente la sua famiglia naturale, ma manca totalmente qualsiasi accenno alle sue mogli (e molto probabilmente la prima avrebbe avuto sicuramente qualcosa da raccontare…) e scopriamo solo all’ultimo episodio che ha dei figli. Insomma, anche se ci si concentra sul quel decennio d’oro, sul suo essere fortemente concentrato sulla competizione, sentire altre campane dal suo entourage avrebbe aiutato a tracciare un ritratto a tuttotondo del campione. Nel bene e nel male.